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Fruste, bastoni e manganelli: polizia di frontiera rumena accusata di violenze contro i migranti

Migranti accusano la polizia rumena di violenze e respingimenti illegali nei pressi di Majdanpek, al confine con la Romania: foto dell'8 agosto 2020
Migranti accusano la polizia rumena di violenze e respingimenti illegali nei pressi di Majdanpek, al confine con la Romania: foto dell'8 agosto 2020   -   Diritti d'autore  Foto: cortesia APC_CZA
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Il 19 agosto, sei siriani e un egiziano bussano alla porta di una Ong di Belgrado per chiedere aiuto. Dicono di essere stati respinti in Serbia dalle guardie di confine rumene con violenza. Uno di loro è senza una gamba, amputata. Racconta che gli agenti rumeni hanno usato le sue stesse stampelle per picchiarlo.

C'è poi la storia di un altro gruppo di migranti, giunto al campo migranti di Subotica, in Serbia, attraversando Turchia, Grecia e Albania. Tenta la traversata del confine rumeno ma viene intercettato grazie all'uso di videocamere termiche. Si avvicinano alcune guardie di confine, in uniforme scura. Il più alto degli agenti tiene nella mano destra una frusta, inizia a colpire i malcapitati.

Avevano già esperito i colpi della polizia ungherese, ma mai era capitato loro di venire frustati, raccontano. Uno di loro ci ha quasi rimesso un occhio.

Le testimonianze raccolte da diverse Ong lungo il confine tra Serbia e Romania puntano tutte verso la stessa direzione: anche la polizia di confine rumena - così come quella di altri paesi lungo la rotta balcanica - utilizza violenza ai danni dei migranti.

Nella notte del 15 settembre, al confine tra Serbia e Romania, profughi palestinesi sono stati brutalmente picchiati dalla polizia di frontiera rumena, che li ha poi respinti in Serbia - anche con l'uso di manganelli. La polizia ha sparato mentre giacevano a terra.

Al confine con la Romania - lungo il Danubio e più su, nella provincia autonoma serba della Voivodína - pestaggi, indimidazioni e respingimenti contrari al diritto comunitario sembrano essere ormai la quotidianità.

É questa la nuova frontiera calda della rotta balcanica.

Numeri esatti è impossibile trovarne. Una Ong serba calcola che ogni giorno sono "almeno cinquanta" le persone riportate a forza dalla Romania alla Serbia; un'altra parla di una media di circa 400-600 a settimana.

Nel marzo scorso della questione si era occupato anche il Financial Times.

Cavi e manganelli usati per percuotere, utilizzo di elettroshock, vestiti dei migranti dati alle fiamme, colpi d'arma da fuoco sparati in aria.

Alcuni migranti parlano di veri e propri 'commando' di agenti vestiti di nero, con maschere da sci o passamontagna sul volto, per non farsi riconoscere.

Nel giugno scorso, Mohamed*, un iraniano, tenta di rientrare in Romania, dove gli è stato negato l'asilo. Viaggia con due compagni. Sono le 2 di notte e vengono intercettati al confine da agenti rumeni.

I telefoni vengono sequestrati, racconta Mohamed, e quando le autorità intuiscono dalle foto che due dei migranti hanno una relazione omosessuale, i poliziotti iniziano a insultarli e colpirli sulla schiena con pezzi di legno. Infieriscono anche quando cadono al suolo, non risparmiando la testa.

Molti degli episodi controversi inclusi in questa mappa sono raccolti dalla rete di monitoraggio Border Violence Monitoring Network (BVMN). Sul sito di Bvmn è presente un database di tutti i casi di violenza poliziesca riscontrati ai confini esterni dell'Unione Europea.

La polizia di frontiera rumena nega ogni violenza

Habil*, palestinese, per due mesi ha provato ad attraversare il confine serbo con Ungheria e Romania a piedi, ogni settimana. Un giorno, viaggiando con siriani e libici, viene trovato da poliziotti rumeni. Gli agenti confiscano al gruppo dai 300 ai 500 euro, racconta, quindi li circondano e li picchiano con bastoni su schiena e braccia.

Vestivano uniformi nere, e una sorta di calza nera a mo' di passamontagna sul volto, con un'apertura per gli occhi. Anche in questo caso, i telefoni vengono completamente distrutti.

Storie come quelle di Mohamed o Habil non riescono a valicare il confine serbo-rumeno, proprio come i migranti che le raccontano. Lo conferma Laurențiu Colintineanu, un giornalista locale: in Romania semplicemente non se ne sente parlare.

Organizzazioni rumene che collaborano con Unhcr per aiutare le vittime della tratta di esseri umani, come GTR - Generatie Tanara Romania, oppure il Consiglio Nazionale Rumeno per i Rifugiati (CNRR) - non sono al corrente delle violenze al confine.

La polizia di frontiera rumena, contattata da Euronews, nega ogni addebito e ci scrive che "tutte le azioni intraprese dalle guardie di frontiera rumene contro i migranti che si trovano ad agire illegalmente alla frontiera devono essere svolte in conformità con la legislazione nazionale e internazionale in vigore, compreso il rispetto dei diritti umani".

Da anni gli agenti rumeni sono attrezzati con sofisticate apparecchiature per la visione a distanza per prevenire gli attraversamenti illegali, sia di giorno che di notte.

In Serbia è in atto una sorta di ping pong: i migranti che non riescono ad attraversare un confine, provano ad attraversarne un altro. La provincia della Voivodína sta diventando un po' come Calais, in Francia, ma su una scala più grande.
Rados Djurovic
Direttore del Centro di Protezione dell'asilo (Apc-Cza)

Nei primi sette mesi del 2020, indica l'ispettorato generale della polizia di frontiera, sono stati 1.823 i migranti "trovati al confine con la Serbia mentre cercavano di entrare nel paese illegalmente".

Il diritto comunitario non consente respingimenti non motivati con provvedimento scritto dall'autorità giudiziaria, senza garanzie procedurali, senza possibilità per i migranti di ricorrere legalmente contro la decisione. Ma, soprattutto, nessun migrante può essere privato del diritto di chiedere asilo: espellerlo prima di dargli accesso all'iter procedurale è illegale.

Meno possibilità di passare in Croazia ed Ungheria: si apre la rotta rumena

Secondo Irena Abdelalem Abdelmaksoud, responsabile dei progetti con i minori non accompagnati per l'associazione Infopark, la rotta rumena ha iniziato ad essere battuta dopo le crescenti difficoltà incontrate dai migranti diretti in Croazia e Ungheria, due Stati appartenenti all'Unione Europea.

Gli abusi sui migranti da parte della polizia di frontiera di entrambi i Paesi è ormai cosa nota, dibattuta (e talvolta coperta) anche nei corridoi di Bruxelles.

"Il tipo di comportamento brutale durante i respingimenti da parte della polizia rumena è dello stesso tipo osservato prima in Ungheria, e dopo in Croazia", dice Irena di Infopark.

La sua associazione offre informazioni e corsi di lingua ai migranti, effettuando ogni giorno interviste con tutti coloro che vengono respinti alle frontiere e tornano a Belgrado. Chi è ferito o ha problemi di salute viene indirizzato alla sezione locale di Medici senza frontiere.

"Dopo la fine dello stato di emergenza in Serbia [a maggio], abbiamo notato un aumento [dei casi di respingimento] dalla Romania - numeri più alti rispetto all'Ungheria. Di solito non si vogliono fermare in Romania, vogliono continuare per ricongiungersi alle famiglie. Siriani e iracheni puntano alla Germania, mentre gli uomini che viaggiano da soli piuttosto alla Francia o al Belgio dove hanno già qualche tipo di contatto per lavorare in nero", continua Irena.

"All'inizio era più facile passare il confine in Romania, c'erano meno controlli e meno violenza. Poi col tempo abbiamo iniziato a raccogliere sempre più testimonianze [di violenze] anche al confine con la Romania. Tanti gruppi diversi, ma tutti raccontano la stessa cosa. Alcuni migranti dicono di aver chiesto asilo per non essere respinti, invano, mentre altri, che viaggiano in gruppo, non hanno nemmeno il coraggio di pronunciare la parola asilo: hanno timore che la polizia pensi che si vogliono fermare tutti in Romania".

Violenze direttamente proporzionali all'aumento della pressione migratoria

A tentare la traversata del confine rumeno sono in maggioranza siriani, curdi e yazidi.

A volte i gruppi sono composti quasi esclusivamente da donne, spesso e volentieri viaggiano con bambini anche piccoli. Prendono un bus da Belgrado fino al confine settentrionale, nella zona di Kikinda, e a quel punto provano il 'game' - più o meno difficile a seconda di quanto hanno pagato al contrabbandiere nella capitale serba.

Ricevono una posizione via Viber o WhatsApp e aspettano che arrivi una macchina a prenderli. A volte attendono anche una o due settimane.

Rados Djurovic, direttore del Centro di Protezione dell'asilo (Apc-Cza), dice che i pushback dalla Romania, i respingimenti illegali, si stanno facendo "sempre più cruenti".

"Sono iniziati almeno un anno fa, ma questo tipo di violenza è recente, cominciata 3-4 mesi fa. Sono collegati alla crescente pressione migratoria sulla Romania. Più aumentano i casi, più aumentano le violenze".

Apc-Cza è attiva dal 2007 nell'offrire assistenza legale, psicologica e sociale a richiedenti asilo e migranti in difficoltà e documenta su Twitter tutti i casi di violenza di cui viene a conoscenza. Scriveva di pestaggi ai danni di bengalesi già nel novembre 2019.

Ulteriori conferme arrivano anche da un'altra Ong serba, partner di Unhcr. Ivana Vukašević Beti, del Centro Umanitario di Integrazione e Tolleranza (Hcit), indica che il numero dei respingimenti dalla Romania ha iniziato a crescere nella seconda parte del 2019 e continua ad aumentare con regolarità, mese dopo mese.

Hcit si occupa di rappresentanza legale per richiedenti asilo e monitoraggio "ufficioso" dei confini.

"Questi migranti dovrebbero poter avere accesso alle procedure per la richiesta d'asilo in Romania", aggiunge Ivana Beti. "Abbiamo visto con i nostri occhi i lividi sulla pelle dei migranti. Nulla che faccia pensare ad un tipo di violenza brutale, ma le tracce sulla pelle sono inequivocabili. A tutto questo si aggiungono estorsioni, distruzioni di beni e telefoni, è una pratica diffusa e che qui in Serbia si conosce da tempo".

Tamas Soki/AP
La recinzione tra Ungheria e Serbia in una foto d'archivio del 2015Tamas Soki/AP

Serbia zona cuscinetto stritolata tra le esigenze dei vicini

Se il confine con l'Ungheria è un'area altamente militarizzata (per passare la frontiera i contrabbandieri hanno perfino scavato dei tunnel sotto la recinzione), il confine rumeno-serbo è un’area in gran parte non sorvegliata.

Come spiega Rados Djurovic, da quando l'Ungheria ha chiuso le zone di transito, poste in corrispondenza della recinzione innalzata al confine con la Serbia, i controlli si sono intensificati e i migranti hanno sempre più difficoltà a passare il confine.

Quando vengono intercettati, vengono subito respinti.

La Serbia è sempre più tollerante verso questo tipo di respingimenti da parte dell'Ungheria, aggiunge Djurovic, "ma la situazione è tetra e si sta deteriorando. La Serbia sta diventando una zona cuscinetto per assecondare le esigenze dei suoi vicini. Un posto in cui le persone rimangono bloccate senza sapere come uscirne. Da sola non può farcela. L'attitudine di chi pensa che prima o poi riuscirà a passare il confine non fa che aumentare il numero di persone bloccate qui".

Al confine settentrionale c'è in atto "una sorta di ping pong", continua Djurovic. "Chi non riesce ad attraversare un confine, prova ad attraversarne un altro. La provincia della Voivodína sta diventando un po' come Calais, in Francia, ma su una scala più grande. Il nord della Serbia sta diventando un po' come una zona di guerra".

Dall'altro lato del paese, intanto, il presidente serbo Vučić ha dato ordine di costruire una barriera di filo spinato al confine con la Macedonia del Nord.

Cosa ne dice l'Unione Europea?

Da Bruxelles sottolineano che l'organo esecutivo della UE non ha potere di indagare su presunti comportamenti scorretti da parte degli agenti degli Stati membri. Ad esempio, Ylva Johansson, commissaria agli affari interni, ha chiesto alla Grecia di far luce sui respingimenti illegali di migranti verso la Turchia effettuati dalle stesse autorità greche.

I refoulement però sono vietati dal diritto UE e dal regolamento Schengen, sottolinea Francesco Maiani, esperto di leggi e politiche migratorie europee dell'Università di Losanna. "Il ricorso per infrazione da parte della Commissione è applicabile in queste situazione, e le sanzioni economiche, in caso di infrazione, possono essere anche pesanti".

C'è un problema, tuttavia.

La Commissione "gode di discrezionalità nella decisione di portare un paese davanti alla Corte di giustizia dell'Unione Europea. E se non intende farlo politicamente, nessuno la può obbligare a farlo", aggiunge il prof. Maiani.

"Le vie di accountability esistono, ma non vengono esercitate dalla Commissione. Lo dimostra il caso greco: la Commissione dice di non avere il potere di investigare i casi dei migranti respinti illegalmente in Turchia, nonostante il dossier sia ormai maturo da tempo".

Altri tipi di 'punizioni', come la sospensione dei diritti di uno Stato membro - la cosiddetta 'arma atomica' dell'articolo 7 del Trattato sulla UE, che scatta per violazione gravi e persistenti dei principi sui quali poggia l'Unione - sono secondo Maiani sin qui di assoluta inefficacia. "I casi di Polonia e Ungheria dimostrano che il Consiglio non ha finora dimostrato volontà di applicare questa procedura".

La Commissione europea proporrà il 23 settembre il nuovo patto europeo sull'immigrazione e l'asilo e non ha voluto anticipare a Euronews se il nuovo documento programmatico introdurrà misure più severe per sanzionare gli Stati dell'UE colpevoli di maltrattamenti contro migranti e richiedenti asilo - o, quantomeno, un migliore monitoraggio delle attività della polizia di frontiera (alcune delle quali lavorano fianco a fianco con Frontex).

Impossibile infine per i migranti cercare di portare uno Stato membro davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Bisognerebbe in primo luogo avere accesso ad un giudice rumeno. Un accesso che i migranti, se vengono picchiati e respinti prima di poter aprire bocca, semplicemente non possono avere.

"La Commissione prende molto sul serio le accuse di respingimenti e maltrattamenti. Le autorità amministrative e giudiziarie nazionali hanno la responsabilità di garantire il rispetto dei relativi obblighi, anche in relazione alla protezione dei diritti fondamentali", scrive un portavoce della Commissione a Euronews. "La Commissione ha ripetutamente sottolineato che, se la protezione delle nostre frontiere esterne è una priorità, lo è anche sostenere i nostri diritti e valori fondamentali. Qualsiasi misura adottata deve essere proporzionata, necessaria e rispettare tutti i diritti fondamentali".

Vadim Ghirda/AP
Foto d'archivioVadim Ghirda/AP

*nome di fantasia per proteggere l'anonimato del soggetto