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Il dragone contro la decrescita malinconica

Il dragone contro la decrescita malinconica
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Reuters
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La leadership cinese corre ai ripari pompando trecento miliardi di dollari per salvare il paese dalla normalità economica.

Per Pechino infatti, il riposo del dragone è intollerabile, seppur dopo quattro decenni di crescita a perdifiato.

Il rallentamento al di sotto, del sei virgola cinque per cento di crescita preoccupa. Soprattutto perché il 2018 si era chiuso con un discreto 6,6 per cento.

Il primo ministro Li Keqiang chiama il paese e le sue risorse a raccolta:

"Secondo un'analisi complessiva della situazione in Cina e al di fuori di essa, dovremo affrontare un ambiente circostante denso di sfide e rischi sempre più gravi. Lotta dura quindi, dobbiamo esser pronti!"

Qualche guaio e tanti nemici

Decifrando i codici congressuali del partito comunista cinese, il premier dice che si vuole evitare a tutti i costi che una decrescita malinconica, in prospettiva, generi instabilità interna, mettendo il gigante asiatico alla mercé dei suoi rivali. Si temono soprattutto gli Usa, soprattutto dopo le politiche tariffarie rialziste americane nei confronti del made in China.

Sono infatti anche i colpi inferti da Trump in campo commerciale a far male. Per questo motivo a Pechino si preparano a dopare l'economia. Questa volta non si tratta di uno stimolo ordinario, ma di un'azione difensiva su vasta scala, i cui fini spaziano dall'economia alla politica internazionale. Sono misure che spaventano gli osservatori esterni, per gli effetti a medio e lungo termine sull'economia mondiale dell'eventuale massa dei debiti cinesi.

Lo spiega Alicia Garcia-Herrero, del think tank Bruegel.

"La Cina è pronta a ricorrere al debito e ad altre leve finanziarie. È pronta a fare il possibile per crescere. E ciò rappresenta un problema mondiale. Il problema non sarà nel 2019, ma più in là, quando la Cina avrà fatto più di quello che avrebbe dovuto per mantenere i suoi tassi di crescita abituali".

La stabilità è tutto

Ma per il gruppo di potere attorno a Xi Jinping, la stabilità economica è un dogma, ne va della sicurezza del paese, e del Partito. Anche perché il malumore dei cinesi comincia farsi sentire, per ragioni sociali, come spiega Steve Tsang, direttore dell'istituto di sinologia del China Institute at the School of Oriental and African Studies di Londra

"Il Partito comunista è essenzialmente preoccupato per il malcontento sociale, in realtà la prospettiva della disoccupazione diffusa, per il governo, è da escludere. Credo infatti che a questo livello non si pensi ancora alla disoccupazione di massa, si teme piuttosto una riduzione dei consumi".

Ecco perché il governo presenta al congresso del Partito comunista un piano di riduzione della tasse, più investimenti pubblici e facilità di accesso al credito per le piccole e le medie imprese, che sia in grado di intercettare anche investimenti esteri.