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Nel 2019 il clima ha provocato il triplo degli sfollamenti rispetto alle guerre

Nel 2019 il clima ha provocato il triplo degli sfollamenti rispetto alle guerre
Diritti d'autore  Un uomo sulle macerie di casa sua dopo il passaggio dell'uragano Dorian ad Abaco, Bahamas, nel settembre 2019 - Ramon Espinosa/Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved.
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Idai e Kenneth, ma anche Dorian, Fani e Bulbul. Sono i nomi di uragani e cicloni che hanno sfollato milioni di persone in Sudafrica, Bahamas, Stati Uniti, Canada, India e Bangladesh solamente lo scorso anno.

Nomi e tragedie che possono sembrare lontani. Ma c'è un dato che colpisce nella sua crudezza: nella sola Europa, le catastrofi naturali hanno fatto perdere casa a quasi 70mila persone nel solo 2019. Più del doppio dell'anno precedente.

Ben 10mila evacuazioni in un colpo solo nelle Isole Canarie, devastate nello scorso agosto dai peggiori incendi degli ultimi 10 anni. La Spagna è stato il Paese UE più colpito con più di 23mila nuovi sfollamenti dovuti a catastrofi naturali.

Questi numeri emergono dal Rapporto globale sugli sfollati interni, pubblicato ogni anno dal Centro di monitoraggio (IDMC) parte del Norwegian Refugee Council.

Lo studio indica come, in 22 anni di monitoraggio, non ci siano mai stati così tanti sfollati nel mondo. Siamo al massimo storico. IDMC calcola che 45,7 milioni di persone vivano ancora da migranti nei propri paesi. Gli sfollamenti più duraturi sono causati da conflitti e guerre; tuttavia, dal 2009 sono i disastri naturali a costringere le persone ad abbandonare le proprie case e le proprie terre. Già perché, come si vede in questo grafico, nell'ultimo decennio sono più coloro che hanno perso tutto a causa di una tempesta che a causa delle bombe.

IDMC - Global Report on Internal Displacement

Anche qui in Europa da un giorno all'altro si può diventare senza tetto. Nella maggior parte dei casi il ritorno a casa è assicurato, ma a volte non rimane altra scelta che migrare. Soprattutto nelle aree più poveri e vulnerabili del continente, quelle rurali.

In Moldavia, Bosnia ed Erzegovina, ma anche nelle zone più remote della Spagna o del Portogallo, i disastri naturali stanno già provocando movimenti migratori verso altri Paesi, come abbiamo rivelato nell'inchiesta esclusiva Europe's Climate Migrants.

Piccoli numeri, storie difficili da rintracciare, ma con il verificarsi di sempre più eventi meteorologici estremi - sempre più pericolosi e sempre più spesso - la storia di pochi potrebbe presto diventare quella di molti di noi.

Le catastrofi naturali hanno innescato quasi tre quarti dei nuovi spostamenti registrati nel 2019 in tutto il mondo. Parliamo di 24.9 milioni di persone su un totale di oltre 33 milioni di sfollamenti. I terremoti, a cui siamo purtroppo abituati in Italia, sono una piccola percentuale del totale: in oltre il 95% dei casi sono tempeste o inondazioni a lasciare dietro di sé una scia di devastazione.

In Europa, la maggior parte dei nuovi sfollamenti è dovuto ad alluvioni e incendi. C'è poi il caso dell'Albania, dove tre eventi sismici hanno causato il maggior numero di sfollati in una volta sola.

Thumane, Albania, dopo la scossa di magnitudo 6.4 nel novembre 2019 - APVisar Kryeziu

Dietro Albania e Spagna, sono Regno Unito e Francia (con rispettivamente 12mila e 6.200 nuovi episodi di sfollamento) i paesi europei dove il meteo ha fatto più danni.

Oltralpe, si sono contate ben 32 catastrofi naturali che hanno fatto perdere casa ai francesi: più di una al mese. Metà degli sfollamenti è stato causato da una serie di inondazioni, occorse nelle zone meridionali del Paese, nel mese di novembre. A dicembre 2019, 635 nuclei familiari hanno dovuto abbandonare il focolare domestico a causa di venti forti e piogge nel sud e nella costa atlantica.

Questi numeri potrebbero sembrare piccoli. Generalmente, in Paesi ricchi come la Francia e la Germania è possibile rialzarsi grazie all'aiuto dello Stato. Tuttavia, il trauma e le cicatrici lasciate dalla perdita della propria casa - da un giorno all'altro - non vanno via neanche a distanza di lustri.

In Europa, nel 2019, si è contato meno dell'1% del totale degli sfollamenti climatici di tutto il mondo.

Ciononostante, in alcuni paesi come Azerbaigian, Bosnia-Erzegovina, Cipro, Georgia, Kosovo, Russia e Turchia, milioni di persone vivono ancora in situazione di estrema difficoltà. Oltre 2.8 milioni di persone sono costrette lontani dalle proprie terre, soprattutto a causa di conflitti come quello ucraino.

In Paesi come gli Stati Uniti e il Brasile, governati da presidenti notoriamente scettici sul riscaldamento globale, gli sfollati interni nel solo 2019 sono stati 916mila e 295mila.

A titolo di raffronto, negli States si sono contati il doppio degli sfollati rispetto all'Afghanistan devastato dalla guerra. Nella maggioranza dei casi i fattori scatenanti sono stati tempeste e incendi.

L'uragano Dorian ha portato all'evacuazione di oltre 450mila persone in Carolina del Nord e del Sud, Florida, Georgia e Virginia tra fine di agosto e inizio settembre. Quanto ai roghi, oltre 400mila famiglie hanno perso casa nella sola California.

Se è impossibile affermare che un particolare evento sia stato “causato” proprio dal cambiamento climatico, pressoché tutta la comunità scientifica concorda che il climate change renda più devastanti eventi climatici già straordinari - ovvero, fuori dall’ordinario per un determinato luogo in una determinata stagione - facendoli diventare più letali ed aumentando le possibilità che si verifichino ad ogni latitudine.

L'IDMC stima che il costo economico degli sfollamenti interni sia stimabile sui 20 miliardi di dollari a livello globale: 390 dollari all'anno per persona sfollata.

E poi c'è il Covid-19...

La pandemia di coronavirus ha già innescato sfollamenti interni, indica Alexandra Bilak, direttrice dell'IDMC. "Fino ad 1 milione di lavoratori migranti che si erano trasferiti nelle città indiane sono tornati nei loro villaggi".

Secondo Bilak, in molti Paesi come il Peru migliaia di persone hanno cercato di spostarsi all'interno del proprio territorio ma, nell'impossibilità di farlo, sono state ospitate in centri di emergenza per sfollati. Altri invece stanno cercando di tornare a casa dopo essere emigrati: i venezuelani in Colombia, per esempio, schiacciati come vasi di coccio tra due sistemi sanitari che non hanno i mezzi per assisterli durante la pandemia.

Il coronavirus amplifica la vulnerabilità di molte di queste persone rimaste senza casa, soprattutto di coloro che si ritrovano a vivere in spazi sovraffollati con accesso limitato all'assistenza sanitaria, come insediamenti di fortuna o campi profughi.

La scorsa settimana sono stati annunciati i primi casi di contagio nello Stato di Borno, nel nord-est della Nigeria, che ospita 1,5 milioni e mezzo di sfollati interni, la stragrande maggioranza in campi profughi.

"Le inondazioni a Ninewa in Iraq, le piogge torrenziali in Yemen, la super tempesta Harold nel Pacifico e i tornado negli Stati Uniti stanno già sollevando la questione di quali misure adottare di fronte ai disastri, dato che i centri di evacuazione e i rifugi rischiano di diventare perfetti terreni fertili per la diffusione del virus", dice Bilak a Euronews. "Speriamo che il coronavirus possa essere un incentivo e un acceleratore per i governi per iniziare ad affrontare seriamente la questione degli sfollati all'interno dei propri confini".