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In questa infernale discarica tossica del Ghana finiscono i nostri rifiuti elettronici
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Tutte le foto: Filippo Poltronieri

In questa infernale discarica tossica del Ghana finiscono i nostri rifiuti elettronici

Il computer o il cellulare dal quale state leggendo questo articolo potrebbero finire in questa infernale discarica di rifiuti elettronici, la più grande del mondo. Siamo ad Agbogbloshie, nei sobborghi di Accra, la capitale del Ghana, dove decine di migliaia di persone vivono e si guadagnano la giornata bruciando ogni tipo di spazzatura elettronica. Passeggiando tra i fumi tossici e le baracche improvvisate di Agbogbloshie ci si imbatte in cellulari, condizionatori, trattori, lettori mp3, macchine rottamate, monitor e ogni genere di oggetto dal quale le persone che lavorano nella discarica possano estrarre ferro, rame, alluminio e altri metalli di valore.

L’Africa resta ancora il secchio di una dubbia raccolta differenziata elettronica del mondo, con Ghana e Nigeria a guidare la triste classifica dei paesi importatori.

Il Ghana importa almento 40mila tonnellate di e-waste all’anno e Agbogbloshie negli ultimi venti anni è diventato il più grande sito di riciclo informale del mondo, l’ultima spiaggia dei prodotti elettrici di fabbricazione occidentale. Questo ammasso di spazzatura di valore attrae migranti dal Nord del Ghana e da paesi limitrofi che finiscono per vivere, dormire, coltivare e allevare bestiame attorno all’inesauribile fonte di attività, debosciati dal flusso incessante della maleodorante poltiglia nera che macchia la terra, in condizioni igienico sanitarie terribili.

Comunque, le migliaia di scrap dealers che lavorano nella discarica perferiscono non definirla in questo modo. Per loro Agbogbloshie è un posto di lavoro dove guadagnare 2 o 3 dollari al giorno. L’area è una delle principali destinazioni dei 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici che si stima siano stati prodotti a livello mondiale nel 2018. Una quantità di ferraglia che equivarrebbe a 5mila Tour Eiffel. Solo il 20% di questa produzione finisce per essere riciclata, anche se ben 2/3 della popolazione mondiale vivono in Paesi con una legislazione che prende in considerazione il problema.

Quaranta milioni di tonnellate di e-waste finiscono invece nelle discariche o vengono bruciati o, ancora, trasportati in paesi dove le leggi sull’importazione e i controlli sulla riutilizzabilità di materiali di seconda mano sono meno stringenti.

I dati sui flussi verso questi Stati, quasi sempre africani o asiatici, sono discordanti e di difficile interpretazione. Anche in questi Paesi l’informatizzazione dei servizi e il consumo massivo di beni tecnologici stanno crescendo esponenzialmente. Secondo lo United Nations Environment Programme, l’85% dell’e-waste che riempie le discariche in Ghana sarebbe prodotto localmente o in altri paesi dell’Africa Occidentale e non sarebbe dunque di importazione. Il problema nel determinare quale sia l’effettiva responsabilità occidentale, in questa invasione di rifiuti, risiede nel capire se e quando l’esportazione delle apparecchiature elettriche ed elettroniche usate (UEEE, a livello internazionale) possa essere considerata o meno e-waste.

“Se gli UEEE possono essere realmente riutilizzati e se hanno un mercato, allora non ricadono sotto la categoria dell’e-waste. E si tratta di un’esportazione che ha il suo senso dato che estende la vita dei prodotti e riduce l’enorme impatto ecologico della produzione, garantendo alla classe media di paesi meno ricchi l’accesso a tecnologie a basso costo,” spiega Ruediger Kuehr, direttore dello United Nations University (UNU) Sustainable Cycle Programme.

Zero controlli: container riempiti (anche) da organizzazioni criminali

Dal momento che l’esportazione di e-waste è illegale, come stabilito dalla Convenzione di Basilea, gli scarti che provengono dall’Europa vengono spesso classificati come riutilizzabili. Non c’è una distinzione nei codici di commercio tra attrezzatura nuova e usata, una falla che rende difficile stabilire quanta parte di UEEE sia legale, quanta no. “Per capire se si tratta di materiale a fine vita, i prodotti dovrebbero essere testati. Semplicemente impossibile dato che i porti europei ricevono milioni di container e ci sono poche persone ai controlli per realizzare indagini di questo genere”, spiega Kuehr.

I rifiuti elettronici non provengono da inceneritori o discariche comunali, ma più spesso da punti di raccolta informali davanti centri di riciclo ufficiali o dalle strade o, a volte, vengono raccolti su internet. Il materiale illegale viene solitamente stipato in veicoli esportati per essere riutilizzati in Africa. Con l’appoggio di una rete, coinvolta in attività di esportazione clandestina, che spesso si appoggia su migranti ghaneani che vivono in Europa e avviano piccoli business familiari su questi traffici.

“Un recente studio dell’UNU sull’Africa Occidentale ha dimostrato come spesso l’esportazione avvenga attraverso le auto usate. Si parla del coinvolgimento anche di organizzazioni criminali, come la mafia rumena, ma ci sono ancora poche prove. Il flusso non si arresta perché i porti non sono in grado di monitorare ed effettuare ispezioni sulla quantità di container in arrivo ogni giorno. Nessun porto vuole rallentare le procedure aumentando queste ispezioni” dice Jim Puckett, Executive Director del Basel Action Network (BAN), un’associazione ambientalista che, pochi mesi fa, ha nascosto 314 dispositivi GPS su materiali elettronici di scarto in Europa, mappando undici casi in cui i rifiuti, non funzionanti, sono stati esportati verso Africa e Asia da Regno Unito, Spagna, Italia, Irlanda, Danimarca e Germania.

L'escamotage dell'Unione europea, l'opposizione dell'Africa

Il fine vita degli oggetti elettronici di uso quotidiano è un problema di scala globale, reso sempre più urgente dalla crescente obsolescenza dei device che quotidianamente utilizziamo e dalle difficoltà, anche dei paesi più sviluppati, di provvedere a un loro riciclo efficiente. L’Unione Europea prova a confondere le acque e ad allargare le maglie della definizione di esportazione per “riparazione”, con l’obiettivo di escludere questa fattispecie dalla definizione di e-waste. Ma si tratta comunque di materiale, prodotto in Occidente, la cui aspettativa di vita non è elevata. “Sono riusciti finora a inserire questo concetto nelle linee guida di Basilea sui movimenti transnazionali di e-waste. La nostra associazione BAN si oppone fortemente a questa idea. È grave che l’Unione Europea stia continuando su questa strada, a livello politico. Quando il materiale non è di scarto, la sua esportazione diventa legale”, spiega Puckett.

Il continente africano ha deciso di opporsi a questa politica e si è espresso unitariamente in un’importante dichiarazione alla Conferenza di Bamako contro l’importazione di rifiuti elettronici affermando il principio che qualsiasi cosa non funzionante va classificata come e-waste. Una definizione peraltro condivisa nei trattati tra i principali paesi più sviluppati. Il passo formale non è tuttavia corrisposto a un cambiamento reale nella gestione internazionale del problema: l’Africa resta ancora il secchio di una dubbia raccolta differenziata elettronica del mondo, con Ghana e Nigeria a guidare la triste classifica dei paesi importatori.

“Stimo che dall’Europa l’80% di ciò che viene portato in Africa sia non funzionante e illegale”, continua Puckett. “Bisogna credere a quel che si vede. In Ghana le autorità portuali ti dicono che il 75% dei beni che arrivano nel paese sono di seconda mano, dunque legali. Abbastanza surreale, dato che si parla anche di importazioni di cibo. Sono stato al porto di Tema, vicino ad Accra, e ho assistito alle operazioni di controllo. Ci sono macchine usate dagli Stati Uniti, container di plastica e carta usati dall’Europa, gomme e elettrodomestici usati, vestiti. L’idea è che il mercato locale ridarà vita a tutti questi prodotti per poi rivenderli. Gli strumenti elettronici finiscono in qualche piccolo negozio dove si prova a ripararli e venderli. Ciò che non ha mercato, una gran parte, viene portato ad Agblogbloshie con dei carrelli da supermercato”.

Agbogbloshie è l’ultima opportunità di riciclo, sulla pelle di chi ci lavora e di chi ci vive intorno

È un cantiere a cielo aperto, dove le persone si approcciano a ogni tipo di rifiuto elettrico, lo smembrano, riportandolo alle materie prime componenti, per guadagnare 2, 3 dollari al giorni. Normalmente i rifiuti vengono bruciati. Le nubi tossiche avvelenano l’aria e il luogo è considerato tra i dieci più inquinati al mondo. Recentemente un report di BAN e dell’International POPs Elimination Network (IPEN) ha dimostrato come l’industria dell’e-waste abbia serie ripercussioni sulla catena alimentare in Ghana. Lo studio ha mostrato alti livelli di diossina e di bifenili policlorurati nelle uova vendute al mercato che vive intorno alla discarica.

I giovani che lavorano ad Agbogbloshie si arrangiano con le mani e con il fuoco per estrarre metalli di valore dalle scorte inesauribili di plastica, fili e circuiti elettrici. Sono tanti gli studi che hanno illustrato le conseguenze dirette sulla salute di queste persone, esposte a sostanze letali che possono causare malattie ischemiche coronarie, infarti, malattie ostruttive polmonari, tumori, e infezioni respiratorie nei bambini.

Anche per questo negli anni si sono moltiplicati progetti sociali e opportunità di training, finanziati spesso dai paesi occidentali - in particolare la Germania - che hanno l’obiettivo di fornire delle alternative agli scrap dealers della discarica, insegnando loro metodi alternativi e più salutari per continuare a fare un lavoro che, realisticamente, rappresenta una risorsa imprescindibile. Uno di questi progetti consiste in un centro di riciclo pulito, che mette a disposizione una macchina automatica che separa il rame dai materiali di scarto nei cavi elettrici. L’associazione che gestisce la struttura garantisce anche corsi di formazione finalizzati a utilizzare in modo appropriato i macchinari.

“Riusciamo a fare arrivare qua il 30% dei cavi che entrano ad Agbogbloshie. Estraiamo i metalli in maniera rispettosa dell’ambiente e della salute delle persone che vivono ad Accra”, spiega Bennett Samuel Akuffo, uno degli operatori dell’Agbogbloshie Technical Training Centre. Gli scrap dealers possono consegnare anche il materiale al centro, dove viene processato in modo ecosostenibile, e vengono pagati per il valore dei metalli contenuti nel materiale portato. Un progetto interessante, uno di quelli finanziati dalla Germania, ma ancora troppo poco per porre un freno alla catastrofe ecologica in atto nell’area. “Io ho avuto una polmonite lavorando qua per tanti anni e conosco altre persone che hanno avuto malattie simili e problemi alle vie respiratorie. Ma vado avanti perché sono un ambientalista e credo in un futuro differente per questo pianeta”, conclude Bennett. Dovremmo essere in molti di più a pensarla in questo modo per fare un minimo la differenza.