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Regno Unito: i numeri delle elezioni e gli scenari dopo il voto

Regno Unito: i numeri delle elezioni e gli scenari dopo il voto
Diritti d'autore  Ben Birchall/PA via AP
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Archiviato il momento degli appelli elettorali, delle promesse e dei dibattiti è l'ora della fredda matematica per le elezioni nel Regno Unito.

Oltre la Manica, dove vige un sistema elettorale maggioritario uninominale. Ogni circoscrizione elegge un deputato in parlamento, con il sistema first-past-the-post. In altre parole, viene eletto solo il candidato che si assicura il maggior numero di voti.

Le urne chiuderanno alle 23; un'ora prima è previsto il primo exit poll. Quali sono quindi le cifre a cui bisognerà fare attenzione quando arriveranno i risultati?

La maggioranza matematica

Il Regno Unito ha 650 circoscrizioni elettorali, ciascuna con un seggio in parlamento. Il traguardo corrisponde alla metà del numero totale dei seggi più uno. In questo caso si tratta di 326 seggi. Questo è l'obiettivo di tutti i partiti in campagna elettorale: qualsiasi formazione si assicuri questo risultato ha la garanzia matematica della maggioranza alla Camera dei Comuni (ipotizzando naturalmente che i parlamentari votino in linea con il loro partito).

La maggioranza virtuale

È qui che la matematica diventa davvero importante. Come si è detto, 326 è il numero magico per la maggioranza. Ma in pratica può essere leggermente inferiore. Ecco perché.

Tradizionalmente lo Speaker del parlamento britannico e i tre deputati del suo ufficio partecipano ai lavori ma non al voto, per garantire la loro imparzialità. Così la soglia della maggioranza scende a 324 seggi.

Ci sono poi i deputati del partito Sinn Fein dell'Irlanda del Nord, che non prestano giuramento e quindi, anche se eletti, non diventeranno mai parlamentari. Alle ultime elezioni erano nove. La loro assenza ha l'effetto di ridurre la soglia di maggioranza a 320.

È questa è la cifra a cui punteranno i principali partiti. Un seggio in più sarà una garanzia di governo stabile; qualche numero in meno costringerà il primo partito del Paese a cercare una coalizione o tentare un governo di minoranza.

Si potranno quindi verificare tre scenari diversi.

Scenario 1: maggioranza ai Conservatori

Se il partito di Boris Johnson si assicurerà 320 o più deputati, tenterà di governare da solo. Una maggioranza di 30 o più seggi sarebbe una garanzia di governo forte, con buone probabilità di durare un intero mandato.

Tuttavia l'ultima volta che i Conservatori hanno raggiunto un risultato simile è stato nel 1987, quando Margaret Thatcher ha conquistato 107 seggi.

Una maggioranza inferiore ai 20 seggi invece può rappresentare uno scenario molto incerto per Downing Street.

Nel 1992 i Tory hanno superato le aspettative, assicurandosi una maggioranza risicata. Ma in seguito hanno perso una serie di elezioni suppletive, erodendo del tutto i numeri dei loro seggi quando il mandato si è concluso nel 1997.

Scenario 2: i conservatori appena al di sotto della maggioranza

Se i Tory non raggiungeranno la maggioranza dovranno cercare il sostegno di un altro partito, formando una coalizione o stringendo un accordo a tempo.

Anche questo è uno scenario che si è già verificato, nel nel 2010, quando hanno dato vita a una coalizione con i Liberaldemocratici, e nel 2017, quando hanno incassato il sostegno del Partito unionista democratico (Dup).

Questa tornata elettorale però è diversa: non sarebbe facile per i Tory trovare alleati. Il Dup si oppone ferocemente all'accordo raggiunto da Johnson sulla Brexit.

Infine va ribadito che un partito che arriva a due o tre seggi al di sotto della maggioranza può tentare di andare al governo da solo. Una scommessa azzardata, che però richiederebbe la collaborazione di tutta l'opposizione per staccare la spina al governo.

Scenario 3: il tentativo laburista

Per Jeremy Corbyn è improbabile raggiungere una maggioranza assoluta. Tuttavia potrebbe assicurarsi un numero sufficiente di seggi per formare una coalizione con lo Scottish National Party.

Potrebbe tentare anche di coinvolgere alcuni partiti più piccoli, come i Verdi, i nazionalisti gallesi e alcune formazioni nordirlandesi.

Certo, il prezzo da pagare serebbe quello di grandi concessioni, come un nuovo referendum sull'indipendenza scozzese. E la probabilità di tornare alle urne nel 2020 sarebbe alta.