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Ue e burocrazia Covid: quando ti vaccini da una parte e non vale dall'altra

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Stessi vaccini per tutti, quelli approvati dall'Agenzia europea per i medicinali, ma nell'Unione dalle mille frontiere non è sufficiente.

Il caso di Kati Kaleti è rivelatore, oltre che sintomatico di una rete ancora tutta da costruire.
Kati è ungherese, ma vive in Veneto da 23 anni dove lavora come infermiera.
Rientrata in Ungheria, ha scoperto che il certificato di vaccinazione, ottenuto in Italia, non è ancora riconosciuto dalle autorità del suo Paese. Questioni burocratiche, un cortocircuito da risolvere.

''Mi piace molto nuotare, volevo nuotare un po' tutti i giorni, perché le piscine in Ungheria sono state aperte - dice l'infermiera - La prima volta mi hanno fatto entrare; la seconda volta c'erano altri due portieri, che non mi hanno consentito l'accesso. Hanno detto che non potevano accettare il mio documento. Ho insistito, ma il direttore che era lì mi ha confermato che non potevo entrare"

Sistema da rodare, dunque, anche per gli stranieri che vivono in Ungheria. Il cittadino britannico Alick Sethi vive a Budapest da sei anni: vorrebbe essere vaccinato ma la procedura di registrazione e di lista d'attesa, prevista dalle autorità sanitarie ungheresi per chi non ha un numero di sicurezza sociale, è ancora in alto mare.

''Non ho ricevuto nessuna informazione o nessun tipo di email di accettazione - commenta Sethi - ma so che mi sono registrato perché ho provato a registrarmi nuovamente e il sito mi ha confermato che l'email proposta era già in uso. Poi, non ho avuto altre informazioni".

Il governo ungherese promette che gli stranieri come Alick, che vivono in Ungheria e che sono stati vaccinati nel Paese, riceveranno la stessa carta d'immunità dei cittadini ungheresi.