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Cosa fare di tutti quei rifiuti che esportavamo in Cina e che la Cina non vuole più?

La discarica di Pata-Rat vicino a Cluj-Napoca, in Romania. I cumuli di rifiuti qui sono alti quanto dei palazzi di cinque piani
La discarica di Pata-Rat vicino a Cluj-Napoca, in Romania. I cumuli di rifiuti qui sono alti quanto dei palazzi di cinque piani   -   Diritti d'autore  DANIEL MIHAILESCU/AFP
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Da quando la Cina, nel gennaio 2018 ha imposto un divieto per limitare l’importazione di rifiuti solidi, molti paesi europei e americani si sono trovati di fronte a una questione spinosa: cosa fare di tutti quei rifiuti che prima esportavano verso la grande potenza asiatica? Con la National Sword policy, la potenza asiatica ha infatti avviato una politica di restrizioni all’importazione che ha bandito l’ingresso di 24 tipologie di materiale per le operazioni di riciclo e smaltimento nel paese asiatico.

Basta leggere i dati Eurostat per comprendere la portata della manovra: nel 2009 la Cina importava dall’UE 10,1 milioni di tonnellate di rifiuti. Nel 2019, le importazioni sono crollate a 1,2 milioni di tonnellate, circa un decimo rispetto a 10 anni prima. Sempre nel 2019, secondo i dati dell’Agenzia Europea per l’ambiente, i 28 paesi dell’UE hanno esportato circa 150mila tonnellate di rifiuti plastici al mese, circa la metà di quanto si esportava nel 2015 o nel 2016.

Se la Cina non li vuole più, i rifiuti invadono altri paesi asiatici

Questa manovra non ha certo stimolato un calo nella produzione di rifiuti, ma nella maggior parte dei casi ha determinato un cambiamento di rotta nelle destinazioni finali. Invece di attraccare ai porti cinesi, i carichi di rifiuti sono stati dirottati verso Malesia, Indonesia o altri paesi del Sud-Est asiatico: in Malesia tra il 2015 e il 2018 le importazioni di plastica sono quasi triplicate, in Indonesia sono aumentate di sei volte. Secondo Greenpeace, questi Paesi - privi di sistemi di recupero e riciclo efficienti - si sarebbero ritrovati invasi dai rifiuti dei maggiori importatori.+

Un recente rapporto dell’INTERPOL, sostiene che le delle nuove destinazioni asiatiche non sono però in grado di accogliere il volume dei rifiuti europei precedentemente assorbito dalla Cina, e si è venuto a creare un accumulo di scarti senza meta nei principali paesi esportatori.

La criminalità organizzata si frega le mani

A trarre beneficio da questa situazione, secondo la forza di polizia internazionale, sarebbero state soprattutto quelle organizzazioni criminali che hanno avviato da ormai diversi anni un business redditizio con i rifiuti locali. In Italia, ad esempio, le organizzazioni mafiose avrebbero ricorso all’incenerimento illegale per liberarsi dei rifiuti in eccesso, spesso partite di plastica. La causa è da ricercarsi prevalentemente nel modo in cui questi prodotti sono realizzati e differenziati.

“I rifiuti non sono sempre un valore”, afferma Antonio Pergolizzi, ricercatore e curatore dell’annuale rapporto Ecomafie di Legambiente. “Ci sono dei polimeri che hanno valore, come il PET [plastica per uso alimentare], ed altri che non ne hanno alcuno, come il polietilene che viene utilizzato nelle serre agricole, e che dovrebbe essere adeguatamente trattato in un impianto. Smaltire le plastiche è un costo. Quando c’è un costo, la criminalità organizzata e l’imprenditoria spregiudicata fanno a gara a chi riesce ad abbatterlo”.

Smaltire le plastiche è un costo. Quando c’è un costo, la criminalità organizzata e l’imprenditoria spregiudicata fanno a gara a chi riesce ad abbatterlo
Antonio Pergolizzi
Legambiente

I gestori delle raccolte spesso non hanno il compito di gestire anche il recupero, e dunque non si interessano della qualità di quel che raccolgono. “Capita di frequente che le raccolte differenziate siano approssimative, e il materiale raccolto rimane spesso ammassato nelle piattaforme”.

Trattamenti simulati, spedizioni illegali all'estero e roghi illegali

Trovare un posto per questi scarti nel mercato legale è complicato, ma sul mercato illegale il discorso cambia radicalmente, spiega Pergolizzi. Si possono simulare dei trattamenti, spedire illegalmente all’estero, oppure incendiarli. E queste attività non prevedono costi, se non quello del trasporto.

Il 50% della plastica riciclabile europea viene esportata per essere trattata nei paesi di tutto il mondo, e proprio la Cina - maggiore importatore di rifiuti plastici al mondo - ha assorbito più della metà del mercato globale fino alle restrizioni imposte alla fine del 2017. Sebbene economia circolare e riciclaggio siano promossi come potenziali soluzioni a questo problema, secondo i dati del Parlamento Europeo il continente riesce in media a dare seconda vita solo a un terzo della plastica che utilizziamo.

Le cause sono diverse: carenza di risorse, impianti e tecnologia, ma anche costi poco competitivi, standard di controllo rigidi, nonché una qualità del prodotto finale nettamente inferiore a quella di un prodotto nuovo di zecca.

“La problematica della plastica è annosa perché ha una stretta relazione con il modo in cui diverse tipologie di plastiche sono concepite, ossia non riciclabili. E stiamo parlando del 70% di quel che si raccoglie in Italia”, spiega Pergolizzi.

“Bisognerebbe semplicemente smettere di produrre quelle non riciclabili, o quantomeno disincentivarne la produzione. Spesso si tratta di materiale che non si può recuperare come materia ma solo come energia, e quindi per incenerimento in un termovalorizzatore, perché la plastica ha un alto potere calorifero. In Italia i queste strutture sono poche e sovraccariche, e non abbiamo nemmeno molti impianti di prossimità per il trattamento della differenziata”, aggiunge. “Le soluzioni sono quindi quelle più sbrigative. Bruciarle, come sta accadendo ora, o spedirle lontano, dove crediamo non abbiano problemi nel trattarle”, conclude.

Una facilità nel processo di incenerimento per la produzione di energia è anche quello che spinge le organizzazioni criminali a esportare i rifiuti all’estero, verso l’Europa Orientale, dove questi rifiuti vengono bruciati nelle centrali elettriche e nei cementifici.

Le zone d'ombra della strategia europea

Si tratta in buona parte di azioni fraudolente che si inseriscono nelle zone d’ombra lasciate dalla strategia dell’Unione Europea per un'economia verde, a basse emissioni di carbonio ed efficiente nell’uso delle risorse.

Sono i principi della cosiddetta economia circolare, che incoraggia il riutilizzo e il riciclaggio, e al contempo promuove incentivi per l'efficienza energetica, il riciclaggio e il mercato dei rifiuti.

Si chiama co-incenerimento, e consente a centrali elettriche o impianti per la produzione di cemento di bruciare rifiuti domestici, carta o plastiche per creare energia. Le procedure per l’incenerimento devono però rispondere a specifiche rigorose. Per agire da combustibile solido secondario, il cosiddetto RDF - Refuse Derived Fuel - deve infatti subire dei rigidi trattamenti meccanici e biologici. Questo materiale si sostituirebbe al carbone, spesso utilizzato per l’alimentazione di questi impianti, determinando in teoria una produzione minore di inquinanti.

Si tratterebbe di un metodo di smaltimento redditizio, un sistema win-win: i paesi esportatori si liberano della spazzatura accumulata e le centrali ricevono materia combustibile, senza dover più sostenere i costi per l’acquisto di carbone da bruciare. In Bulgaria, ad esempio, ogni tonnellata di scarti bruciati, sostituendosi al consueto combustibile, può infatti fruttare all’impianto dai 10 ai 40 euro.

Nel maggio 2019, per far fronte alla questione dell’importazione illegale di rifiuti, in particolare della plastica, 180 Paesi al termine della Conferenza delle Parti hanno approvato gli emendamenti alla Convenzione di Basilea, un trattato internazionale sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e del loro smaltimento, entrata in vigore nel 1992.

I nuovi emendamenti rendono gli standard dell’esportazione più stringenti, e costringono gli operatori per il commercio dei rifiuti a richiedere il consenso del governo della paese destinatario per l’esportazione.