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DIG Awards 2019: investire nel giornalismo d'inchiesta è un "fatto personale"

DIG Awards 2019: investire nel giornalismo d'inchiesta è un "fatto personale"
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"Personal Matters" è il manifesto della quinta edizione dei DIG Awards di Riccione, il festival di giornalismo investigativo culminato con la premiazione dei vincitori sabato 1° giugno.

Presidente di questa edizione è stata la scrittrice e giornalista canadese Naomi Klein. Dal suo primo libro, "No Logo", uscito nel 2000, e divenuto in men che non si dica il manifesto mondiale del movimento no-global, a star della nuova sinistra americana, Naomi Klein ha scritto un nuovo libro "On Fire, The Burning Case for a Green New Deal".

Ai nostri microfoni la Klein ha insistito sulla necessità di investirsi personalmente nel proprio lavoro, soprattutto nel lavoro di inchiesta: "Non si può rischiare la propria vita per qualcosa che ti è indifferente, di cui non ti importa davvero. È meglio essere onesti su un punto: se decidi di farti carico di enormi rischi per fare questo lavoro e in questo momento particolare del giornalismo, allora è giusto anche mettersi in gioco".

A volte, invece, investire in questo tipo di giornalismo non è una scelta, come nel caso della famiglia di Daphne Caruana Galizia. Matthew, uno dei figli della giornalista uccisa nell'ottobre del 2017, era uno degli ospiti speciali del festival e sta ancora cercando giustizia.

"L'omicidio di mia madre - ha detto Matthew Caruana Galizia alla nostra inviata Selene Verri - ha fatto sì che scegliere un altro tipo di vita per noi fosse impossibile. Che è ciò che dice anche mio padre: non abbiamo scelta".

E a proposito del premio più ambito, quello conferito alla categoria Pitch con l'assegnazione di 15.000 euro per sostenere la pre-produzione di un progetto futuro, quest'anno è stata la volta di quattro giovani giornaliste, Silvia Boccardi, Sara Manisera, Arianna Pagani e Francesca Tosarelli, per “Iraq Without Rivers”. Una inchiesta-reportage, la loro, sui cambiamenti climatici e l’impatto delle grandi dighe in costruzione in Turchia e in Iran che mettono a rischio i fiumi Tigri ed Eufrate, attentando così all’integrità delle paludi mesopotamiche, una delle più grandi zone umide al mondo.