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Le tappe della Brexit

Le tappe della Brexit
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REUTERS/Dylan Martinez
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Sembra passato un secolo, e invece sono trascorsi meno di tre anni, da quel giugno del 2016 quando i sovranisti populisti come Nigel Farage festeggiavano la vittoria al referendum per la Brexit. Quel giorno, il 51,89 per cento degli elettori, in un sol colpo, mise fine a 46 anni di partenariato tra Londra e l'Unione europea e allo stesso tempo al governo di David Cameron, che, sconfitto, scelse le dimissioni aprendo un feroce regolamento di conti tra i conservatori,

Una guerra senza esclusione di colpi, da cui spuntò vittoriosa Theresa May. La nuova premier, che nella campagna referendaria era stata tiepidamente a favore della permanenza del Regno Unito nell'Unione Europea, era ormai pronta a legare il suo nome al divorzio tra Londra e Bruxelles, facendo partire formalmente gli atti necessari alla Brexit. "Il processo previsto dall'articolo 50 è in atto, e coerentemente con la volontà del popolo britannico il Regno Unito lascia l'Unione europea".

Tre mesi dopo, in un clima di incredulità, cominciarono i negoziati per un accordo, con le delegazioni da subito alle prese con un mare di difficoltà. Seppur a fatica le trattative avanzarono su molti punti - dalle fasi di transizione allo status dei cittadini comunitari in Gran Bretagna - ma non su quello relativo al futuro del confine irlandese, per anni simbolo di un conflitto che aveva trovato ricomposizione proprio grazie agli sforzi in ambito europeo. Il rischio di vedere il ritorno di frontiere e dogane tra Irlanda e Irlanda del Nord preoccupava molti, e l'opposta possibilità di restare connessi all'Unione per quella via, faceva indisporre altri.

Spinti dall'urgenza e dopo una serie di compromessi, le parti trovarono una intesa a metà dell'anno scorso, con un accordo soggetto a ratifica, un nuovo ostacolo per la May. Davanti alle difficoltà la premier prese tempo, rimandando il voto in parlamento nella speranza di convincere i singoli deputati a sostenere la sua bozza. Senza tuttavia riuscirci. Una sconfitta netta, che fece saltare il termine del 29 marzo come ultimo giorno per definire la Brexit, e aprì un impasse da cui forze politiche, istituzioni e società britanniche non sono ancora uscite.

La "splendida solitudine" millantata dai brexiters, e l'idea diffusa di un benessere in crescita lontano da Bruxelles, giorno dopo giorno, hanno perso smalto, lasciando posto in molti britannici ad una domanda alla quale nessuno sa o vuole rispondere: Davvero ne valeva la pena?