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Covid-19, parlano medici e infermieri alla prima esperienza in corsia: "Avrei potuto fare di più?"

Covid-19, parlano medici e infermieri alla prima esperienza in corsia: "Avrei potuto fare di più?"
Diritti d'autore  Una delle foto simbolo dell'epidemia di Covid, scattata da PAOLO MIRANDA/AFP all'ospedale di Cremona il 13 marzo scorso.
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Dopo il suicidio di un’infermiera di un ospedale di Monza, il dibattito sull’impatto psicologico del coronavirus sul personale sanitario è cresciuto sempre di più in Italia.

La FNOPI (Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche) ha dichiarato infatti che tra i 26 infermieri morti dallo scoppio dell’epidemia due si sono suicidati, denunciando anche la forte “condizione di stress a cui i professionisti sono sottoposti”.

Ad oggi sono decine le iniziative fiorite in tutta Italia per offrire gratuitamente supporto psicologico al personale sanitario e ai cittadini provati dall’emergenza del Covid-19. Così tante da convincere il Ministero della salute a elencarle tutte in una pagina apposita del suo sito.

Tra i professionisti che combattono il coronavirus, ci sono anche dei giovani che sono stati assunti – appositamente o per casualitàproprio durante lo scoppio dell’epidemia. Euronews ha raccolto alcune delle loro storie e gli ha chiesto di raccontare come gestiscono il carico psicologico di questa emergenza. Si sono raccontati attraverso dei nomi di fantasia per proteggere la privacy dei loro pazienti.

“Ogni volta che torno a casa, ho paura che il virus venga via con me”

Sabrina è un’infermiera di 25 anni che ha iniziato a lavorare in una clinica privata con terapia intensiva di Roma poco prima dell’inizio dell’emergenza.

Racconta così la sua giornata: “Dopo i controlli per verificare che non ho la febbre, il turno inizia con il ‘riscaldamento’. Gli ascensori sono off limits, perché ormai solo una persona alla volta può prenderlo ma noi del personale lo evitiamo sempre, quindi cinque piani a piedi per arrivare al reparto, ed è meglio di qualsiasi jogging mattutino” scherza l’infermiera.

Brescia - Foto di Piero CRUCIATTI / AFPPIERO CRUCIATTI

“In reparto il rischio della paranoia è sempre dietro l’angolo: quello accanto a te tossicchia, e ti chiedi, lo avranno controllato correttamente? Poi c’è una zona filtro dove inizia il vestimento: lavaggio mani con soluzione alcolica, doppio camice, calzari, copri calzari, guanti, mascherina, occhiali, cuffia idrorepellente per i capelli, visiera a maschera dalla fronte fino al collo, doppio paio di guanti, mascherina filtrata e sei pronto” racconta Sabrina.

Agli infermieri spetta, infatti, il compito di effettuare i tamponi ai pazienti per verificare la loro positività al virus.

“Il tampone da effettuare è sia faringeo che nasale. Appena entro cerco di chiacchierare un po’ con il paziente, perché quando ti vede così bardato si spaventa subito, pensa ‘allora sto male davvero’. Fatto il tampone esci e ti svesti: nel frattempo ti sei fatto una sudata che non ti immagini, ma per fortuna quello che avevi indosso è tutto monouso” racconta Sabrina.

“Quando sono in ospedale paradossalmente è più facile non farsi abbattere, perché noi del personale ci aiutiamo a vicenda e cerchiamo di rimanere sempre allegri, ma quando torno a casa e ascolto i telegiornali tutta l’angoscia torna su” spiega l’infermiera.

“Ogni volta che lascio l’ospedale ho sempre paura che il virus venga via con me e mi segua a casa. Prima dell’emergenza vivevo con i miei genitori, ora mi sono trasferita in una nuova casa; non li vedo da più di un mese ma non sopportavo l’idea di esporre anche loro al virus” racconta Sabrina.

“La domanda più spaventosa è ‘Potevo fare di più’?”

Giovanni ha 26 anni, si è laureato in medicina l’estate scorsa e da pochi giorni ha iniziato a lavorare in un centro covid di terapia sub-intensiva che fa capo al Policlinico Gemelli di Roma. La sua è una delle cosiddette strutture “spoke”, centri destinati alla gestione di pazienti infettati dal virus che non sono in condizioni critiche.

“Nel centro tengo sotto osservazione quei pazienti che non hanno bisogno di essere intubati ma solo ventilati” racconta il giovane medico. “Sono pazienti in bilico su un burrone. Perché possono guarire, ma anche peggiorare. Il nostro compito è monitorarli costantemente, perché il peggioramento non è immediato: quando ci rendiamo conto che la situazione sta degenerando facciamo intervenire l’anestesista e il rianimatore, che fanno trasferire il paziente nel centro principale di riferimento”.

Secondo Giovanni “Noi medici non abbiamo tanto paura di prendere la malattia, quanto di non essere in grado di evitare la morte del paziente. La domanda più spaventosa alla fine del giorno non è ‘mi sarò ammalato?’ ma piuttosto ‘potevo fare meglio, potevo fare di più?’”.

Ciò nonostante, quando è stato aperto un bando per reclutare nuovi medici per le strutture Covid Giovanni non ci ha pensato troppo. “Appartengo a quel gruppo di medici neolaureati che sono stati abilitati d’ufficio, perché l’emergenza che si stava prospettando era troppo grande. Sapevo che sarebbe stato un nostro dovere, nel caso ci fosse stata carenza di personale, fare un passo avanti. E così è andata” racconta.

“Ora siamo troppo stanchi per pensare, dopo ci renderemo conto dell’impatto emotivo”

Marta lavora come educatrice in una residenza assistenziale sanitaria nel Trentino, dove vivono pazienti anziani non auto sufficienti, come alcuni affetti da Alzheimer. Ha iniziato a lavorare quando i primi casi di covid19 erano già comparsi in Italia.

Nonostante non esistano dati ufficiali sugli ospiti di questo tipo di strutture morti per il coronavirus, nelle settimane passate più di una associazione ha denunciato il rischio corso dai residenti nel contrarre il virus.

“Con l’epidemia il personale si è ridotto all’osso, perché alcuni si sono ammalati, e noi rimasti affrontiamo turni di lavoro massacranti. Abbiamo chiuso gli ingressi ai familiari dei residenti, ma cerchiamo di continuare a mantenerli aggiornati e di tranquillizzarli” racconta Marta.

“Alcuni dei nostri residenti sono consapevoli di che cosa sta accadendo, hanno paura di morire e di essere contagiati e così si aggravano i loro scompensi. Paradossalmente, più aumenta il loro bisogno di attenzione più diminuisce la nostra forza lavoro” spiega l’educatrice.

“Siamo esposti costantemente a una situazione di sofferenza e di morte. Conviviamo con l’impotenza e il senso di colpa perché vorremmo fare più di quanto possiamo. Ora siamo troppo stanchi per pensare, ma appena ci fermeremo ci renderemo conto dell’impatto emotivo di tutto ciò” sostiene Marta.

Ma c’è anche un aspetto positivo: “In questa situazione scopri la grande umanità delle persone che ti stanno accanto. Sono molto fiera delle persone con cui lavoro. Quando tutto sarà finito, dovremo pensare al grande vuoto, emotivo e culturale, lasciato dalle persone più anziane. E ricordarci anche che queste case sono strutture dove si va a vivere, e non a morire” racconta Marta.

Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo - Piero CRUCIATTI / AFPPIERO CRUCIATTI

L’appello degli psicologi a mantenere alta l’attenzione

Dopo il suicidio dell’infermiera del San Gerardo di Monza, un gruppo di psicologi e psicoterapeuti in formazione ha scritto una lettera al presidente Conte, per riaffermare l’importanza del sostegno psicologico al personale sanitario.

“Avevamo la preoccupazione che questo suicidio venisse archiviato, per questo abbiamo scritto quella lettera” racconta a Euronews Giada Scifo, psicologa di 28 anni e autrice della lettera.

Li chiamiamo eroi, eppure così non riconosciamo la loro fatica, veicoliamo il messaggio che se cerchi aiuto è perché sei inadeguato” spiega Scifo.

“Volevamo aprire un dibattito su come noi psicologi veniamo impiegati nella sanità pubblica. Nella realtà dei fatti è difficile, se escludiamo alcune strutture virtuose, che gli ospedali abbiano nei loro reparti la figura dello psicologo” racconta Scifo. “Penso che ci sia ancora un pregiudizio riguardo alla salute mentale, rispetto a quella fisica: l’idea di chiedere aiuto e farsi aiutare è ancora, molto spesso, un tabu” sostiene la psicologa.

Il personale sanitario può soffrire di burn out, attacchi di panico e disturbi del sonno

Il dottore Adriano Legacci, assieme a 200 colleghi in tutta Italia, ha dato vita all’iniziativa “Psicologi per il coronavirus” per offrire sostegno gratuito al personale sanitario ma anche ai comuni cittadini.

Lo stress dei lavoratori può portare a svariati disturbi: “Parliamo di disturbi post traumatici da stress, attacchi di panico, disturbi del sonno e difficoltà a tornare a svolgere la propria attività” spiega Legacci.

“Recentemente ci siamo occupati di un medico che ha sviluppato una forma di burnout in termini molto rapidi” racconta Legacci. “Il burnout è come una bruciatura emotiva che fa perdere interesse per gli esseri umani, provoca angoscia e disperazione. Avviene spesso quando conservare l’empatia e l’attenzione verso il paziente comporta un coinvolgimento emotivo troppo grande” spiega lo psicologo.

I fattori di stress che il personale sanitario deve affrontare ogni giorno, riassume Legacci, sono tre: “Lo stress fisico derivato dagli orari di lavoro prolungati e sempre con l’attrezzatura, prima di tutto. Poi ci sono le decisioni che riguardano la vita e la morte degli altri esseri umani: un bagaglio emotivo che ogni giorno l’operatore porta con sé a casa” spiega lo psicologo.

“A questo si aggiunge il senso di colpa per portare dalla cosiddetta trincea alla casa il pericolo” spiega Legacci. “Come se ciò non bastasse, in alcuni casi a questo si aggiunge la diffidenza e l’ostilità, più o meno coscienti, che un compagno, un figlio o un genitore possono provare nei confronti del personale sanitario, perché temono di venire infettati” continua lo psicologo.

Quel che è certo, secondo Legacci, è che queste iniziative di supporto psicologico non potranno interrompersi con la fine della crisi sanitaria. “Ancora non c’è una vera percezione dell’impatto emotivo di questa emergenza, vedremo i reali effetti solo tra qualche mese” sostiene lo psicologo.