Euronews non è più disponibile su Internet Explorer. Questo browser non è aggiornato da parte di Microsoft e non supporta le ultime novità. Ti suggeriamo di usare un altro browser come Edge, Safari, Google Chrome o Mozilla Firefox.

ULTIM'ORA

ULTIM'ORA

Libia, al-Sarraj a Euronews: "L'ingerenza straniera ha aggravato la crisi"

Libia, al-Sarraj a Euronews: "L'ingerenza straniera ha aggravato la crisi"
Dimensioni di testo Aa Aa

Fayez al-Sarraj è il primo ministro del governo di Accordo Nazionale in Libia. Ha accettato di incontrare Euronews per parlare del difficile percorso del paese verso democrazia e stabilità.

Lei è appena tornato da un tour in Europa in cui ha incontrato diversi leader del continente per ottenere il loro sostegno al suo governo. Cosa le hanno detto i leader europei? Le hanno promesso qualcosa? Penso che il tour nelle quattro capitali europee sia stato un successo. Siamo partiti dall'Italia, abbiamo incontrato i leader di questi paesi per fare chiarezza su quanto sta accadendo in questo momento a Tripoli e far emergere la verità sull'aggressione in corso.

Haftar ha provato a fornire delle spiegazioni per giustificare il suo attacco, ma ormai si è capito cosa sta succedendo realmente. Abbiamo messo in chiaro le ripercussioni di questa offensiva sulle attività terroristiche, sull'immigrazione clandestina e sul piano umanitario e degli sfollati.

Penso che le posizioni della responsabile della diplomazia europea Federica Mogherini e del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk siano emerse chiaramente dopo il nostro incontro: hanno condannato l'offensiva su Tripoli e denunciato quello che stanno facendo le milizie di Haftar. Hanno anche compreso l'impatto che l'offensiva ha avuto sulle attività terroristiche e sull'immigrazione clandestina.

Hanno promesso anche un supporto militare? L'obiettivo della nostra visita in quei paesi non era quello di ottenere armi o attrezzature. Al momento sul governo di Accordo Nazionale vige un embargo per quanto riguarda le armi: una cosa che abbiamo chiarito in diversi incontri è che questo embargo deve essere applicato a entrambe le parti. Ma è successo esattamente il contrario: una delle parti è stata rifornita di ogni tipo di armi e attrezzature attraverso i confini terrestri e marittimi. E a rendere le cose ancora peggiori c'è il fatto che questo sostegno è arrivato da paesi che consideravamo nostri alleati.

Ci sono state delle dichiarazioni ufficiali da parte loro mentre i loro aerei prendevano di mira la capitale. Il sostegno militare su cui può contare ha spinto Haftar a mettere da parte i negoziati politici e gli ha dato l'illusione di poter attuare un colpo di stato con questa offensiva.

Le forze straniere sono solite intervenire nel vostro paese. Stanno peggiorando le cose in Libia?Sicuramente. Dal 2011 l'ingerenza negativa di altri paesi non ha fatto che complicare la scena politica, creare problemi per la sicurezza e prolungare la crisi. Ne abbiamo parlato chiaramente. Ci auguriamo che smettano di interferire in Libia, desideriamo che ciò avvenga attraverso un chiaro sostegno internazionale, come ho detto prima, in modo da poter tornare ad un percorso politico che ci conduca alla stabilità e alla sicurezza.

Cosa pensa del ruolo degli Stati Uniti in tutto questo? Dopo la telefonata ad Haftar il presidente Dondald Trump sembra aver invertito la politica degli Stati Uniti in Libia. Che importanza ha avuto quella telefonata? Quanto è significativo il sostegno degli Stati Uniti ad Haftar? E lei hai parlato con il presidente Trump? Quella chiamata con Trump non è mai avvenuta, ma abbiamo letto la posizione degli Stati Uniti attraverso la dichiarazione del Dipartimento di Stato americano. Pompeo ha messo le cose in chiaro chiamando le cose con il loro nome: ha definito quella di Haftar una milizia. Penso sia diventato chiaro a tutti quello che sta succedendo ora dal punto di vista della violazione dei diritti umani: il reclutamento di bambini soldato, la mancanza di rispetto per i cadaveri, i civili presi di mira... Penso sia chiaro a tutte le parti, compresi gli Stati Uniti.

Haftar sostiene di poter mettere fine ai disordini in Libia e che la vostra amministrazione è sostenuta da milizie e altre organizzazioni che l'Occidente non vede di buon'occhio. Cos'ha da dire a proposito?Parliamo dei risultati ottenuti da quando il governo di Alleanza Nazionale è salito al potere. Eravamo e siamo ancora sostenitori della pace e siamo convinti che alla Libia serva una soluzione politica, non militare, ci sembra chiaro.

Molte potenze straniere sono d'accordo con noi su questo. La stabilità in Libia può essere raggiunta attraverso il bombardamento di aree civili? Prendendo di mira le ambulanze? Con il reclutamento di bambini soldato o lo sfollamento di 100 mila persone? Una qualsiasi di queste pratiche ci porterebbe alla stabilità?

Penso che il cammino verso la stabilità sia chiaro, abbiamo comunicato con tutte le parti interne ed esterne per guidare la Libia verso una fase più stabile attraverso le urne, lasciando che il popolo libico scegliesse i propri leader con integrità. Abbiamo concluso accordi di sicurezza e siamo stati in grado di contenere i gruppi armati. E poi la produzione petrolifera: prima che queso governo entrasse in carica esportavamo 150 mila barili di petrolio. Ora siamo quasi a un milione e mezzo. Tutti questi sono risultati di cui siamo orgogliosi e che dimostrano che eravamo sulla strada giusta.

Mentre parliamo ci sono centinaia, forse migliaia di uomini al fronte che combattono. Per quanto tempo si potrà andare avanti così? E qual è la prospettiva di pace in Libia? Quello che Haftar ha cercato di fare è dire che aveva un esercito organizzato, ma ora è chiaro che non è la verità. Si tratta di gruppi criminali, gruppi ideologici, fuorilegge e teppisti. Li ha raccolti intorno a sé e ha provato a convicere il resto del mondo che si tratta di un esercito professionale.

Stiamo difendendo la nostra capitale e il sogno di tutti i libici di creare uno Stato civile. Questa è la nostra priorità ora. Allo stesso tempo, continuiamo a pensare che la soluzione non sia militare. Haftar ha cercato di invadere la nostra capitale e ha ingannato qualcuno dicendo di poterla prendere in 48 o 72 ore, ma ora sono passati più di 50 giorni e le ripercussioni di questo attacco cominciano a farsi sentire: ci sono 100mila sfollati, diversi morti, persone mutilate.

Se si assumesse la responsabilità di tutto questo e bloccasse le operazioni, allora potremmo parlare di continuare il processo politico attraverso un percorso da concordare.