Il "patto sporco"tra Stato e mafia nel libro di Di Matteo e Lodato

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Di Michele Carlino
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Lo Stato italiano ha o no trattato con la mafia siciliana, durante la "stagione delle bombe" dei primi anni Novanta? Vertici delle istituzioni hanno o no contattato esponenti mafiosi per negoziare una tregua? E i latitanti eccellenti come Matteo Messina Denaro, considerato capo di Cosa Nostra, hanno o no goduto della "tutela" di pezzi degli apparati della sicurezza nazionale per continuare la loro fuga?

Per anni a queste domande si è preferito non rispondere, e forse per questo il processo passato alla storia come quello sulla "trattativa Stato-mafia" è stato liquidato come un vaticinio giudiziario, e i magistrati che lo hanno istruito delegittimati.

Tuttavia la sentenza della Corte d'Appello di Palermo che il 23 settembre 2021 ha assolto i quattro uomini dello Stato che erano stati condannati in primo grado, contiene nelle motivazioni - depositate il 6 agosto 2022 - il riconoscimento non solo che la trattativa ci fu, ma anche che non evitò lo spargimento di altro sangue.

A far tornare d'attualità questa pronuncia giudiziaria è l'arrivo in libreria, dal 6 dicembre prossimo, di una nuova edizione aggiornata di "Il patto sporco e il silenzio", scritto per Chiarelettere da uno dei magistrati che lavorarono all'istruzione del processo, Nino Di Matteo, insieme al giornalista Saverio Lodato.

Il patto sporco e il silenzio rappresenta la lettura più completa di una vicenda che molti vorrebbero fosse rimossa dalla cronaca e dalla storia del nostro paese. Ma non sarà così. Gli attentati a Lima, Falcone, Borsellino, le bombe a Milano, Firenze, Roma, lo Stato in ginocchio, i suoi uomini migliori sacrificati. Eppure in quello stesso momento, mentre scorreva il sangue delle stragi, c’era chi, in nome dello Stato, dialogava e interagiva con il nemico.

“Fu proprio dopo la sentenza d’appello che, insieme a Nino Di Matteo, avvertimmo la necessità di un’altra edizione di questo libro” scrive Saverio Lodato nella nuova introduzione. “Per tante ragioni. Gli imputati, prima condannati, erano stati assolti. Non si poteva far finta di niente. I lettori avevano il diritto di conoscere il prosieguo della storia.” Anche perché, nel frattempo, si è aggiunto il ricorso in Cassazione della procura generale di Palermo.