ULTIM'ORA
This content is not available in your region
euronews_icons_loading
I migranti climatici sono già tra noi, e sono europei
Diritti d'autore  Euronews

I migranti climatici sono già tra noi, e sono europei

Nel febbraio 2010 a La Faute-sur-Mer, una sonnolenta cittadina balneare sulla costa atlantica francese, buen retiro di molti pensionati locali, un intero quartiere viene sommerso dalle acque durante una tempesta. Muoiono 29 persone, annegate. Elisabeth, infermiera in pensione, vede il marito affogare davanti ai suoi occhi. Il nipotino, che in quei giorni era in vacanza dai nonni, muore di freddo tre le sue braccia. Un suo vicino di casa, di professione medico, perde in un colpo solo la moglie, la madre e due dei suoi tre figli.

Esattamente 10 anni dopo, siamo tornati sul luogo della tragedia alla ricerca di storie come quella di Elisabeth, che ha scelto di restare, e quella del dottore, che invece non ha mai più messo piede a La Faute-Sur-Mer.

Il cambiamento climatico, che ha innalzato il livello del mare, ha reso quella tempesta più pericolosa e più letale. Nessuno si aspettava che l'acqua potesse arrivare fino a quasi 3 metri d'altezza, inghiottendo auto ed abitazioni.

Centinaia di persone, rimaste senza più una casa, sono state costrette a trasferirsi altrove.

Questa storia dimostra come il cambiamento climatico possa portarci via tutto in una sola notte. Proprio qui, in Europa. Non parliamo di siccità bibliche, ma di ben più prosaiche - ma non per questo meno devastanti - inondazioni, smottamenti, incendi alimentati da ondate di calore, tempeste.

Acqua, terra, fuoco, vento: gli elementi naturali stanno creando migrazioni climatiche anche nel nostro continente. Invisibili, ma sempre più frequenti.

Ve le raccontiamo in una inchiesta esclusiva a puntate, Europe's climate migrants.

AP David Vincent
La Faute-sur-Mer il 1 marzo 2010, il giorno dopo la tempesta che ha fatto 29 mortiAP David Vincent

Perdere casa è questione di istanti

Vuol dire ritrovarsi improvvisamente senza tetto, da un giorno all'altro. Ma vi siete mai chiesti cosa succede a coloro che, proprio qui in Europa, non hanno la forza o la fortuna di poter tornare a casa o ricostruire? Anche alle nostre latitudini, le persone si lasciano tutto alle spalle e partono. Migrano.

Anne e Jean, Álvaro, Magdalena, Ana, Zekira, Julie e Chris: sono i nomi di alcuni dei migranti climatici europei che abbiamo incontrato.

Tutti costretti ad abbandonare la propria terra, tutti "normalissimi" sfollati dal cambiamento climatico. Sono già qui, tra noi, ma non li vediamo, non conosciamo le loro storie.

Ricchi pensionati, preti o allevatori: un uragano non guarda in faccia nessuno.

“È una realtà in Europa, non qualcosa che accadrà tra centinaia di anni”, dice Dina Ionesco, a capo del dipartimento di migrazioni e climate change dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM).

I migranti ambientali sono persone o gruppi di persone che, principalmente a causa di cambiamenti improvvisi o graduali dell’ambiente che influiscono negativamente sulle loro condizioni di vita, sono costrette ad abbandonare le loro residenze abituali, o scelgono di farlo, sia temporaneamente che permanentemente, sia nel loro stesso paese che al di fuori di esso
OIM

Per rintracciarli siamo stati nei Paesi in cui è stato registrato il numero più alto di evacuazioni a causa di disastri naturali in Europa nell’ultima decade: Bosnia ed Erzegovina, Spagna, Francia e Germania (secondo i dati forniti dall’Internal Displacement Monitoring Centre, IDMC).

Abbiamo visitato anche la Moldavia - il Paese in Europa più vulnerabile al cambiamento climatico, nella top 10 mondiale tra quelli con la più alta percentuale di cittadini colpiti da eventi atmosferici estremi – e il Portogallo, il paese europeo che vanta il triste primato del maggior numero di roghi ogni anno dal 2015 ad oggi.

“Gli spostamenti dovuti a disastri naturali sono un fenomeno globale, i Paesi ad alto reddito come quelli europei non sono da meno”, indica Alexandra Bilak, direttrice dell’IDMC di Ginevra.

Euronews - Dati: IDMC

Sempre più eventi estremi, sempre più pericolosi, sempre più spesso

Gli eventi climatici estremi che hanno causato sfollamenti in Europa sono più che raddoppiati negli ultimi quattro anni, passando da 43 nel 2016 a 100 nel 2019.

Non sono passati neanche due mesi dall'inizio del 2020 che già sulle prime pagine dei giornali internazionali sono finiti Gloria, Brendan, Ciara e Dennis. Nomi di tempeste che, al loro passaggio, hanno lasciato dietro di sé una scia di danni per milioni di euro, in particolare sulla costa atlantica.

Se è impossibile affermare che un particolare evento sia stato “causato” proprio dal cambiamento climatico, pressoché tutta la comunità scientifica concorda che il climate change renda più devastanti eventi climatici già straordinari - ovvero, fuori dall’ordinario per un determinato luogo in una determinata stagione - facendoli diventare più letali ed aumentando le possibilità che si verifichino ad ogni latitudine.

“Statisticamente, quegli eventi che ora classifichiamo come estremi diventeranno sempre più frequenti. La definizione stessa di evento estremo non si potrà più applicare a quell’evento perché la frequenza sarà più alta, e diventerà quindi normale”, afferma Gianmaria Sannino, responsabile del Laboratorio di Modellistica Climatica e Impatti dell'ENEA.

Euronews - Dati: IDMC

Ogni numero in un database nasconde una storia umana

Per ogni disastro che diventa riga di foglio excel, un numero nel database di IDMC, ci sono intere famiglie che hanno perso tutto. In Europa, la maggior parte di loro riesce a rialzarsi, ricostruire, tornare. Ma alcuni non sono così fortunati.

Prendiamo la Spagna. Le statistiche dicono che non ci sono mai state così tante ondate di calore. Negli ultimi 5 anni sono durate in media 15 giorni; nel periodo compreso tra il 1975 e il 2014 si fermavano a 5 giorni. Ma aride cifre come queste non raccontano la storia di Álvaro.

Álvaro García Río-Miranda, 30 anni, pastore di capre spagnolo, fotografato a Descargamaría, in Sierra de Gata, nel november 2019 - Foto: Marta Rodriguez

Nel 2015, questo pastore di capre di 30 anni aveva appena avviato la propria attività nelle vallate delle Sierra de Gata, una regione spagnola al confine con il Portogallo. Un incendio, alimentato dalla più lunga ondata di calore mai registrata nel Paese, uccise in quell’anno metà del suo gregge. Non potendosi permettere di assicurare i propri animali, come molti pastori o agricoltori in Spagna, Álvaro perse tutto in una notte, trovandosi costretto ad emigrare all’estero alla ricerca di un lavoro.

“Mi sono messo a correre su e giù con le mie capre per quattro giorni”, ricorda. “Non sapevo dove metterle. Quasi morivano tutte arse vive. Finché non ti succede, è impossibile comprendere a pieno la forza delle fiamme”.

700mila sfollati in Europa nell’ultima decade

In Europa, storie come quelle a cui abbiamo accennato - e che verranno sviluppate nel corso dei 6 episodi di questa inchiesta esclusiva - si sono ripetute circa 700mila volte negli ultimi dieci anni.

“Non penso che un solo episodio possa causare una migrazione, ma se questi episodi si ripetono nel tempo, in aree già colpite con frequenza, possono effettivamente spingere le persone a trasferirsi altrove”, ritiene Yves Tramblay, scienziato dell’Istituto francese di Ricerca per lo Sviluppo specializzato in dissesto idrogeologico.

Dopo aver trascorso qualche anno all’estero, il pastore Álvaro si era deciso a dare alla Sierra de Gata un’altra possibilità, ritornando sul territorio con un nuovo gregge di capre.

Tuttavia, ci racconta, la minaccia costante degli incendi estivi ha alimentato in lui una sorta di “paranoia” post-traumatica: sapendo di non avere le forze per potersi rialzare, in caso di nuovo rogo boschivo, di recente ha deciso di gettare la spugna e trasferirsi per sempre in Svizzera.

Euronews - Data: IDMC

Vi definireste mai “migranti climatici”?

Non esiste una definizione ufficiale di migrante climatico. L’etichetta è relativamente recente, anche se il fenomeno risale alla notte dei tempi. Stando alla ricercatrice spagnola Beatriz Felipe, si utilizzano impropriamente "diverse definizioni: ‘profughi, rifugiati, migranti…e si fa una gran confusione".

Secondo una ricerca delle Nazioni Unite, confermata dalle nostre interviste sul campo, coloro che sono stati costretti ad abbandonare casa propria ed emigrare a causa di un evento climatico estremo non si definiscono “migranti climatici”, e sottovalutano il peso del fattore ambientale nelle loro scelte. La maggior parte di loro spiega la propria decisione di andarsene in termini di povertà o disoccupazione, senza pensare alle cause profonde che stanno dietro al deterioramento ambientale e all’impoverimento dei terreni produttivi.

“Raramente le persone fanno il collegamento con la crisi climatica, anche in quei casi - come una prolungata siccità, ad esempio - in cui gli impatti del clima spingono direttamente le persone a migrare”.

Un uomo osserva le fiamme ad Anciao, Leiria, nel centro del Portogallo, il 18 giugno 2017. L'incendio è scoppiato nel comune di Pedrogao Grande prima di propagarsi velocemente su più fronti - Foto di Patricia De Melo MOREIRA/AFP

Ana, una donna bosniaca che viveva nel comune di Domaljevac, al confine tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia, ha deciso di lasciare il proprio paese dopo una catastrofica alluvione nel 2014.

Quando il fiume Sava, il principale affluente del Danubio, ha rotto gli argini dopo tre settimane di piogge torrenziali ininterrotte, il 98% del territorio comunale è stato sommerso. L’acqua arrivava in molti casi fino al tetto delle abitazioni. Ana aveva appena finito i lavori della sua nuova casa, andata completamente distrutta.

“Quegli eventi mi hanno segnato profondamente. Avrei voluto restare e vivere in Bosnia per sempre”, racconta oggi al telefono da Francoforte, in Germania, dove si è trasferita con il figlio per raggiungere il marito. “L’alluvione mi ha fatto pensare a cosa sarei stata in grado di offrire a mio figlio in quel villaggio bosniaco tra tre o dieci anni. È stata la ciliegina sulla torta di un lungo processo decisionale”, confida Ana.

Proprio la volontarietà della scelta di migrare dopo un evento meteorologico estremo - soprattutto quando si ha la possibilità di farlo - contribuisce a rendere questa decisione meno netta, più sfumata. E quindi più difficile da etichettare e da analizzare.

Come si legge in un rapporto dell’OIM, le migrazioni climatiche sono talvolta forzate, talvolta volontarie, ma molto spesso si situano in una via di mezzo tra le due.

Quando sei costretta a fare qualcosa, perché è la cosa giusta da fare in quel momento, non è la stessa cosa che prendere una decisione in maniera completamente volontaria.
Anne Birault
Sfollata dal paese di La Faute-sur-Mer, Francia

È possibile dimostrare una “persecuzione” climatica?

A livello internazionale è in corso un dibattito sulla necessità di differenziare i "rifugiati climatici" dai migranti climatici.

L’utilizzo del termine “rifugiato climatico” è molto di moda mediaticamente ma “non fa che aumentare la confusione, oltre a non esistere nel diritto internazionale”, indica Maeve Patterson dell'Alto Commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR).

Per richiedere lo status da rifugiato, aggiunge Ionesco dell’OIM, è necessario dimostrare di essere vittima, in patria, di un qualche tipo di persecuzione razziale, religiosa, politica o sociale. “Ma è impossibile dimostrare alcun tipo di persecuzione dovuta al cambiamento climatico”.

La posizione ufficiale dell’OIM è chiara: aprire a modifiche della Convenzione sui rifugiati del 1951, includendo le migrazioni climatiche, potrebbe indebolire, invece che rafforzare, le tutele a disposizione dei rifugiati, creando ambiguità e zone grigie.

Non solo. I rifugiati migrano in un altro paese, mentre non è affatto detto che chi lascerà le proprie case per questioni ambientali si sposterà all’estero. Come indica Patterson, il cambiamento climatico "crea tipicamente spostamenti interni prima di raggiungere livelli tali da costringere le persone a muoversi oltre confine”.

Ionesco ritiene che la risposta a livello internazionale possa già essere forte, e possa passare da politiche migratorie già esistenti, come la protezione temporanea concessa a chi attraversa una frontiera a causa di un disastro naturale.

Nella maggior parte dei paesi, le leggi che regolano gli sfollamenti interni - ove esistenti - sono state sviluppate dopo un conflitto armato. Pensiamo al caso della Bosnia ed Erzegovina: il quadro normativo di riferimento è stato stipulato in seguito all’accordo di Dayton, il protocollo che mise fine alla guerra dei Balcani. Sebbene alcuni dei principi si possano applicare anche ai casi di migrazione interna, a livello di diritto nazionale la casistica legata al clima è stata largamente trascurata.

Il comune bosniaco di Domaljevac-Šamac è stato quasi completamente sommerso dall'acqua del fiume Sava dopo la rottura degli argini nel 2014. Foto: gentile concessione di Miroslav Lucić

La sfida legale

A dispetto di quanto ci restituisce l'evidenza, argomentare che il cambiamento climatico sia l'unico e decisivo "colpevole" è una sfida anche dal punto di vista legale: difficilmente, infatti, il nesso causa-effetto potrà essere argomentato davanti ad una giuria.

"Quando sei esposto ad un prodotto chimico e ti viene il cancro, farai fatica a dimostrare in tribunale che il tumore è stato prodotto dagli agenti chimici. Con il clima è, più o meno, la stessa cosa: anche se esiste una forte presunzione, è molto difficile dimostrare che dei fatti non sarebbero mai accaduti altrimenti", commenta Corinne Lepage, ex ministro dell'ambiente francese, uno degli avvocati specializzati in diritto dell’ecologia di più alto profilo nel Paese.

Lepage ha rappresentato l’associazione delle vittime della tempesta Xynthia, abbattutasi su La Faute-sur-Mer nel 2010. In quell’occasione venne chiamato a rispondere l’allora sindaco, condannato in appello a due anni (con la condizionale) per omicidio colposo.

Secondo Lepage, il caso di La Faute-Sur-Mer ha fatto scuola, in Francia, ma c’è “ancora tanto lavoro da fare” perché manca una quadro legale di riferimento per tutelare le vittime dei disastri - sempre più frequenti - connessi al cambiamento climatico.

In questo campo, l'Europa è indietro rispetto per esempio all’Africa, dove l'Unione Africana ha adottato una Convenzione giuridicamente vincolante per la protezione e l'assistenza degli sfollati interni. Conosciuta anche come Convenzione di Kampala, riconosce il cambiamento climatico come disastro “provocato dall’uomo” in grado di creare sfollamenti.

"Nessun paese europeo - ad eccezione di Finlandia, Italia e Svezia - riconosce l’elemento climatico nel suo sistema di protezione”, afferma Jean-Christophe Dumont, capo della Divisione Internazionale delle Migrazioni per l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Questo, aggiunge, rende molto difficile la creazione di un quadro giuridico comune a protezione delle “vittime del clima”.

Una casa in rovina a Cotul Mori vecchio, in Moldavia, fotografata nel novembre 2019 - Foto: Victor Ciobanu

L’esempio della Moldavia

La Moldavia, il paese più povero d'Europa e parallelamente più vulnerabile al cambiamento climatico, non prevede internamente alcuna definizione - e quindi alcuna forma di protezione legale - per i suoi “sfollati interni”. Le leggi in materia di migrazione si concentrano sui rifugiati e sui richiedenti asilo provenienti da altri paesi. La parola “sfollato” indica solamente gli stranieri, mai i moldavi.

Abbiamo chiesto al presidente Igor Dodon cosa stia facendo il Paese per adattare le proprie politiche alle crescenti sfide che pone il cambiamento climatico. La risposta è stata evasiva: "Non si tratta di una questione che tocca un singolo Paese o una singola nazione, ma di un fenomeno globale”.

La Moldavia, ha aggiunto, sta “mettendo in campo diversi piani per mitigare gli effetti del cambiamento climatico”. Tuttavia, Dodon non ne ha menzionato alcuno nello specifico.

Secondo l'ONU, il Paese dell'est Europa ha dovuto far fronte a 11 ondate di siccità tra il 1990 e il 2015. Il costo per la collettività è stato di un oltre un miliardo di euro.

È molto difficile dire quante [persone] siano emigrate a causa delle condizioni meteorologiche.
Vasile Scorpan
Direttore dell'Ufficio per il cambiamento climatico della Moldavia.

La vera portata di un fenomeno sottovalutato

Diversi studi, accademici e non, hanno mostrato la correlazione tra migrazioni, cambiamento climatico e deterioramento ambientale. Tuttavia, si tende a pensare che l’Europa sia o diventerà una sorta di grande “recipiente finale” dei movimenti migratori mondiali. Così non è.

Esistono già piccoli e invisibili migrazioni interne legate al clima - si pensi a quella di Ana, dalla Bosnia ed Erzegovina alla Germania - quasi impossibili da intercettare da media e scienziati.

“È una situazione di cui nessuno si occupa ora, ma fotografa una realtà che potrebbe essere ancora peggiore in futuro. Una situazione poco attenzionata sia dalla ricerca che dalla politica perché nell’immaginario comune i flussi migratori avvengono solo dall’Africa o dai paesi in via di sviluppo. Ma le cose non stanno proprio così”, precisa Gianmaria Sannino di ENEA.

“Anche se [in Europa] ci sono livelli di preparazione molto più elevati rispetto ad altri paesi, in realtà le informazioni disponibili sono minori", sottolinea Alexandra Bilak, direttrice di IDMC. "Non solo sul numero di persone che si spostano ogni anno, ma anche su ciò che accade loro a lungo termine".

Che fine fanno gli sfollati dopo una tempesta nei vari paesi d’Europa? Chi se ne è andato? Chi è tornato? Raramente le telecamere o gli accademici tornano sul luogo della tragedia ad anni di distanza.

Anche Dumont dell’OCSE ammette che si tratta di un’area “chiaramente poco studiata”. Le ragioni vanno dalla scala relativamente piccola degli spostamenti all'assenza di rapporti ufficiali sui flussi di ritorno dopo un disastro, passando per una mancanza di definizione giuridica a livello nazionale e internazionale.

Andre Pais, 21 anni, di Pedrógão Grande, davanti ai rottami del suo camion bruciato a Barraca da Boavista, il 9 agosto 2017. Dopo l'incendio, i residenti si sono dovuti confrontare "con l'impossibilità di ricominciare tutto da capo", scrisse allora AFP

Verso l'apartheid climatica

"Temiamo che lo sfollamento dovuto a catastrofi naturali rischi di esacerbare le disuguaglianze socio-economiche", afferma Bilak. Le famiglie a basso reddito, spiega, sono esposte in modo sproporzionato a questi disastri e corrono maggiori rischi di rimanere sfollati anche per lunghi periodi di tempo.

Nelle zone centrali della Bosnia ed Erzegovina, dove l’alluvione del 2014 ha preso la forma di frane e smottamenti, anziani che vivono con una pensione annuale di 2.500€ hanno dovuto far fronte a danni che, in molti casi, hanno superato i 50mila euro.

Il relatore speciale dell'ONU per l'estrema povertà e i diritti umani, Philip Alston, ritiene che l'umanità sia in rotta verso un’ “apartheid climatica".

"Siamo preoccupati. Molte famiglie a basso reddito stanno acquistando terreni per costruirvi case in aree poco costose. Si tratta di zone che, in futuro, saranno sempre più vulnerabili a questo tipo di eventi. La relazione tra povertà e vulnerabilità sarà perpetuata ed esacerbata”, avverte Bilak.

Cartelli stradali sott'acqua a Deggendorf, nel sud della Germania, il 5 giugno 2013. Foto: Karl-Josef Hildenbrand - Dpa/AFP

L’apartheid climatica non riguarda solamente zone povere del continente come Bosnia e Moldavia ma anche la Baviera, una delle regioni più ricche d’Europa. Qui sono decine di migliaia i residenti che non possono permettersi un’assicurazione domestica contro le conseguenze del clima.

Karl, pensionato bavarese, ci ha messo più di sei anni per ricostruire casa dopo le catastrofiche alluvioni del 2013.

Se il Danubio dovesse esondare di nuovo, potrebbe non ricevere alcun aiuto finanziario dal Länder o da Berlino. Nel 2019, infatti, il governo dello Stato federale ha bloccato ogni tipo di sostegno economico alle vittime di catastrofi naturali che non abbiano firmato un’assicurazione supplementare sulla propria casa. A Karl costerebbe 1.000 euro l’anno, dato che la sua abitazione è stata già sommersa ed è in una zona a rischio, ma la sua pensione mensile è di 850€ al mese. Non sottoscriverà la polizza.

Con l'aumento della frequenza degli eventi estremi amplificati dal cambiamento climatico, la capacità di far fronte economicamente ai danni e alle ricostruzioni diventa una delle sfide decisive per i governi europei.

“È un problema economico: in Francia, per esempio, la maggior parte delle opere per proteggere le case dalle inondazioni marine, i costi di riparazione e i risarcimenti sono coperti dal settore pubblico, ma penso il sistema stia raggiungendo la fine della corsa”, indica Catherine Meur-Férec, esperta di geografia costiera dell'Université della Bretagna Occidentale.

"Nonostante la responsabilità primaria debba ricadere sui governi nazionali, il settore privato e le compagnie di assicurazione dovranno assumere progressivamente un ruolo maggiore”, l’opinione di Bilak.

Dove vanno i migranti climatici europei?

Nella maggior parte dei casi, gli spostamenti dovuti ai cambiamenti climatici avvengono all'interno dei confini del paese interessato.

Nonostante siano costretti ad abbandonare le proprie case e i propri mezzi di sussistenza, "gli sfollati interni sono spesso le persone più dimenticate e trascurate delle molte emergenze dimenticate e trascurate di tutto il mondo", si legge nel documento Guiding Principles on Internal Displacement, un insieme di linee guida a cui tutti i Paesi sono vincolati dal diritto umanitario internazionale.

Gli sfollati interni sono spesso rifugiati in tutto tranne che nel nome. Anzi, sono visti un po’ come i parenti poveri dei rifugiati: la loro vulnerabilità e la loro visibilità sono meno degne di nota, se non altro perché non hanno dovuto attraversare un confine.
IDMC

Dopo la tragedia della tempesta Xynthia a La Faute-sur-Mer, Anne e Jean hanno assistito alla demolizione della casa in cui pensavano di trascorrere una serena vecchiaia. A differenza di molti altri europei, sono stati completamente rimborsati dallo Stato francese già l’anno successivo e hanno deciso di così di trasferirsi non lontano, a 30 chilometri di distanza. Meglio così, piuttosto che vivere con la paura di un’altra alluvione che li possa sorprendere durante il sonno, raccontano.

Anne e Jean Birault, ex residenti di La Faute-sur-Mer, hanno deciso di trasferirsi a 30km di distanza dopo aver perso tutto durante la tempesta Xynthia, nel 2010. Foto: Lillo Montalto Monella

Ma per loro non è una questione di distanza: i soldi, dicono, non possono comprare gli affetti e i ricordi andati per sempre perduti assieme alla casa di famiglia in cui sono cresciuti.

Molte vittime del clima non hanno altra scelta che contattare i propri parenti e raggiungere le famiglie.

Ma c’è chi deve attraversare un confine per poterlo fare. Come spiega Ionesco, "molto spesso queste persone si trovano già in una storia migratoria molto complessa, con membri del proprio nucleo familiare già emigrati in diversi paesi”.

"Una mia amica è stata letteralmente prelevata dal marito il giorno dopo le inondazioni. È venuto a prenderla dalla Germania, è salita in macchina e se n'è andata per sempre. E casa sua non era nemmeno stata allagata”, racconta Ivana, un’infermiera croato-bosniaca dell’ospedale di Domaljevac.

“È stato semplicemente un detonatore che ha innescato la decisione di andarsene e non tornare mai più”.

Secondo Dina Ionesco, a livello internazionale le discussioni sul tema non dovrebbero essere solamente politiche, ma anche banalmente tecniche: per esempio, quali specifici servizi consolari devono essere a disposizione di chi si sposta in seguito ad un evento meteorologico estremo?

Bilak è d'accordo. "Dovrebbe essere compito dei governi nazionali, in qualità di primi soccorritori, iniziare a raccogliere dati, monitorare la situazione nel tempo e mettere in atto le necessarie misure per delocalizzare e compensare adeguatamente i propri cittadini”.

Verso un nuovo esodo urbano?

Le aree rurali sono per natura più vulnerabili al cambiamento climatico rispetto alle città. Qui, infatti, "le attività economiche umane sono più legate alla terra, colpita da inondazioni e siccità", aggiunge la ricercatrice spagnola Beatriz Felipe. “Quando, alla fine, la terra non [provvede] più, la gente è costretta ad adattarsi o spostarsi".

Non solo. “Queste zone non hanno la forza per potersi riprendere” quando le case vengono spazzate via dalle tempeste, aggiunge Sannino.

Bilak sottolinea che, di conseguenza, chi vive nelle zone rurali tende a spostarsi verso aree urbane: attrezzare le città per essere meglio preparate a questo flusso migratorio dovrà essere una priorità per il futuro.

In Europa la realtà è che “le nostre città non sono ancora resilienti al cambiamento climatico. In quante hanno misurato la loro resilienza di fronte ad un evento estremo?”, si domanda Sannino.

Una donna raccoglie il mais nei campi che circondano Cotul Morii, in Moldavia. Foto: Victor Ciobanu

Lo spopolamento delle aree rurali e la vulnerabilità ai cambiamenti climatici sono processi che si rafforzano mutualmente: la lezione appresa nella regione spagnola della Sierra de Gata dopo gli incendi del 2015 può essere applicata in tutta Europa.

"Qui non abbiamo foreste vergini sulle montagne. Si tratta di un paesaggio antropizzato che è stato modificato nel corso di migliaia di anni", indica Carmen Hernández Mancha, giornalista locale specializzata in tematiche ambientali. "Affinché l’ecosistema sia sano e possa resistere ai cambiamenti climatici e agli incendi, ha bisogno di persone che ci vivano".

Il trauma psicologico

L’anno dopo l’alluvione che ha colpito La Faute-sur-Mer uno tsunami si è abbattuto sulle coste del Giappone. In quel momento, dall’altro lato del mondo, Anne "ha iniziato a tremare da capo a piedi”.

Eduardo Abreu (D), 62 anni, e Luisilda Malheiro (S), sua coetanea, osservano disperati l'arrivo dei soccorritori a Figueiro dos Vinhos, nel giugno 2017. Hanno perso quasi tutti gli animali della fattoria. Foto: Patricia de Melo Moreira/AFP

In Portogallo, Julie Jennings e Chris Nilton, due pensionati britannici sopravvissuti agli incendi di Pedrógão Grande nell’estate del 2017, stanno facendo i bagagli. Hanno deciso di trasferirsi sulla costa. Julie non ce la fa più a vivere a causa del caldo crescente che attanaglia la regione interna del Paese, e la minaccia di nuovi incendi li perseguita anche di notte. Non riescono più a dormire, hanno crisi di panico.

Dopo aver perso tutto durante l'alluvione del 2013, anche Iris Hirschauer, in Baviera, ha deciso di trasferirsi con la sua famiglia in un villaggio poco distante. "Non vogliamo mai più essere evacuati o doverci appoggiare ad estranei”.

Foto: cortesia de El Periodico de Extremadura, media partner di questo progetto - Toni Gudiel

In Bosnia ed Erzegovina, Šefik Čolić, 68 anni, è diventato uno sfollato interno a causa delle frane del 2014. Ha cambiato abitazione temporanea tre volte prima di essere ricollocato in una new town pochi chilometri più a valle. Case tutte uguali, in mattoni rossi. Un luogo senz’anima.

Ammette di aver avuto bisogno “di assistenza psicologica per un certo periodo, assieme a mia moglie”.

Sradicati: la sfida della delocalizzazione

Nel 2012 la Francia ha sviluppato una strategia nazionale sulla possibilità di delocalizzare le comunità costiere ritenute a rischio. "Ma c'è una resistenza molto forte a livello locale, anche a fronte di giusti meccanismi di compensazione”, dice Meur-Férec dell'Università della Bretagna Occidentale.

Šefik Čolić, pensionato, nella cucina della sua nuova casa a Topčić Polje, nel centro della Bosnia ed Erzegovina. "Qui è tutto diverso, le persone sono diverse. Non è più come prima", racconta a Euronews. Foto: Marco Carlone

"Nella nostra cultura - spiega lo scienziato Freddy Vinet - le persone sono molto attaccate alla loro proprietà privata, alla loro terra e alla loro casa. Non esiste una tradizione di mobilità come negli Stati Uniti”.

Parliamo di luoghi dove le famiglie hanno vissuto per generazioni, dove gli antenati sono sepolti in cimiteri poco distanti dalle abitazioni.

Una signora passa in bici davanti al cimitero di Orašje, in Bosnia ed Erzegovina, una delle città più colpite dall'alluvione "biblica" del 2014. Foto: AP

"Sappiamo che il livello del mare sta salendo, quindi il vero problema è: come possiamo [abbandonare la costa] e ricostruire la nostra vita altrove, con il minimo impatto sociale ed economico? Non abbiamo assolutamente i mezzi per finanziare un ritiro costiero di massa", ritiene Laurent Huger, vicesindaco di La Faute-sur-Mer.

"I processi di trasferimento sono molto dolorosi, delicati e anche molto sensibili dal punto di vista politico", commenta Bilak. "Devono essere affrontati e gestiti in maniera molto inclusiva e consultiva. Va fatto [molto] lavoro preparatorio per sensibilizzare la popolazione e far sì che questa opzione possa essere contemplabile. Non solo: vanno tenute in considerazione le esigenze molto specifiche delle fasce più vulnerabili della popolazione: anziani, donne, bambini".

E poi ci sono comunità che decidono di rimanere ad ogni costo, nonostante tutto. A Cotul Morii, un villaggio moldavo al confine con la Romania, abbiamo incontrato famiglie che vivono in una città fantasma da più di un decennio, senza luce, acqua né gas.

Dopo una catastrofica alluvione nel 2010, il governo moldavo ha costruito da zero un nuovo villaggio a 15 km di distanza, ma i più anziani residenti di Cotul Morii vecchia si sono rifiutati di lasciare le proprie case.

"Si parla molto poco sia di coloro che non possono emigrare perché non hanno risorse a disposizione, sia di coloro che invece proprio non vogliono andarsene”, secondo Beatriz Felipe. "Nella pianificazione dei trasferimenti è necessario tener conto del diritto delle persone a voler restare”.

Cinque cose che ciascun governo dovrebbe fare al più presto


L'Internal Displacement Monitoring Centre raccomanda ai paesi europei di sviluppare politiche in cinque aree chiave.

  • Sistemi di monitoraggio efficaci per meglio capire quali fasce della popolazione saranno più colpite dagli eventi meteorologici e dai disastri legati al clima, così da poter meglio aiutare le più vulnerabili;
  • Meccanismi di allerta migliori così da dare alle persone abbastanza tempo per essere evacuate in sicurezza;
  • Piani di evacuazione adattati ai nuovi livelli di rischio, il più possibile efficienti e dignitosi, realizzati in consultazione con i residenti;
  • Migliore comunicazione tra le autorità locali e nazionali al fine di monitorare meglio cosa accade agli sfollati nel lungo periodo e condividere i dati con le istituzioni e a livello internazionale;
  • Migliore informazione disponibile alla cittadinanza, imparando da paesi extraeuropei abituati ad affrontare eventi meteorologici estremi come il Giappone.
  • Un'opportunità per costruire società più resistenti

    Secondo Felipe, "in Europa abbiamo possibilità tecniche ed economiche per poterci adattare al cambiamento climatico. Manca solo la volontà politica".

    Bilak ritiene che i governi europei abbiano bisogno di migliori mappe dei territori a rischio e di politiche più adeguate, assieme a migliori meccanismi di compensazione così da garantire che i residenti sfollati possano tornare alle loro case in sicurezza o decidere di trasferirsi altrove, in aree più sicure.

    Dopo l’impatto di un evento meteorologico estremo, i governi spesso fanno a gara per annunciare che tutto è stato ricostruito esattamente com'era, rassicurando le popolazioni. Status quo ripristinato.

    Così è successo in Serbia e in Bosnia-Erzegovina, dove le rive dei fiumi non sono state alzate dopo il disastro del 2014, accusa Vladimir Djurjevic, climatologo dell'Università di Belgrado.

    "Non si rendono conto che, dal momento che dobbiamo aspettarci altre inondazioni, ancor più grandi, quando si ricostruiscono le cose com'erano prima, non si stanno proteggendo le popolazioni dagli impatti futuri”.

    Ma ci sono comunità che sanno risorgere dalle ceneri.

    Quando si chiede agli abitanti della Sierra de Gata quali siano state le conseguenze sociali degli incendi del 2015, in molti usano la parola "opportunità".

    Rodrigo "Bongui" Ibarrondo, fondatore di Reforest Accion, sulle montagne della Sierra de Gata. Foto: Marta Rodriguez

    Rodrigo Ibarrondo, detto “Bongui”, ha avviato un programma per riforestare le aree distrutte dalle fiamme con specie arboree più resistenti al fuoco. "Il paesaggio chiedeva a gran voce un cambiamento: è chiaro è che le monocolture di pino sono state il fattore che ha amplificato la portata degli incendi”.

    A La Faute-sur-Mer, il vicesindaco Huger racconta come nel paese sia stata creata una rete di vicinato che “in caso di tempesta, è ben addestrata, come in tempo di guerra: ciascuno ha l'obbligo di prendersi cura dei vicini anziani o dei disabili".

    Ion Sandu, residente di Cotul Morii vecchia, in Moldavia, posa davanti alla casa che si è rifiutato di abbandonare. Foto: Victor Ciobanu

    Se nella capitale moldava Chisinau è difficile trovare giovani che credano al cambiamento climatico, nel piccolo villaggio di Cotul Morii, finito sott'acqua nel 2010, sono le generazioni più anziane ad essere ben consapevoli di come la crisi climatica si rifletta sulle loro vite.

    Ion, 85 anni, ha composto questa poesia nel 2017 quando si è svegliato e ha visto nevicare fuori dalla finestra. In aprile.

    L'inverno arriva alla vigilia di maggio
    E si posa sulla mia terra.
    L'inverno arriva in aprile
    E ci porta solo freddo.

    Che colpa ha
    un piccolo tulipano che giace sotto la neve?
    Vuole solo un po’ di calore.

    E gli alberi fioriscono
    annunciando un ricco raccolto.
    Ma in una notte tutto si congela.
    Che tragedia.

    Forse il clima è cambiato
    O forse è il mondo ad essere a pezzi.

    La casa di Ion è stata allagata; lui e la moglie, che nel frattempo è morta, sono stati evacuati dall’esercito.

    Quando il governo gli ha offerto una casa a Cotul Morii nuova, paese artificiale abitato esclusivamente dagli sfollati della tempesta, lui si è rifiutato di abbandonare quelle quattro mura semidistrutte dove aveva vissuto tutta la vita. Le aveva ereditate alla morte dei genitori, e al padre aveva promesso che si sarebbe preso cura del vigneto.

    In caso di nuova alluvione, nessuno verrà a cercarlo. Lui e i suoi vicini vivono in un paese che ufficialmente non esiste più, cancellato dalla mappa.

    L'inchiesta transnazionale Europe's Climate Migrants è stata realizzata grazie al supporto di: