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Il sostegno della mafia allo sbarco alleato in Sicilia 80 anni fa

10 luglio 1943
10 luglio 1943 Diritti d'autore Sbarco in Sicilia
Diritti d'autore Sbarco in Sicilia
Di Paolo Alberto Valenti
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Il 10 luglio 1943, la più grande flotta d’invasione riunita fino ad allora raggiungeva la Sicilia. Mezzo milione di uomini, protetti dai cannoni navali e da una flotta aerea che dominava il cielo, si apprestava a sbarcare in Europa

A 80 anni dallo sbarco in Sicilia

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Ottanta anni fa, il 10 luglio del 1943, la prima poderosa “armada” alleata si profilava al largo della Sicilia. Per l’Italia fascista scoccava il suo “D day”, il primo in Europa. 

“Il giorno dell’invasione” è il titolo del volume appena uscito per i tipi di Mursia firmato dallo studioso Mimmo Anfora che ha dedicato decenni alla ricognizione di questo come di altri eventi storici che sullo scenario bellico novecentesco hanno afflitto la storia della sua Sicilia.

“Alle prime luci del 10 luglio, davanti alle coste meridionali siciliane, uno spettacolo spaventoso e grandioso allo stesso tempo si presentava davanti agli occhi dei difensori italiani: una sterminata flotta nemica, formata da navi da guerra, mercantili e mezzi da sbarco, copriva la superficie del mare. I militari della difesa costiera, dall’interno delle trincee e dei fortini, debolmente protetti da filo spinato e radi campi minati, guardavano un mare coperto da grigie imbarcazioni, impietriti, attoniti, con gli occhi sgranati e i cuori tremanti”: scrive Anfora nella prefazione che si addentra fin da subito nella lettura delle forze in campo: da una parte la 7a armata di George Patton insieme all’8a armata di Bernard Law Montgomery (agli ordini del generale statunitense Dwight David Eisenhower), dall’altra il Regio Esercito male equipaggiato che disponeva di un numero di pezzi d’artiglieria di gran lunga inferiore a quelli alleati e di una catena di comando costituita in prevalenza da ufficiali poco preparati e poco abili oltre a truppe solo in pochi casi pronte al combattimento davanti a un esercito di gran lunga più poderoso. Le forze germaniche di stanza nella Sicilia dell’estate 1943, erano a mala pena la divisione di granatieri corazzati 15a «Sizilien», una divisione corazzata incompleta (la «Hermann Goering»), una brigata contraerea (la 22a Flak Brigade). Ai pochissimi velivoli da combattimento italiani la Luftwaffe affiancava nell’insieme del Mediterraneo circa 800 aerei di cui solo 500 efficienti. Inoltre, per quanto riguarda i tedeschi, la catena di comando giungeva fino alla cancelleria hitleriana cosÌ che la coordinazione con lo stato maggiore italiano era particolarmente difficoltosa.

Divisione Napoli, 1943
Fanti,Divisione Napoli, 1943

Le lontane retrovie americane

La storiografia dello sbarco in Sicilia dibatte da sempre sul ruolo della mafia ed ha sviscerato la documentazione relativa al gangster Lucky Luciano che nel 1942 dal carcere di Dannemora (dove scontava un pena di 30 anni) venne trasferito nella prigione modello di Comstock. Qui iniziò a far salotto con altolocati personaggi dell’amministrazione a stelle e strice. Nel 1946 Luciano venne definitivamente scarcerato, ufficialmente perché aiutò a neutralizzare i sabotatori tedeschi nei porti americani in realtà (come confermato da due commissioni d’inchiesta, una statunitense e una parlamentare italiana, quest’ultima risalente agli anni Novanta) gli vennero riconosciute tre legittimazioni concesse dagli statunitensi alla mafia, “la prima, il ricorso a capi mafiosi per la preparazione dello sbarco in Sicilia; la seconda, l’appoggio dato al movimento separatista; la terza la collocazione ai vertici delle amministrazioni comunali di politici sostenuti dai mafiosi o addirittura di boss mafiosi” (Cfr. pagina 4 di “Malpaese”, Alessandro Silj, Donzelli Editore 1994, Roma).

Nel suo articolato saggio su questo specifico teatro di guerra, i primi giorni di battaglia, Anfora passa in rivista le opposte posizioni: “Tra gli storici che si sono espressi a favore della tesi sull’accordo tra il governo USA e Cosa Nostra c’è il giornalista Ezio Costanzo, pensiero espresso nel suo saggio Mafia & Alleati Servizi segreti americani e sbarco in Sicilia – Da Lucky Luciano ai sindaci“uomini d’onore”, pubblicato nel 2006. La tesi contraria è sostenuta dal Professor Rosario Mangiameli, storico specializzato in Storia Contemporanea e Storia della Sicilia, il quale ha affermato “la totale inconsistenza storica di una diceria molto popolare fuori da sedi scientifiche. Tesi che ha prodotto la nascita del suo saggio_"In guerra con la Storia. La mafia al cinema e altri racconti”._

La rinascita della mafia dopo l'era Mori

Resta però particolarmente difficile, e Anfora lo conferma a Euronews, sostenere che la rinascita della mafia nella Sicilia del dopo sbarco sia estranea al potere esercitato dagli statunitensi sull’isola. Dopo gli anni della repressione fascista agli uomini d’onore non pareva vero di poter rialzare la testa. Il colonnello Charles Poletti, allora ex vicegovernatore di New York, divenne il dirigente degli “Affari civili” dell’isola diventando il top manager dei rapporti con i notabili locali, mafiosi compresi. Fra questi spiccava Calogero Vizzini (don Calò), fu lui l’ufficiale di “collegamento” con i mafiosi chiamati a collaborare allo sbarco.

Le ragioni di questo nuovo apporto storico

“Questo lavoro – sostiene l’autore in coda alla prefazione - ha lo scopo di narrare il giorno dell’invasione, le ventiquattro ore che decisero non solo il destino della Sicilia, ma di tutta l’Italia, e che furono l’inizio di una campagna che durò quasi due anni, mettendo a ferro e fuoco la nazione. Questi tragici fatti sono visti attraverso gli occhi degli ufficiali del Regio Esercito, ricostruiti e narrati grazie ai rapporti che essi stilarono al rientro dalla prigionia. Pietra angolare di questo lavoro è la relazione del colonnello Francesco Ronco, comandante del 75° rgt fanteria di stanza a Palazzolo Acreide, dal titolo «Note sull’invasione e sulla difesa della Sicilia – Anno 1943». Mi onoro di aver stretto una salda amicizia con la figlia di Ronco, Maria Luigia, valida scrittrice di romanzi e di libri scolastici, la quale ha avuto la gentilezza di fornirmi un ricco materiale d’archivio redatto dal padre. Con le impressioni del colonnello Ronco, trasferito nell’isola pochi giorni prima dell’invasione, inizia questa narrazione”.

del 75esimo Fanteria
Colonnadel 75esimo Fanteria

Ecco a seguire un brano tratto dal volume di Anfora:

Il flagello dal cielo

Dopo lo sbarco, Ronco fece una riflessione anche sull’ attività aerea nemica sul cielo della Sicilia: con formazioni di aerei molto numerose si flagellavano campi d’aviazione, centri logistici e vie di rifornimento, risparmiando invece le località dove erano accantonate le truppe, allo scopo di poterle colpire di sorpresa al momento dello sbarco, sfruttando le indicazioni dello spionaggio. Nel tardo pomeriggio del 9 luglio, poche ore prima dello sbarco, una formazione di bombardieri bimotori americani sorvolava Palazzolo. Si trattava di B-26 Marauder del 320th Bombardment Group al comando del cap. Marble, scortati da Spitfire decollati da Malta. Quattro bombardieri erano rientrati per problemi vari, ma 22 si erano radunati sul cielo della cittadina iblea, carichi di 3 mila libbre di bombe ciascuno. Compito delle spie era di segnalare gli obiettivi importanti. Sulla terrazza della sede del comando del 75° rgt fu steso ad “asciugare” un ampio lenzuolo, sul quale cadde, precisa, una bomba di grande potenza che distrusse l’edificio. In quel pomeriggio caldo e ventoso, stavano rientrando i contadini dalle campagne, mentre in paese gli anziani oziavano e chiacchieravano seduti in piazza e i bambini giocavano sulle vie, inseguendosi e gridando. Erano circa le 18,30, quando, improvvisamente, iniziò a tremare l’aria. La gente volse lo sguardo verso l’alto: erano convinti che si trattasse della solita formazione di aerei nemici che andava a bombardare Catania e Gerbini. Non era così. Il gen. Rosario Fiumara, comandante della fanteria divisionale della «Napoli», alzò gli occhi verso il cielo e, sulla perpendicolare della città, vide sotto gli apparecchi luccicare una moltitudine di punti luminosi e capì che si trattava di bombe in caduta. Pochi attimi dopo Palazzolo era avvolta in un inferno di scoppi e di nubi. Immediatamente, Fiumara uscì dal comando fanteria divisionale insieme ai suoi ufficiali. L’edificio, il ginnasio di Palazzolo, era rimasto integro in mezzo a una totale devastazione. Davanti agli occhi di Fiumara c’era un centro abitato completamente distrutto, mentre la gente, impazzita dall’ orrore e dal dolore, urlava, imprecava e chiedeva aiuto. Nel rapporto americano c’era scritto: Le bombe del primo squadrone furono lanciate al centro della città, estese ai margini dell’obiettivo; le bombe di due aerei furono lanciate sugli incroci stradali a nord est della città. Le bombe del secondo squadrone segnarono colpi diretti sulle caserme nel lato orientale del bersaglio e risalirono i margini sud-orientali e orientali della città attraverso il parco alberato. Tra gli edifici distrutti c’era anche il comando del 75° fanteria, ma Ronco e i suoi collaboratori si erano salvati, perché assenti per impegni vari di servizio e di ricognizione. Il colonnello, avvertito del disastro, rientrò subito in sede, disponendo l’immediato inizio dell’opera di soccorso e di estrazione di centinaia di morti e di feriti civili e militari rimasti sotto le macerie. La febbrile pietosa attività fu svolta tutta la notte, in mezzo a una polvere soffocante, con un’illuminazione di fortuna e materiale sanitario militare, poiché l’ambulatorio della città aveva esaurito tutto. La formazione nemica fece rotta verso l’aeroporto di partenza, indisturbata. Non subì attacchi né dalla contraerea né dalla caccia italo-tedesca. La Sicilia sembrava ormai un corpo inerme e indifeso, abbandonato alla barbarie dei bombardamenti terroristici. Molti materiali e autoveicoli erano rimasti sepolti, le comunicazioni e le strade erano interrotte. Fiumara dispose immediatamente il riattamento delle rotabili e, in previsione di ulteriori bombardamenti, ordinò a Ronco di trasferire fuori dalla città, verso il bivio per Noto, le truppe e i materiali. Restavano nel centro abitato le squadre di soccorso e di recupero del materiale, i posti di medicazione e i carabinieri. Il generale inviava due motociclisti a richiedere i soccorsi, uno al comando militare di zona, l’altro alla prefettura di Siracusa. Tra i soccorritori giunse da Vizzini un plotone della 71a cp artieri del genio divisionale. La comandava il tenente di complemento Pasquale Calzarano, classe 1912 di Agrigento, dove svolgeva la professione di ingegnere. Richiamato alle armi nel maggio 1940, era stato incorporato nel genio della «Napoli» con sede a Vizzini. Alle 23 del 9 luglio aveva ricevuto l’ordine di portare il suo plotone a Palazzolo Acreide per dirigere i lavori di salvataggio di alcuni militari del I btg del 75° rgt che erano rimasti sepolti vivi sotto le macerie dell’accantonamento colpito dal bombardamento aereo. A notte alta Fiumara si trasferiva col suo comando all’ osservatorio di quota 697, presso il teatro greco. Da lì si dominava tutta la costa da Catania a Pachino, rischiarata da migliaia di razzi illuminanti. Qualcosa di eccezionale e di grave stava per accadere. Alle ore 23, intanto, giungeva la notizia che era stato proclamato lo stato di emergenza.

copertina Mursia
"Il giorno dell'invasione"copertina Mursia
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