"Il settore dei combustibili fossili ha schivato le tasse sugli extraprofitti", denunciano le Ong

L'Unione europea ha imposto un "contributo di solidarietà" alle aziende del settore energetico a settembre 2022
L'Unione europea ha imposto un "contributo di solidarietà" alle aziende del settore energetico a settembre 2022 Diritti d'autore Mark Humphrey/AP
Di Vincenzo Genovese
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Le aziende del settore dei combustibili fossili sarebbero riuscite a schivare, indebolire o ridurre gli importi delle tasse sugli extraprofitti: la denuncia in un rapporto del network di associazioni ambientaliste Fossil Free Politics

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L'accusa è contenuta nel rapporto “Cold homes, hot profits”, presentato a Bruxelles il 25 ottobre e accompagnato da un tour in bus tra le sedi delle compagnie del settore nella capitale belga, utilizzate per attività di lobbying sulle istituzioni europee.

Nel settembre 2022, le istituzioni dell'Ue avevano infatti concordato un prelievo temporaneo chiamato "contributo di solidarietà" sugli utili delle società energetiche, comprese quelle che trattano combustibili fossili, che fossero superiori al 20% della loro media dal 2018.

Ma secondo Fossil Free Politics la tassa è stata annacquata dall'intensa attività di lobbying del settore sulle istituzioni comunitarie e sui governi nazionali. Grazie alla partecipazione di diverse Ong e realtà associative di diversi Paesi, Fossil Free Politics ha esaminato quanto accaduto, nello specifico, in alcuni Stati membri dell'Ue.

Il caso italiano: i profitti poco tassati di Eni

In Italia, Eni ha più che raddoppiato i suoi profitti nel 2022, grazie soprattutto all’aumento del prezzo del gas, ma la tassa straordinaria del 25% decisa dal governo di Mario Draghi non ha funzionato, sostiene Alessandro Runci, dell'associazione Recommon IT.

"La legge era scritta così male che tutte le compagnie energetiche hanno fatto ricorso. E così, a fronte di un gettito inizialmente previsto di 11 miliardi di euro, quello effettivo generato dalla tassa è stato 2,8 miliardi".

Successivamente anche il nuovo esecutivo, guidato da Giorgia Meloni, ha provato a istituire un'imposta simile, ma con risultati altrettanto deludenti. "Il governo ha imposto una tassa del 50%, ma cambiando la base imponibile. E solo tre mesi dopo, hanno cambiato la norma escludendo le riserve di capitale, cosa che ha permesso alle grandi aziende di fatto di aggirare la tassa".

“Sono riusciti a rinviare l’attuazione dell’imposta sugli extraprofitti al 2023, pertanto, la maggior parte dei loro profitti non è stata tassata"
Radek Kubala
Attivista di ReSet CZ

Il caso ceco: le pressioni di Eph

In Repubblica Ceca, invece, il proprietario del gruppo energetico Eph Daniel Křetínský ha minacciato pubblicamente di trasferire all’estero una delle sue società a causa della tassa sugli extraprofitti, inizialmente concepita per tassare al 100% gli utili a partire dal 2022.

Grazie alle pressioni del suo impero mediatico e alla collaborazione dell'ex primo ministro Mirek Topolanek, Křetínský è riuscito a far cambiare idea al governo di Praga, spiega l'attivista Radek Kubala di ReSet CZ.

“Sono riusciti a rinviare l’attuazione dell’imposta sugli extraprofitti al 2023, pertanto, la maggior parte dei loro profitti non è stata tassata. E sono anche riusciti ad ammorbidire la tassazione, che non è più al 100%, ma solo al 60%".

Il caso spagnolo: una causa ancora aperta

Anche la Spagna avrebbe riscontrato qualche problema nell’applicazione della tassa: un prelievo pari all’1,2% del fatturato a partirte dal 2022, quando i profitti del settore sono aumentati del 35%.

Ma come spiega Irene González di Alianza contra la Pobreza Energética Catalunya, le aziende Endesa e Iberdrola hanno presentanto un contenzioso amministrativo a oggi non ancora risolto. 

"Sostengono che la tassa prescritta dall'Ue doveva riguardare i profitti, non il fatturato, e che questo le danneggia".

Fossil Free Politics denuncia pure enormi pressioni da parte di queste imprese sulle istituzioni dell'Ue: nell'anno successivo all’invasione russa dell'Ucraina, si legge nel rapporto, ci sono stati oltre 200 incontri tra funzionari europei e lobbisti dei combustibili fossili, quasi uno per ogni giorno di lavoro.

Ma Nareg Terzian, responsabile della comunicazione per Iogp, l'associazione internazionale dei produttori di petrolio e gas, nega corsie preferenziali per il settore.

“Non ho contato gli incontri che abbiamo avuto, ma durante una crisi energetica, come quella legata agli approvvigionamenti di gas, penso sia perfettamente normale che il settore discuta con la Commissione europea. Per me si tratta di buon senso“.

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