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"Salvate l'ex bambino-soldato"

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"Salvate l'ex bambino-soldato"
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Deposte le armi, imbracciato il quaderno: il reinserimento targato Unicef

Hanno barattato le loro armi con pialle e seghe circolari, per ricostruire se stessi e il loro paese, il Sudan del Sud. Dopo oltre cinque anni di guerra civile, l'accordo di pace del 2018 non è ancora del tutto in vigore. Oggi sui banchi per imparare un mestiere, questi giovani erano fino a poco tempo fa bamini-soldato. Durante il conflitto reclutati da esercito e gruppi armati, sono tornati a famiglie e vita normale grazie all'aiuto delle Nazioni Unite.

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Storia di Anna e Christian: adolescenti costretti a sgozzare e a uccidere

Christian, 19 anni, era stato catturato da un gruppo armato quando ne aveva 13. Poi due anni di clandestinità e calvario. "Dormivamo all'aperto, sotto gli alberi - racconta a Euronews - Trovare il cibo era un'impresa. Spesso dovevamo derubare chi incontravamo. Ci ordinavano di fare cose orribili. Di sgozzare la gente. E se non lo facevi, ti uccidevano senza pensarci. Anche mio fratello era con noi. Ma lui l'hanno ucciso".

Anna, invece, non aveva neppure 13 anni quando è stata costretta a imbracciare le armi. Insieme a tanti altri è stata addestrata al combattimento. "Ci obbligavano a picchiare, torturare, rubare - ci dice -. Quando ci ordinavano di sparare a qualcuno non avevamo scelta. Se ti rifiutavi, potevi essere torturato. O magari anche ucciso. Noi ragazze, poi, venivamo anche usate dai maschi come compagne".

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"Ora mi sento invincibile". Parola di un "ex" che ha partecipato al programma Unicef

Costruire per ricostruirsi. La formazione dispensata in questo centro rientra in un programma di reinserimento per gli ex bambini-soldato, avviato in Sudan del Sud. In città incontriamo uno degli allievi che hanno completato il ciclo. "Adesso sto bene. Lavoro. Ho la mia piccola attività. Ora mi sento invincibile".

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Monito dell'Unicef: "Nuovi fondi o dovremo chiudere. E in sempre più avranno bisogno di noi"

Circa 3.600 gli ex-bambini soldato che hanno finora beneficiato di questo programma dell'Unicef. Molti altri sono in attesa, ma i fondi mancano. "Senza nuovi fondi potremmo dover chiudere - ci dice Helene Sandbu Ryeng, dell'Unicef in Sudan del Sud -. A rischio non è poi solo questo centro di Tindoka, ma l'intero programma. Se poi la pace perdurerà, tantissimi bambini usciranno dalla clandestinità e avranno bisogno di noi. Per aiutarli abbiamo però bisogno di fondi".

L'appello ai finanziamenti rilanciato su Twitter dall'Unicef negli Stati Uniti: "Non esistono scorciatoie. Se vogliamo garantire la sicurezza di questi bambini servono nuovi fondi"