Dior a Parigi ricorda lo splendore della Baker

Sfilata Dior a Parigi 2023
Sfilata Dior a Parigi 2023   -  Diritti d'autore  AP Photo
Di Paolo Alberto Valenti  & ANSA

A Parigi e sotto gli occhi di un parterre di rango, Dior guarda al passato per reinventare un futuro che dia sicurezze e lo fa con l'estro della direttrice artistica Maria Grazia Chiuri, una stilista che rimodella l'abito couture trasformandolo in una protesi naturale che diventa corpo. Corpo oltre il corpo. Corpo da abitare. Corpo profondo. L'ispirazione esce da una gloria del passato,  Joséphine Baker, cantante, soubrette,  ballerina afroamericana arrivata dall'America, a metà degli anni Venti, nella Parigi che era ancora più potente di New York, la città mecca per artisti, scrittori, sarti, pittori alla ricerca di sè stessi e della modernità. 

Perché Joséphine?

Per la direttrice creativa italiana della maison francese, ogni collezione di haute couture è un'esplorazione di quella complessità immaginativa che in questo caso ha generato l'estro della Baker e del suo corpo che ha incarnato la modernità, la modernità  di anni che non sono più tornati ma sono sempre rimasti intramontabili nell'immaginario colletivo e nella storia universale (non solo del design). Il frutto di quel mix di culture ed esperienze condivise che animava il mondo frenetico e folle del cabaret. Naturalizzata francese, acclamata in Europa, nel dopoguerra Baker calcò le scene dello Strand Theater e della Carnegie Hall a New York, vestendo la moda francese per poi trovare proprio a Parigi e in Francia la sua vera patria. 

Ma perché Chiuri sceglie proprio questo mito anni venti e trenta?

"(Joséphine Baker) Ha immediatamente fatto delle scelte molto precise, molto precise e di alta moda, dove erano ben presenti per il giorno dei tagli, ma anche delle gonne con le pieghe, con pullover. Erano incredibili anche le sue immagini con l'uniforme, perché comunque è stata una donna che è stata dentro la resistenza francese, che si è battuta anche per i diritti umani . Quindi credo che abbia avuto un incredibile consapevolezza di quello che poteva fare con la sua notorietà. Credo che questo, in fondo è l'aspetto che più mi interessa: queste donne che comunque con la loro carriera e il loro talento possono essere di modello per le nuove generazioni, anche per me."

La collezione

Ecco allora abiti che scivolano sul corpo e lo accarezzano in seta, in velluto, molti dall'effetto stropicciato, sincopato, che rende il tessuto lo specchio di una vita e di passione. La collezione significa anche il comfort e l'intimità di quella situazione di passaggio verso il palcoscenico che è il camerino. Attimi evocati da una serie di cappotti calco di quella vestaglia che cela e protegge. In velluto leggero, stropicciato e nervoso, oppure foderate in matelassé. Si aprono su sottovesti leggere, su un underwear, protagonista, in raso dai colori cipriati al nero, interpretazione contemporanea dei costumi anni Cinquanta. Il set-up della sfilata dell'artista afroamericana Mickalene Thomas esalta quelle figure femminili nere o di etnia mista, proprio come Joséphine Baker, che sono diventate modelli di riferimento perché hanno infranto le barriere razziali e sono state la guida per marciare controcorrente.