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Tutto quello che dovete sapere sulle elezioni anticipate in Kosovo

Tutto quello che dovete sapere sulle elezioni anticipate in Kosovo
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Il parlamento di Pristina, Kosovo, dopo le dimissioni del primo ministro Ramush Haradinaj il 22 agosto scorso - REUTERS/Laura Hasani
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Domenica 6 ottobre non si vota solamente in Portogallo ma anche in Kosovo, dove 1.7 milioni di cittadini sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo parlamento.

Si tratta della quarta elezione (anticipata) da quando il piccolo Stato balcanico ha dichiarato uniteralmente l'indipendenza dalla Serbia nel 2008: nessun esecutivo finora è riuscito a completare un mandato di legislatura.

Si va alle urne dopo le dimissionidel primo ministro Ramush Haradinaj a luglio e il conseguente scioglimento delle Camere. Haradinaj è leader del partito conservatore Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK). Ex comandante della guerriglia kosovara nel conflitto del 1998-99 contro le forze serbe, 51 anni, si è dimesso perché indagato da un tribunale internazionale per sospetti crimini di guerra. In passato, era già stato processato e assolto tra numerose polemiche.

L'indipendenza del Kosovo è riconosciuta da oltre 100 nazioni: tra esse, gli Stati Uniti, i quali vedono queste elezioni come un’opportunità per riaprire un dialogo pacifico con la Serbia. Tuttavia, la Russia, la Cina e cinque nazioni europee (Grecia, Cipro, Romania, Slovacchia e Spagna) stanno dalla parte serba, che a livello internazionale fa attività di lobbying per convincere i paesi delle Nazioni Unite a ritirare il loro riconoscimento del Kosovo. L'ultimo in ordine di tempo ad aver ritirato il proprio riconoscimento, secondo Belgrado, sarebbe il Togo.

Coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel negoziato a Bruxelles

Le trattative con la Serbia a Bruxelles, con la mediazione dell'Unione, sono arenate da tempo. In queste ore tuttavia gli Stati Unti hanno nominato il loro ambasciatore a Berlino, Richard Grenell, inviato speciale americano per il negoziato.

Soddisfatto il presidente kosovaro Hashim Thaçi, per il quale questo diretto coinvolgimento degli Stati Uniti consentirà di arrivare a un accordo di pace e al possibile riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte della Serbia.

Ha espresso sorpresa il presidente serbo, Aleksandar Vučić, perché Washington aveva già nominato un inviato speciale per i Balcani occidentali, Matthew Palmer. Il Capo di stato ha poi ribadito l'invito a votare per Srpska Lista, l'unica delle quattro formazioni politiche serbe in corsa alle elezioni kosovare sostenuta da Belgrado.

Tra Serbia e Kosovo le tensioni, in questi anni, non sono mai cessate. Entrambi però aspirano ad entrare nell'Unione Europea.

Una mappa che mostra le aree in cui è concentrata la minoranza serba in Kosovo

Il Kosovo non è membro né della Nato né della UE e i suoi cittadini sono gli unici di tutti i Balcani occidentali che hanno bisogno ancora di un visto per viaggiare in Europa. Tuttavia, secondo gli analisti consultati, la questione serba non sarà in cima alla lista delle preoccupazioni degli elettori. Le priorità dei kosovari sono piuttosto:

  • misure concrete per arginare lo spopolamento e la disoccupazione;
  • migliorare il sistema educativo;
  • una sanità garantita per tutti i cittadini (così non è, oggi);
  • lotta alla corruzione e al nepotismo;
  • standard di qualità della vita più accettabili: in alcune regioni, tra il 25% e il 40% della popolazione non è ancora raggiunta da reti fognarie.
Un uomo con la bandiera del Kosovo e quella albanese durante la cerimonia per il 20esimo anniversario dell'intervento NATO alla presenza dell'ex presidente americano, Bill Clinton. Pristina, 12 giugno 2019 - REUTERS/Florion Goga

Priorità politica: ripresa del dialogo con Serbia e UE per sbloccare l'impasse sui visti

“Queste elezioni sono importanti perché il dialogo Belgrado-Pristina è al momento completamente fermo: una sua ripresa è condizione essenziale per arrivare alla normalizzazione delle relazioni. Un punto importante per il Kosovo sarà ottemperare ai criteri Ue per la lotta alla corruzione, che sono ben misurabili: senza questo, i giovani kosovari non potranno godere del sistema di visti agevolati per trovare lavoro in area Schengen ottenere quelle rimesse economiche che sono fondamentali in un paese dalla economia non sostenibile", l'opinione di Alessandro Politi, direttore della NATO Defense College Foundation.

Il Kosovo ha la popolazione più giovane d'Europa (l'età media è di 29 anni, meno di un decimo della popolazione ha più di 65 anni) e fa registrare una crescita media annua del PIL del 4% nell'ultimo decennio. Eppure, oltre un terzo della popolazione non lavora, percentuale che sale al 60% tra i giovani. Oltre 200mila kosovari hanno lasciato il loro paese e hanno presentato domanda di asilo nell'Unione Europea da quando il paese ha dichiarato la propria indipendenza.

Nel 2013 il Kosovo e la Serbia hanno accettato di sedersi al tavolo delle trattative sotto la supervisione della UE, ma da allora i progressi sono stati scarsi. "Il 90% dei partiti kosovari rifiuta ogni compromesso che includa cessioni di territorio in favore di Belgrado o la concessione di ancor più autonomia alle comunità delle minoranze serbe, che vivono nel nord del paese", indica Naim Rashiti, executive director del think tank regionale Balkan Policy. L'idea di una revisione dei confini, proposta dai presidenti Thaçi e dal suo omologo serbo Vučić, trova inoltre l'opposizione di stati come la Germania per il timore che qualsiasi tipo di scambio territoriale possa scatenare ulteriori instabilità nei Balcani occidentali.

Guerra commerciale e concessioni territoriali: difficile che le trattative decollino

Nel novembre 2018, Pristina ha imposto una tassa del 100 per cento sulle importazioni di prodotti serbi come rappresaglia per l'azione diplomatica serba a livello internazionale. La UE ha chiesto la fine di questa guerra commerciale. Le conseguenze sono state finora discutibili: il prezzo di alcuni prodotti al consumo è aumentato a discapito della fascia più vulnerabile della popolazione. Ciononostante, il Kosovo considera la misura un successo. Non solo: la parte più controversa politicamente di questa misura, indica Rashiti, è che nel paese non vengono distribuiti i prodotti provenienti da Serbia e Bosnia che non recano sull'etichetta il nome costituzionale della Repubblica del Kosovo. Tutte le merci etichettate "Kosovo i Metohija" (il nome ufficiale serbo del Kosovo) o "Kosovo/UNMIK" (l'amministrazione dell'ONU) sono ritirate dal mercato. "In futuro, continueremo ad assistere ad una guerra commerciale tra le due parti", aggiunge Rashiti.

"L'azione del Kosovo lede principi di politica internazionale che il Kosovo stesso ha sottoscritto, come l'accordo commerciale CEFTA tra i paesi della regione", aggiunge Giorgio Fruscione, ricercatore di ISPI. Politi, dal canto suo, fa notare come "il Kosovo importa il 70% degli alimenti dalla Serbia, e questo la dice lunga sullo stato dell’agricoltura kosovara".

Bisogna sottolineare che tutti gli analisti consultati concordano sul fatto che le trattative tra Serbia e Kosovo non decolleranno di certo con il nuovo esecutivo, anche se a vincere sarà un partito come VV (vedi sotto), dalle posizioni più oltranziste rispetto a quelle di Haradinaj e contrario ad ogni concessione territoriale. "Questo perché "le trattative sono condotte dai due presidenti della repubblica e le forze parlamentari sono escluse da questo dialogo. Il premier Haradinaj ha il divieto di entrare in Serbia ed è oggetto di mandato cattura internazionale emesso da Belgrado. Il governo è quindi molto escluso dai negoziati, la politica estera è gestita da Thaçi", afferma Fruscione.

Il presidente serbo Aleksandar Vucic durante un'intervista alla Reuters nel marzo scorso - REUTERS/Marko Djurica

La diaspora kosovara sempre meno interessata alla politica interna

Rashiti stima che dei 7-800mila kosovari che vivono all'estero, solamente 35mila ha fatto richiesta per votare via posta. "Sono in pochi a votare, tra i kosovari della diaspora. Siamo già alla seconda o terza generazione, si sentono sempre meno legati alla vita quotidiana della società kosovara".

"Si tratta di una comunità molto slegata dal punto di vista politico perché ha lasciato un paese che non è stato in grado di garantire condizioni di vita accettabili", gli fa eco Fruscione. "Non penso che qualunque esecutivo riuscirà a risolvere i veri problemi strutturali del Kosovo, tra cui l'accesso ai servizi di base, l'istruzione, la sanità, l'inquinamento e lo smaltimento dei rifiuti, la corruzione".

La possibilità di assicurarsi un impiego spesso richiede disponibilità di denaro contante o legami politici: questo meccanismo è fonte di crescente frustrazione per le giovani generazioni kosovare. "I giovani nati dopo la guerra hanno capito il valore della lotta di liberazione, ma la corruzione che ne è seguita ha riempito le tasche degli ex combattenti. Non ne possono più di non poter trovare un lavoro, non poter avere un visto per poter emigrare e avere servizi insufficienti in patria", conclude Politi. "L'elettorato è volatile, sfiduciato ma anche radicato in campanilismi e clientele: uno scenario che un italiano è in grado di comprendere benissimo".

I partiti ai nastri di partenza: chi vincerà?

I kosovari potranno scegliere tra 25 liste, tra cui anche la Srpska appoggiata dai serbi che vorrebbero revocare l’autonomia del Paese. La soglia per entrare in parlamento è fissata al 5%. Nessun analista è in grado di prevedere chi governerà in quanto non c'è nessuna formazione in grado di staccare nettamente le altre. Fondamentali saranno le alleanze di governo. Nel 2017, la coalizione di governo è stata formata dai tre ex leader dell'esercito di liberazione del Kosovo - Haradinaj, Kadri Veseli e Fatmir Limaj; ma questa volta corrono da avversari.

Le forze politiche sono raggruppate in quattro poli principali, anche se decisivo potrebbe risultare l'appoggio di una quinta forza (l'iniziativa socialdemocratica Nisma, data al 5-6%).

  • Lega democratica del Kosovo (LDK), il più antico partito politico locale, di stampo conservatore e con posizioni vicine al nazionalismo albanese. Dopo un decennio di declino, nelle elezioni generali del 2017 si è assicurato il controllo del maggior numero di municipi. Al momento siede all'opposizione con 25 seggi su 120 in Parlamento. La candidata è Vjosa Osmani. Ci si aspetta che ottenga un numero di preferenze intorno al 25%.
  • Vetevendosje (LVV) è l'altra forza al momento all'opposizione. Nazionalista ma da sinistra, il suo leader Albin Kurti vorrebbe l'unificazione del Kosovo e dell'Albania. Potrebbe ripetere l'exploit del 2017 (27.4%) e governare insieme a LDK se i due partiti troveranno l'accordo su un nome comune. Proiezione: 22-24%;
  • Partito Democratico del Kosovo (PDK), la formazione politica del presidente Hashim Thaçi, è guidata da Kadri Veseli, ex combattente nella guerra di liberazione, il quale ha ricoperto per due volte la carica di presidente del Parlamento ma ha aspirazioni da primo ministro. Punta al più alto incarico anche questa volta lanciando messaggi di lotta contro la corruzione e il nepotismo. Si tratta del partito rivale di LDK. Attese: 20-22% dei voti.
  • Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK) è la formazione politica del premier dimissionario Haradinaj, alleata con i socialdemocratici del PSD. Percentuale stimata: 15-18%, ovvero il doppio rispetto al 2017.

Orari e date da tenere a mente

Urne aperte dalle 7 alle 19, al mattino di lunedì si dovrebbe avere già buona parte dei risultati finali. Il partito che avrà più voti sarà quello che, con tutta probabilità, proporrà il nome del prossimo premier. La data chiave sarà quella dell'elezione del presidente del Parlamento: solo allora si potrà capire quale maggioranza governerà il paese.

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