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Croazia nell'area Schengen? Cosa cambierebbe per l'Europa

Croazia nell'area Schengen? Cosa cambierebbe per l'Europa
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La Zona Schengen - la più grande area al mondo in cui è garantita la libera circolazione di merci e persone - è destinata ad allargarsi ulteriormente ora che la Croazia ha soddisfatto tutte le condizioni necessarie per l'adesione. Ma quali sono le conseguenze per l'Europa? Questo allargamento potrà aiutare a superare la crisi politica sulle frontiere innescata dall'afflusso migratorio a cui abbiamo assistito dal 2014 ad oggi?

Di sicuro c'è che la Croazia sarà la prima a beneficiarne dal punto di visto turistico, con un'ulteriore apertura della sua splendida costa per tutti i paesi dell'area Schengen. Tuttavia, non è detto che la sua adesione allo Spazio Schengen - una rara vittoria per tutti "gli espansionisti" europei, che di recente non se la passano benissimo anche a causa del dibattito politico innescato nei vari stati dai movimenti sovranisti - arrivi fino al traguardo finale.

Potrebbe essere infatti bloccata all'ultimo ostacolo dagli altri membri.

Emmanuel Macron ha dichiarato all'inizio di quest'anno che Schengen non è più un meccanismo adatto ad affrontare i problemi legati alle migrazioni di massa, definendo la questione "la seconda grande battaglia europea" dopo il cambiamento climatico. Schengen "non funziona più", sono state le parole del presidente francese. "Dobbiamo ripensare profondamente la nostra politica di sviluppo e la nostra politica migratoria, anche prendendo in considerazione un'area Schengen con meno Stati".

Tensione Schengen

Quello della Croazia potrebbe essere il primo allargamento territoriale da oltre un decennio a questa parte (l'ultimo Stato ad aderire è stata la Svizzera nel 2008): un puntello decisivo ad un progetto ambizioso di espansione che però negli ultimi anni si è indebolito.

Lo Spazio Schengen comprende attualmente 22 dei 28 Stati membri della UE e quattro paesi terzi: Norvegia, Islanda, Svizzera e Liechtenstein. La Croazia, che è entrata nella UE nel 2013, è uno dei sei Stati non membri di Schengen insieme a Regno Unito, Irlanda, Bulgaria, Romania e Cipro. Secondo calcoli del Parlamento europeo, le frontiere esterne dell'eurozona corrono per circa 50mila chilometri.

Sebbene sia uno dei progetti chiave dell'ideale di unità perseguito dagli europeisti, Schengen è stato anche uno delle prime "vittime" illustri della crisi migratoria e dell'ondata di attentati terroristici. Diversi membri dell'eurozona infatti hanno introdotto controlli temporanei di sicurezza ai confini nel 2015 e nel 2016; la maggior parte di essi sono ancora vigenti.

"Salvare Schengen è una corsa contro il tempo, ma siamo determinati a vincerla", disse Donald Tusk al culmine della crisi, nel 2016. Ma con il tema migratorio che domina l'agenda politica, la crescita nei sondaggi dei partiti populisti e la diplomazia continentale distratta soprattutto da Brexit, molte di queste misure temporanee non sono mai state ritirate.

L'ungherese Viktor Orban ha costruito la sua recente fortuna politica sull'aggressiva retorica incentrata sulla difesa dell'Europa dalla "minaccia" migratoria, oltre che sulla recinzione eretta al confine con la Serbia.

Al momento di scrivere, sei paesi Schengen applicano ancora i controlli alle frontiere interne: Francia, Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia.

"Ci sono controlli anche alle frontiere di paesi membri di Schengen come Francia e Spagna", osserva Marco Stefan, ricercatore del Centro di studi sulle politiche europee (Ceps).

In un rapporto sulle disfunzioni di Schengen pubblicato l'anno scorso, gli eurodeputati concludono che esistono ancora molte frontiere interne perché "paghiamo il prezzo di problemi che con Schengen non hanno nulla a che fare, come le politiche di asilo".

Carlos Coelho, membro portoghese del Ppe, ha definito lo spazio Schengen come uno "dei più grandi successi dell'Unione Europea". Tuttavia, "i governi nazionali hanno fatto di Schengen il capro espiatorio dei fallimenti in materia di politiche di sicurezza".

"Eppure Schengen non è il problema, è la soluzione. Se Schengen muore, l'Europa dei cittadini che abbiamo oggi svanirà".

Stefan del Ceps ritiene che agli stati membri sfruttino una sorta di area grigia nei regolamenti Schengen; un limbo legale che dovrà essere "esaminato dalla futura leadership europea".

"Una delle questioni più importanti è la mancanza di un meccanismo per valutare, a livello comprensivo, la necessità o meno di procedure di sospensione della libera circolazione. Si tratta di uno dei nodi ancora irrisolti".

Frontiera finale

Il controllo delle frontiere esterne è un problema importante nella lunga strade verso l'adesione croata a Schengen. Non solo perché i migranti continuano a utilizzare la rotta balcanica ma anche perché l'ex nazione jugoslava confina per 1,300 chilometri con i paesi che non fanno parte della UE come Bosnia e Serbia.

I paesi candidati ad entrare nello Spazio Schengen devono soddisfare alcuni standard comuni in quattro principali aree di competenza: controlli alle frontiere aeroportuali, visti, cooperazione di polizia e protezione dei dati personali.

Zagabria ha dovuto convincere Bruxelles che sarà in grado di gestire efficacemente la frontiera esterna della UE in uno dei momenti di maggior pressione dalla caduta del muro di Berlino in avanti.

Secondo le stime di Ong del settore umanitario, ci sono almeno 5.500 persone tra uomini, donne e bambini che in due città bosniache vicine al confine croato - Bihac e Velika Kladusa - vivono in ex fabbriche senza servizi di base. La Bosnia non può offrire loro un'adeguata protezione e accettabili condizioni di vita, così molti migranti considerano l'attraversamento della Croazia il loro principale obiettivo.

"Il controllo delle frontiere esterne dell'UE è stato l'aspetto più impegnativo dei nostri preparativi", ha dichiarato martedì alla Reuters la segretaria agli Interni del paese, Terezija Gras. "Abbiamo già completamente attrezzato il nostro confine con la Serbia e ora stiamo facendo lo stesso al confine con la Bosnia".

Gras ha quindi aggiunto: "Abbiamo dimostrato molto chiaramente che siamo all'altezza del compito, abbiamo una delle forze di polizia di frontiera più forti d'Europa. Siamo in grado di proteggere quello che non è solo il confine della Croazia, ma anche della UE. Molto abbiamo fatto dalla crisi del 2015 ad oggi".

Eppure ci sono segnali che indicano come la Crozia usi troppo il pugno di ferro.

"Ci sono dubbi sulla capacità della Croazia di attuare efficacemente un controllo coerente delle frontiere, data la ricchezza di prove sulle violazioni dei diritti dei migranti da parte delle autorità: è qualcosa che deve essere attentamente esaminato", aggiunge il ricercatore Marco Stefan del Ceps.

Nel 2018 sono stati segnalati casi di respingimenti oltre confine in Bosnia: una pratica che viola il diritto internazionale e le convenzioni UE. Ad inizio anno, Amnesty International ha scritto che i governi europei non solo stanno "chiudendo un occhio sugli assalti feroci della polizia croata", ma stanno anche finanziando le loro attività nel quadro complessivo degli sforzi per migliorare la sicurezza.

"Per capire quali sono le priorità dei governi europei, basta seguire i soldi", le parole di Massimo Moratti, direttore della Ricerca dell'ufficio europeo di Amnesty International. "Il contributo finanziario per l'assistenza umanitaria è limitato dai fondi che forniscono per la sicurezza delle frontiere, che include l'equipaggiamento della polizia di frontiera croata e persino il pagamento degli stipendi".

Dubbi, come indica Stefan, riguardano anche la formazione e l'impiego di migliaia di guardie Frontex in più rispetto alle attuali, reclutate per rafforzare le difese europee. "Dove saranno addestrate e seguendo quali standard?"

Litigi tra vicini

L'adesione della Croazia è stata complicata ulteriormente dalla disputa territoriale con la Slovenia sulle acque dell'Adriatico settentrionale. La Slovenia, che prima faceva parte della Jugoslavia ma ora è a pieno titolo nella UE, ha già minacciato di porre il veto alla candidatura dello stato confinante.

Nel 2009, i due paesi decisero di affidarsi ad un arbitrato internazionale per risolvere una contesa su un tratto di confine terrestre e marittimo nell'Adriatico settentrionale. Ma la Croazia fece marcia indietro dopo alcuni articoli apparsi sulla stampa che indicavano come si fossero tenuti dei colloqui tra la parte giudicante e i rappresentati sloveni.

Ad inizio ottobre, Miro Cerar, ministro degli esteri sloveno, ha affermato che la Croazia deve accettare una decisione arbitrale se vuole evitare il veto sloveno - ma la posizione della Slovenia sembra essersi ammorbidita col tempo.

Lubiana ritiene che la decisione di approvare tecnicamente la richiesta croata sia motivata politicamente: una sorta di eredità politica del presidente uscente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, da sempre convinto "espansionista". Marjan Sarec, primo ministro sloveno, ha bollato questa scelta come "discutibile". "Sappiamo che Juncker e [il primo ministro croato Andrej] Plenkovic sono membri dello stesso gruppo politico europeo", ha affermato.

Zagabria però ha ancora qualche ostacolo davanti prima di poter fare il suo ingresso nell'area Schengen. "Dovrà continuare a lavorare all'attuazione di tutte le politiche attuali, in particolare la gestione delle frontiere esterne", ha dichiarato martedì la Commissione europea.

Un'altra zona problematica è la penisola di Sabbioncello (Pelješac), a sud del paese. Può essere raggiunta solo attraverso la terraferma attraversando uno stretto corridoio di territorio bosniaco che è stato progettato proprio per garantire l'accesso al mare a Sarajevo. Il doppio attraversamento è già causa di lunghe code in estate, e si teme che la situazione potrebbe peggiorare con l'instaurazione di controlli più rigorosi alle frontiere.

Si prevede tuttavia che la Croazia possa completare entro il 2021 un enorme ponte che possa collegare l'istmo con la terraferma in croazia: un progetto ritardato dai timori bosniaci che la nuova struttura diventi un ostacolo per il passaggio delle grandi navi in quell'unico e prezioso tratto di mare.

Vantaggi economici

L'attuale commissario europeo per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza, Dimitris Avramopoulos, ha salutato il completamento dei test da parte della Croazia martedì come un passo che "contribuirebbe a rafforzare ulteriormente lo spazio Schengen" e a promuovere l'ideale di inclusione.

Ma Zagabria potrà approfittare di altri vantaggi economici - anche alla luce del fatto che il 20% del suo Pil dipende dal turismo. Secondo gli analisti di IHS Markit, l'ingresso a Schengen eliminerebbe i controlli alle frontiere per 11,6 milioni di turisti (il 75% del totale dei visitatori stranieri) che ogni anno arrivano in Croazia dai paesi dell'area Schengen.

Inoltre, l'aggiunta di un'altra meta alla lista dei paesi Schengen stimolerebbe il turismo dei visitatori in Europa che fanno domanda per un visto turistico. Ne beneficerebbe anche il trasporto marittimo, che fa da solo il 4% del PIL croato, come indica l'analista di IHS Markit, Andrew Birch.

"Rijeka (Fiume) è già un porto marittimo, in particolare per il trasporto di energia, e vanta un oleodotto collegato a Budapest. L'abolizione dei controlli di frontiera sul trasporto merci dalla Croazia verso l'interno della UE darebbe impulso all'attività portuale, essendo il porto marittimo più vicino all'Ungheria e alla Slovacchia, che vanta già collegamenti autostradali esistenti".

Indipendentemente dagli accordi commerciali, mantenere aperte le frontiere è di per sé un grande affare. Secondo una relazione della Fondazione Bertelsmann, la reintroduzione di controlli permanenti alle frontiere comporterebbe una perdita di crescita complessiva di 470 miliardi di euro per la UE fino al 2025.

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