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Ritorno agli anni '50. Perché la crisi del coronavirus colpisce più duramente le donne

Roberto Monaldo/LaPresse via AP
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Il nuovo coronavirus è più letale per gli uomini. Ma i suoi effetti collaterali colpiscono più duramente le donne di tutto il mondo. Sia in ambito domestico, che infermieristico, ma anche nella vita pubblica o nella scienza.

"Mamma di ferro 2020" e un ritorno a tre decenni fa

"Ieri mi sono sdraiata sul pavimento della mia cucina a piangere. Mio figlio di due anni mi ha accarezzato la schiena e quello di sei anni mi ha accarezzato la testa. Questo ha aiutato un po' ".

"Se fallisco, è colpa mia. Se ho capito bene, è normale. Ma sembra di essere Iron Mom 2020".

Sono in messaggi come questi che i genitori condividono le loro frustrazioni, durante l'isolamento. Con l'hashtag #CoronaParents riferiscono delle loro paure finanziarie, della disperazione e delle eccessive richieste che lo smart working, gli asili chiusi e le lezioni scolastiche online portano con sé. Già a prima vista si nota una cosa: sono quasi solo donne a parlarne.

Le donne stanno vivendo un "orribile ritorno alla tradizione" a causa dell'attuale crisi, ha recentemente messo in guardia la sociologa tedesca Jutta Allmendinger. "Non credo sia facile rimediare", ha detto. In termini di uguaglianza e di opportunità di carriera, Allmendinger teme un ritorno al passato di "tre decenni".

Mona Küppers, del Consiglio delle Donne tedesche, va ancora oltre e parla del pericolo di un "ruolo a ritroso negli anni '50". Perché più tempo a casa significa anche più tempo per lavare, pulire, fare i genitori e cucinare. Tutto questo, gratis!

Secondo il Consiglio delle Donne, è stato dimostrato che nelle famiglie con due genitori, questi compiti aggiuntivi sarebbero nella maggior parte dei casi svolti dalla donna, "che già prima del Covid-19, trascorreva in media un ora e mezzo al giorno in più di un uomo, svolgendo questi compiti". La situazione è già difficile per le coppie e "semplicemente non accessibile" per i genitori single. Il 90% di loro sono donne, secondo l'organizzazione per i diritti delle donne.

Le donne ricercatrici pubblicano meno

Prognosi drammatiche come quelle di Allmendinger e Küppers sono liquidate dalla critica come "isteria femminista". Dopotutto, l'equilibrio tra lavoro e assistenza all'infanzia è difficile anche per gli uomini ai tempi del coronavirus. Questo può essere vero in molti casi. Ma diversi studi scientifici dimostrano che molte donne hanno di cui preoccuparsi, in merito a un notevole gender gap di carriera, a causa della pandemia.

Ad esempio, uno studio pubblicato dalla rivista "The Lily" mostra che la distribuzione disuguale dei lavori domestici durante il lockdown ha un impatto sul lavoro delle ricercatrici. Secondo il rapporto, i direttori dei giornali scientifici hanno notato una significativa diminuzione dei contributi femminili, dallo scoppio della pandemia. Ciò è dovuto anche al fatto che le donne durante questa crisi "devono inevitabilmente assumersi una quota maggiore di responsabilità familiari".

Prendiamo l'astrofisica, ad esempio: il numero di saggi caricati dalle donne sui cosiddetti preprint server (gli archivi per bozze definitive) tra gennaio e aprile 2020 si è dimezzato rispetto all'anno precedente. Per gli uomini, invece, il numero di pubblicazioni è in aumento.

Coronavirus e assistenza all'infanzia: le cifre

Secondo lo "Studio Corona" dell'Università di Mannheim, a prendersi cura dei bambini durante la quarantena sono molto spesso le donne. In circa la metà dei nuclei familiari intervistati, il compito viene assunto solamente dalla madre; in circa un quarto solamente dal padre e nel restante 24% entrambi i partner condividono la custodia dei figli.

Anche uno studio del "Social Science Research Center" di Berlino (WZB) è giunto alla conclusione che le misure per contenere la pandemia mettono a dura prova le donne tedesche più degli uomini. Poco dopo la chiusura delle scuole e degli asili, la soddisfazione delle donne per il loro lavoro e la loro vita in generale è diminuita molto più di quella degli intervistati maschi.

Donne al fronte, uomini in televisione

Non servono studi, ma basta dare un'occhiata a tv e giornali, per capire che i ruoli sono distribuiti in modo ineguale (non solo dopo lo scoppio della pandemia). In Germania, i volti della crisi sono quasi tutti maschili: da Jens Spahn a Christian Drosten, passando per Alexander Kekulé e Lothar Wieler. In Italia è praticamente la stessa cosa: da Roberto Speranza a Massimo Galli, passando per ‎Silvio Brusaferro e Roberto Burioni. Una delle poche a fare eccezione ed essere ospite regolare di trasmissioni tv è la virologa Ilaria Capua.

Nel frattempo, sono soprattutto le donne a essere in prima linea nella pandemia. Secondo l'Istituto tedesco per la ricerca economica, la percentuale di donne nelle professioni di importanza sistemica è di poco inferiore al 75%. Come infermiere, cassiere o educatrici, "mantengono i negozi aperti", per usare le parole della cancelliera tedesca Angela Merkel. Svolgono lavori indispensabili, ma sottopagati.

Il fatto che politici come la Merkel le ringrazino e che la sera vengano applaudite alla finestra è un bel segno, ma non basta. Il Consiglio delle Donne insiste sul fatto che "il lavoro di assistenza professionale venga potenziato da retribuzioni adeguate e che le condizioni di lavoro delle dipendenti siano migliorate". Richieste che le associazioni femminili sostengono da anni.

#DateciVoce

Anche in Italia, le donne temono che con la crisi causata dalla pandemia, si possano fare passi indietro in merito all'uguaglianza di genere, piuttosto che arrivare a una svolta. Oltre 50.000 donne hanno inviato una lettera al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e alresponsabile della task force governativa, Vittorio Colao. Reclamano la parità nei luoghi decisionali e nelle task force che interverranno sulla ripresa. Ne è nato un hashtag, diventato in poche ore trend sui social: #datecivoce. E anche un flash mob virtuale, lo scorso sabato: migliaia di foto di donne (ma anche uomini) indossando la mascherina, con scritto "Dateci voce".

"Se l’Italia ha bisogno di una ‘cura’, è sbagliato affidarsi solo agli uomini: avete messo solo 4 donne su 17 persone che gestiscono la Fase 2", si legge nella lettera. "Abbiamo diritto a un’adeguata rappresentazione nei centri di decisione pubblica e collettiva". Il premier Conte ha risposto, garantendo che ci sarà "un’adeguata rappresentanza femminile".