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Mosca lascia il trattato sulle armi convenzionali in Europa: tutto ciò che dovete sapere

Carri armati russi.
Carri armati russi. Diritti d'autore AFP PHOTO / MOSKVA NEWS AGENCY / HANDOUT PELAGIA TIKHONOVA/AFP
Diritti d'autore AFP PHOTO / MOSKVA NEWS AGENCY / HANDOUT PELAGIA TIKHONOVA/AFP
Di Euronews
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Il presidente russo Vladimir Putin ha avviato le procedure parlamentari per uscire ufficialmente dal Trattato sulle forze convenzionali in Europa (Cfe), al quale Mosca ha già sospeso la sua partecipazione fin dal 2015.

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Ora è definitivo: Mosca uscirà dal trattato su armi convenzionali in Europa (Cfe), al quale la Russia ha già sospeso la sua partecipazione fin dal 2015. Da ora in poi, Mosca non accetterà ispezioni sulle armi incluse nel trattato Cfe.

**Il trattato era in vigore dal 1990 **ed era stato emendato nel 1997 dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, ma i Paesi della Nato, denuncia Mosca, non hanno ratificato tali emendamenti.

Euronews ha analizzato questo annuncio di Mosca con diversi esperti.

Un trattato dall'importanza storica

Secondo gli analisti, la decisione di ritirarsi completamente dalla FCE è un segno che non ci sarà alcun ritorno al sistema di sicurezza internazionale costruitosi nel 1990, quando 34 rappresentanti degli stati della NATO e del Patto di Varsavia firmarono il Trattato. Un momento storico: "il trattato ha svolto un ruolo molto importante nel porre fine alla Guerra Fredda", Marcin Zaborowski, specialista delle politiche di sicurezza presso GLOBSEC. "Il trattato prevedeva obblighi molto chiari su quali armamenti si accumulavano, sull'equilibrio delle forze convenzionali, con la possibilità di ispezioni. (...)La Russia però ha rifiutato di rispettare alcuni obblighi del trattato: non ha ritirato le sue truppe dalla Georgia e dalla Moldavia e ha dislocato truppe in violazione delle disposizioni del trattato", spiega l'analista.

Nonostante fosse formalmente ancora nel trattato, la rottura con Mosca era avvenuta già nel 2007. "Il motivo per cui la Russia ha sospeso i negoziati nel 2007 è stato il piano degli Stati Uniti di posizionare basi militari in Bulgaria e Romania", ricorda Bruno Lété, specialista in geopolitica presso il German Marshall Fund. "Gli Stati Uniti avevano chiarito che queste basi non sarebbero state permanenti, ma temporanei. Una creazione di basi consentita dai termini del trattato CFE. La Russia però ha accusato gli Stati Uniti di voler rendere permanenti queste basi", conclude Leté. Nel 2015, infine, la Russia interrompe lo scambio di informazioni con i firmatari del trattato.

Oggi sono 544 le basi statunitensi in 43 Stati esteri. Le basi russe invece sono circa una ventina, molte sono un'eredità dell'Unione sovietica. Mosca progetta inoltre di creare diverse altre basi sul continente africano. 

Una decisione prevalentemente simbolica

L'impatto del ritiro della Russia dal trattato, però, è per lo più simbolico, secondo gli esperti. "Il ritiro ufficiale dal trattato CFE è solo una formalità", analizza Keir Giles, specialista della Russia presso il think tank Chatham House. "È solo una messa in scena. In realtà, non ha alcun impatto concreto".

Si tratta infatti soprattutto di un messaggio inviato dal presidente russo. "Putin ci sta dicendo che la Guerra Fredda è tornata, che tornerà a trattare gli occidentali come dei nemici", sottolinea ancora Marcin Zaborowski, specialista delle politiche di sicurezza presso GLOBSEC. "Vuole dirci che il nostro aiuto all'Ucraina non è accettabile per la Russia: Kiev è il nemico di Mosca, quindi lo sono anche gli occidentali." 

La Russia ha già annunciato lo scorso febbraio la sospensione della sua partecipazione al trattato New START, l’accordo che dal 2011 la legava agli Stati Uniti per monitorare i reciproci armamenti nucleari, decisione considerata da Washington come "veramente infelice e molto irresponsabile".

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