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Le città dopo la pandemia da Covid-19: la terza via della Cina

Plastico della new town di Zhaoqing, provincia del Guangdong, Cina
Plastico della new town di Zhaoqing, provincia del Guangdong, Cina   -   Diritti d'autore  Samuele Pellecchia/Prospekt
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Nel corso della storia le pandemie sono sempre state un impulso alla modernizzazione dei tessuti urbani, allo scopo di creare città più resilienti.

Per fare qualche esempio, le epidemie di colera che devastarono Parigi nella prima metà dell'Ottocento, portarono a un vasto programma di lavori pubblici tra il 1851 e il 1868, sotto la direzione dell'allora prefetto George-Eugène Haussman, che cambiò radicalmente il volto delle capitale francese: dalle stradine medievali malsane, dove Victor Hugo ambientò I Miserabili, si passò ai grandi viali e ai parchi, che sono oggi un elemento distintivo della città; vennero rinnovate le reti idriche e fognarie. Stesso discorso per Londra, che reagì con il Public Health Act del 1848, la prima legge per la tutela della salute pubblica, con cui gettò i semi della pianificazione urbana moderna.

La pandemia da Covid-19 ha rivoluzionato le nostre vite. In tutto il mondo sono allo studio ipotesi su come cambieranno le nostre città, e su come si possa prepararle ad affrontare una futura nuova emergenza sanitaria di questa portata.

Ne abbiamo parlato con Michele Bonino, professore associato di Composizione architettonica e urbana presso il Politecnico di Torino e delegato del Rettore per le relazioni con la Cina. Bonino ha anche curato con Carlo Ratti, ingegnere e professore al MIT, la sezione "Eyes of the city" della Biennale di Shenzhen, uno dei più importanti eventi di architettura e urbanistica al mondo. A causa del coronavirus è stata aperta solo dal 21 dicembre al 25 gennaio, ma aveva già avuto 150.000 visitatori.

Francesco Merilini/Prospekt
Cina, Biennale di Shenzhen, ottava edizioneFrancesco Merilini/Prospekt

Professore, come è possibile che il coronavirus si sia sviluppato in una città come Wuhan, con ambizioni da smart city, che ha fatto grandi investimenti nel settore tecnologico e sanitario?

Le città cinesi hanno una duplice anima. Anche se si sta indebolendo, esiste ancora il sistema dell'hukou, il doppio passaporto cinese, che lega la popolazione al luogo di nascita, e la suddivide in coloro che hanno un certificato di residenza urbano e quelli che hanno quello rurale. Né agli uni né agli altri è consentito il trasferimento. Esiste da oltre tre decenni per controllare l’inurbamento.

Tuttavia, attratte dai vantaggi lavorativi della città, molte persone si trasferiscono comunque e finiscono con il vivere senza passaporto cittadino in clandestinità. Dunque nella stessa modernissima, sviluppatissima Wuhan ci sono anche realtà che rimangono rurali, come è il caso delle zone con con i mercati di animali selvatici. Sono comunità che non hanno diritto alla sanità, e quindi si organizzano autonomamente, con propri ospedali, scuole e così via.

Monitorare questa fascia di popolazione ha reso difficile anche il conteggio delle infezioni. La sanità ufficiale cinese è modernissima, ma esiste anche questa realtà sommersa, che è di fatto un altro sistema. A Pechino questa popolazione rurale rappresenta il 20%. Non è facile dunque pianificare scelte urbanistiche e i trasporti. Non è un caso che, quando si chiede il numero di abitanti di una città cinese, ci siano notevoli oscillazioni.

Francesco Merlini/Prospekt
Cina, Biennale di Shenzhen, ottava edizioneFrancesco Merlini/Prospekt

Quanto questa pandemia farà diventare più "intelligenti" le nostre città?

Le nuove tecnologie sono molto interessanti, ma davanti all’imprevedibilità di un’emergenza sanitaria, penso che siano molto più efficaci gli interventi sulla forma e l’organizzazione fisica dei centri urbani. Le città hanno un ritmo di cambiamento molto lento, che fa invecchiare velocemente ogni innovazione tecnologica. Anche se le misure urbanistiche necessitano di molto più tempo per essere messe in campo, hanno una durata effettiva.

Come architetto osservo che l’organizzazione e la conformazione fisica delle città in Cina ha influito molto sulla possibilità di contenere il contagio, a parte l’uso autoritario di mezzi tecnologici di contenimento drastici e invasivi. L'organizzazione in comunità di lavoro chiuse, negli anni ’70, ai tempi del controllo sociale di Mao Tse-Tung, che aveva creato dei “compound”, ognuno con la parte residenziale, la fabbrica, le scuole, ha lasciato un segno nelle grandi città cinesi. Sono rimaste strutturalmente divise in questi quartieri. Quest'organizzazione della città in "recinti", ancora visibile anche se legalmente non esiste più (se non in pochi casi), ha agevolato il confinamento, la quarantena. La forma fisica della città cinesi ha funzionato meglio rispetto al modello della città più fluida, dove c’è molta più promiscuità. Forse questo può averci insegnato l’esperienza cinese. La smart city del futuro potrebbe seguire questa terza via.

Perché una terza via?

La terza via di una città composta da tante comunità decentrate, la città "arcipelago", tante isole a scala umana. Le altre vie sono quelle che ben conosciamo: la città gerarchizzata, dove la vita si concentra in un centro, la città densa ad economia compatta; l'altra è la città diffusa, legata ad uno stile di vita individuale, con le case sparse sul territorio.

Pensando alle città cinesi, mi chiedo se quella struttura più decentrata di tante comunità a bassa densità, nata 50 anni fa, possa sostituire il modello della massima densità che ha portato in Europa a prezzi esplosivi al metro quadrato, alla gentrificazione, alla congestione dei trasporti, possa essere un paradigma urbanistico, un modello di sostenibilità. Il terzo modello, con tante comunità urbane che formano tanti piccoli centri, di scala medio-piccola, che hanno meno prossimità, aiuterebbe anche ad affrontare emergenze sanitarie come quella che stiamo vivendo.

Questi temi saranno oggetto di riflessione anche nell'ambito di una mostra che inauguremo ad ottobre al Museo d'arte orientale di Torino, dal titolo “China Goes Urban”, dedicata alle città cinesi e a come stanno diventando un punto di riferimento per l’urbanizzazione planetaria.

Samuele Pellecchia/Prospekt
New town di Tongzhou, Cina, 2019Samuele Pellecchia/Prospekt