Euronews non è più disponibile su Internet Explorer. Questo browser non è aggiornato da parte di Microsoft e non supporta le ultime novità. Ti suggeriamo di usare un altro browser come Edge, Safari, Google Chrome o Mozilla Firefox.
ULTIM'ORA

ESCLUSIVO - UNHCR in Libia, parte 1: Dalla difesa dei rifugiati a quella degli interessi europei?

ESCLUSIVO - UNHCR in Libia, parte 1: Dalla difesa dei rifugiati a quella degli interessi europei?
Diritti d'autore
Illegal immigrants are seen at a detention centre in Zawiyah, 45 kilometres west of the Libyan capital Tripoli, on June 17, 2017 - Taha JAWASHI / AFP
Euronews logo
Dimensioni di testo Aa Aa

Il 3 ottobre si celebra la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza per ricordare e commemorare tutte le vittime dell’immigrazione. Ricorda il naufragio del 2013 in cui 368 persone persero la vita al largo di Lampedusa.

In questo anniversario, Euronews pubblica in esclusiva un'inchiesta sull'operato di UNHCR, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in Libia, dove migliaia di migranti vivono in centri di detenzione o per le pericolose strade di Tripoli con la speranza, un giorno, di arrivare in Europa.

Nella nostra indagine abbiamo riscontrato preoccupanti negligenze in termini di assistenza umanitaria nei confronti di migranti e rifugiati che aspettano, a volte per anni, di sapere che ne sarà di loro. Restano in attesa in centri dove stupri, torture ma anche colpi d'arma da fuoco possono essere all'ordine del giorno. Ci domandiamo perché un'agenzia dell'Onu abbia difficoltà a lavorare in Libia nonostante il governo di Accordo Nazionale sia riconosciuto dall'Onu; ma, soprattutto, ci chiediamo il perché della mancanza di trasparenza che circonda l'operato dell'agenzia a Tripoli. Lo facciamo anche grazie alle interviste ai migranti detenuti in quelli che sono stati definiti dallo stesso Alto Commissario dell'UNHCR, Filippo Grandi, come veri e propri "campi di concentramento".

Il tweet da cui tutto è partito

A fine agosto, hanno fatto discutere un paio di tweet inviati dall'inviato speciale per l'agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR), Vincent Cochetel, in cui criticava i migranti che aspiravano a chiedere asilo in Europa a tutti i costi. Si diceva "molto preoccupato per la radicalizzazione dei sogni migratori e per le richieste di alcuni migranti e rifugiati in Libia e nei Paesi limitrofi". Nonostante successivamente abbia scritto di essere stato frainteso, il tono dei suoi messaggi sui social con il tempo non è cambiato.

Ci siamo chiesti allora come mai un'agenzia delle Nazioni Unite stesse accusando le stesse persone che dovrebbe proteggere di avere dei sogni irrealizzabili, oppure di non cercare protezione umanitaria più vicino a casa propria.

Secondo fonti qualificate contattate da Euronews, queste frasi di Cochetel fanno filtrare:

  • un crescente senso di frustrazione per come stanno andando le cose in Libia;
  • realpolitik;
  • un avvicinamento progressivo verso le posizioni del secondo più grande donatore di UNHCR: l'Unione Europea.

Libia, i migranti e il rispetto dei diritti umani

Uno strumento chiave della politica europea di esternalizzazione dei confini è il Fondo fiduciario dell'UE per l'Africa. Bruxelles conta sull'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM/IOM), collegata alle Nazioni Unite, e sull'UNHCR per garantire il rispetto dei diritti umani. Le due agenzie sono i "partner principali del nostro lavoro in Libia per proteggere le persone che hanno bisogno", afferma un portavoce UE contattato da Euronews.

In Libia, dove è in corso una guerra civile lanciata dal generale Haftar, c'è un Governo di Accordo Nazionale, legittimato dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu e presieduto da Al-Serraj. Quest'ultimo però non riconosce ufficialmente l'UNHCR, che ricordiamo è un'agenzia Onu, la quale è costretta ad operare nel paese senza un quadro normativo chiaro (un memorandum of understanding).

I rifugiati e richiedenti asilo regisrati in Libia sono 50mila; la maggior parte (il 91%) vive in contesti urbani, mentre si stima che 4.673 siano rinchiusi nei 26-30 centri di detenzione, spesso gestiti da milizie in cui le violazioni dei diritti umani all'ordine del giorno.

Questo è il contesto in cui l'agenzia ONU per i rifugiati si trova a lavorare "con uno status tenue e senza stabili garanzie di sicurezza", sottolinea la dott.ssa Melissa Phillips, ricercatrice indipendente in materia di migrazione alla Western Sydney University.

C'è una "iper preoccupazione sulla 'questione migratoria in Europa, che in precedenza finanziava centri di detenzione in Libia; nessuno ha fatto un passo indietro per capire quale sia il sistema migliore da mettere in atto nel paese. Tutti non fanno altro che reagire. Anche se in questo momento potrebbe non essere possibile creare un vero sistema di asilo nel paese, è necessario sforzarsi di più per creare un sistema che funzioni sul campo. Inclusi visti di lavoro e il riconoscimento dei lavoratori migranti temporanei".

UNHCR in Libia afferma di poter registrare solamente richiedenti asilo e i rifugiati appartenenti a 9 nazionalità o comunità. Di recente, l'agenzia Onu è stata oggetto di critiche da parte di varie Ong e attivisti dei diritti umani per la mancanza di trasparenza della sua sezione libica.

A giugno, un ex funzionario UNHCR, Jeff Crisp, che ora scrive per il Refugee Studies Centre e per Chatham House, ha posto su Twitter 20 domande che, al momento di scrivere, rimangono ancora senza pubblica risposta. Tra queste:

  • UNHCR ha mai avuto prove che le persone siano maltrattate dalla Guardia Costiera dopo essere state intercettate in mare e riportate in Libia?

  • Quale esattamente il livello di accesso di UNHCR ai migranti in detenzione? Se l'accesso è rifiutato, per quali ragioni?

  • UNHCR può effettuare visite a sorpresa nei centri?

  • UNHCR ha mai ricevuto prove che i detenuti sono soggetti a estorsioni, lavori forzati, sono torturati o venduti? Ha mai avuto prove della presenza di trafficanti di uomini nei centri di detenzione?

Queste domande riflettono le reali preoccupazioni espresse dai migranti rinchiusi nei centri di detenzione con i quali Euronews ha avuto l'opportunità di parlare via WhatsApp. Accusano il personale libico dell'agenzia dell'ONU di trascurarli, di gravi ritardi nelle procedure di registrazione e di complicità con i responsabili dei centri di detenzione al punto da coprire i loro abusi. ➡️ PARTE 2 .

Spari sui migranti o colpi in aria?

Nell'aprile 2019 scoppia una rivolta nel centro di Qasr bin Ghashir, vicino Tripoli. Le milizie sparano indiscriminatamente sui migranti, come denunciano gli stessi detenuti. UNHCR si affretta a evacuare 325 persone ma pubblica questo comunicato stampa in cui scrive che sono stati sparati colpi d'arma da fuoco in aria. MSF e Amnesty smentiscono però questa versione, arrivando alla conclusione che i migranti sono stati effettivamente feriti da proiettili, e chiedono l'apertura di un'indagine per crimini di guerra. Perché UNHCR ha quindi pubblicato una nota in cui nega gli spari sulle persone? Tra le varie domande specifiche fatte all'agenzia c'era anche questa, ma non ha avuto risposta.

Dopo questo sanguinoso episodio, rifugiati e migranti non registrati vengono trasferiti da UNHCR nel centro di detenzione di Az-Zāwiyyah. Se il nome vi dice qualcosa è perché si tratta dello stesso lager libico su cui sta indagando il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio.

Gestito da una milizia, i migranti hanno denunciato torture ed estorsioni nel suo hangar. Anche qui, nel giugno scorso, vengono esplosi colpi di arma da fuoco contro i migranti inermi, privati da giorni di cibo dai miliziani ➡️ PARTE 2

Anche in questo centro opera UNHCR. È noto agli addetti ai lavori perché la milizia che lo gestisce, legata ad un'unità di guardia costiera, è la famigerata brigata Al-Nasr, il cui leader Mohammed Kachlaf è sotto sanzioni internazionali imposte dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per tratta di esseri umani.

Secondo Jérôme Tubiana, ricercatore che si occupa di migrazioni subsahariane, l'allineamento di UNHCR con le politiche di esternalizzazione dei confini della UE "sembra addirittura contravvenire alle politiche globali Onu perché sia l'Unione Europea che UNHCR ritengono accettabile lavorare con la brigata Al-Nasr di Az-Zāwiyah - nonostante i suoi leader siano oggetto di sanzioni Onu. Cooperare con loro può costituire una violazione delle sanzioni".

Un portavoce della UE, commentando la nostra indagine, ci ha inviato una serie di osservazioni. Tra queste, si legge: "La UE non sostiene la brigata Al Nasr. Abbiamo lavorato a stretto contatto con gli Stati membri per estendere le sanzioni ai trafficanti sotto l'egida delle Nazioni Unite [...] nessuna delle unità di guardia costiera addestrate dall'operazione Sophia è nell'elenco delle sanzioni dell'ONU".

Charlie Yaxley, portavoce globale dell'UNHCR per l'Africa e il Mediterraneo/Libia, rileva quanto sia difficile coordinare qualsiasi tipo di operazione in Libia.

"Il lavoro che siamo in grado di svolgere nei centri di detenzione è limitato, in quanto questi sono gestiti dalle autorità libiche. Il nostro accesso è limitato e ci limitiamo a effettuare la registrazione, le valutazioni di protezione, le visite mediche/trattamenti e la fornitura di generi di soccorso di base. Le visite ai centri di detenzione sono coordinate in anticipo, le visite non vengono mai effettuate a sorpresa e l'accesso alle squadre UNHCR deve essere concesso in anticipo. UNHCR non considera sicuri i centri di detenzione per i rifugiati".

Ricapitolando: l'Onu riconosce il governo di Accordo Nazionale in Libia e le "autorità libiche" gestiscono i centri. Non dovrebbe essere allora garantito ad UNHCR un migliore accesso ai luoghi di detenzione dove, a detta di Yaxley, "la situazione è spaventosa"?

Intervistati nell'ambito della nostra indagine, fonti libiche e esperti di cooperazione internazionale hanno sottolineato altri problemi dell'operato di UNHCR in Libia. Tra essi:

  • discriminazione nei confronti dei migranti che vivono al di fuori dei centri di detenzione;
  • corruzione nel centro di evacuazione;
  • cattiva gestione dei processi di verifica e registrazione;
  • un sistema di protezione basato sulle nazionalità che finisce per creare favoritismi;
  • mancate risposte a centinaia di messaggi da parte dei migranti;
  • viaggi e computer portatili acquistati a prezzi gonfiati (per esempio, 5.800 dollari per un laptop).

Ne parliamo più in dettaglio nella seconda, terza e quarta parte di quest'indagine - pubblicata in anteprima sul sito di Euronews in inglese.

Il lavoro che siamo in grado di portare avanti nei centri di detenzione libici è limitato perché sono gestiti dalle autorità libiche
Charlie Yaxley
UNHCR

Ci vorranno i prossimi 30 anni per i ricollocamenti?

L'asset più prezioso del lavoro di UNHCR in Libia è la possibilità di evacuare i rifugiati da un paese insicuro. Tuttavia, "da quando i ricollocamenti dalla Libia hanno avuto inizio, a fine 2017, è stato possibile ricollocare solamente circa 2mila rifugiati ogni anno. Di questo passo, ci vorranno 30 anni per ricollocare tutti coloro che sono stati già registrati", commenta Jérôme Tubiana. "La colpa è gran parte delle politiche dell'Unione Europea. A causa della mancanza di slot in Europa, UNHCR in Libia dà la priorità a coloro che sono ritenuti più vulnerabili: minori, donne, famiglie. Per i maschi single adulti, anche in casi molto controversi per i quali il ritorno a casa equivale all'arresto o alla morte, il ricollocamento è quasi impossibile".

"C'è un altro fatto: gli agenti UNHCR in Libia poco conoscono contesti complicati come l'Eritrea o il Darfur. In pratica, i criteri fondamentali per l'asilo politico sono quindi abbandonati a favore di una selezione basata sul numero e sul tipo di persone accettate dalla UE. Le aspirazioni dei richiedenti asilo non sono affatto "radicali" - come suggerisce Cochetel, n.d.R. - ma si limitano a chiedere ad UNHCR di adempiere correttamente al suo mandato e di rispettare i principi che ne giustificano l'esistenza", l'opinione di Tubiana.

Il mandato di UNHCR è quello di trovare una soluzione per i rifugiati, ma non sempre i diretti interessati si accontentano di quella che viene trovata. L'imporante, per l'agenzia delle Nazioni Unite, è che sia una soluzione sicura. "Tutta la frustrazione nasce da qui", indica una fonte ben informata sulla politica interna di UNHCR. "A volte la soluzione trovata non coincide con ciò a cui aspirano i rifugiati".

Melissa Phillips fa riflettere su un altro punto. I migranti, anche in Libia, usano gli smartphone e sono a conoscenza di storie come quella di Rahaf Al-Qununun, la donna saudita cui è stato immediatamente concesso asilo in Canada dopo essersi barricata in un hotel di un aeroporto in Thailandia. "I rifugiati vedono questo trattamento e pensano ci siano due pesi e due misure" nelle politiche di ricollocamenti di UNHCR. L'agenzia, infatti, ha celebrato il buon esito delle trattative come un successo diplomatico. "Tutte le persone hanno aspirazioni e desideri: forse questi sogni sono semplicemente scomodi per noi".

Nessun potere di fermare le torture

"Posso confermare che UNHCR non ha alcun potere di fermare o prevenire le orribili torture e gli stupri contro i rifugiati nei centri di detenzione ufficiali", afferma Giulia Tranchina, avvocato a Londra che lavora nel settore delll'immigrazione, da anni impegnata con i richiedenti asilo provenienti dalla Libia. "I frenquenti episodi di tortura, privazione intenzionale di cibo, e i crimini di guerra perpetrati contro migranti e rifugiati detenuti in Libia - come documentato nei rapporti dell'Ufficio dell'Alto Commissario per i diritti umani - mostrano chiaramente come l'UNHCR non sia in grado di 'migliorare le condizioni' nei centri di detenzione; non solo, mostrano come il finanziamento e il sostegno dell'Europa alle autorità libiche sia equiparabile ad una complicità in questi crimini. L'affermazione della UE secondo cui il finanziamento ad UNHCR ha lo scopo di garantire il rispetto dei diritti umani in questi centri è demolita non solo dalle prove, ma anche dalle stesse dichiarazioni di UNHCR nelle quali viene costantemente sottolineato che l'agenzia non gestisce tali centri e spesso non ha neanche accesso o il permesso per assistere i detenuti".

Il centro di detenzione di Tarik Sika. Foto: Sara Creta

"Follow the money"

Cosa sta succedendo all'UNHCR, sul campo in Libia e tra i corridoi della sede di Ginevra? "Seguite la scia dei soldi, è sempre una buona regola", ci ha detto un esperto di diritti umani in riferimento a questo caso.

UNHCR opera grazie a finanziamenti provenienti da una dozzina di grandi stati donatori; ma il livello di queste donazioni non è riuscito a stare al passo con i costi operativi in crescita dell'agenzia, sostiene l'ex funzionario Jeff Crisp. Quasi il 90 per cento delle donazioni arriva dai singoli stati, e il consiglio di amministrazione dell'agenzia è composto interamente da stati.

Una fonte qualificata ritiene che UNHCR abbia paura di perdere i finanziamenti degli Stati Uniti (il principale sponsor, che da solo contribuisce per oltre il 40% del bilancio) e stia così cercando di allinearsi sempre di più con le politiche europee.

Per l'anno finanziario 2018, il contributo degli Stati Uniti ad UNHCR ha raggiunto il massimo storico di quasi 1,6 miliardi di dollari, con un aumento di 0,2 miliardi di dollari rispetto al 2017, quando l'amministrazione Trump ha minacciato di ridurre i finanziamenti dell'ONU fino al 50%. Alla fine, però, gli Stati Uniti hanno deciso di risparmiare UNHCR e di tagliare i fondi solamente a UNRWA (l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi). Per il 2019, gli USA hanno ridotto lievemente il loro impegno finanziario in favore dell'Alto commissariato per i rifugiati, e al momento di scrivere avevano già versato il 70 o 80% della quota totale.

"È sempre difficile prevedere se gli stati finanzieranno effettivamente UNHCR, mantenendo fede ai loro impegni. Ciò che è sicuro è che tra il 2015 e il 2018, il contributo della UE all'attività di UNHCR è aumentato proporzionalmente di più rispetto a quello degli Stati Uniti; il livello di donazioni dell'amministrazione Trump è rimasto più o meno stabile in questo periodo di tempo", analizza Marion Fresa, docente di antropologia della cooperazione internazionale all'Università di Neuchatel.

"La causa è da ricercarsi non tanto nella volontà di UNHCR di avvicinarsi sempre più alle politiche UE, quanto per il modo in cui l'Unione Europea affronta dal 2015 la cosiddetta "crisi dei rifugiati", finanziando un apparato umanitario di sicurezza in continua espansione per contenere i migranti alle frontiere ed esternalizzare la protezione dei rifugiati nei paesi vicini. L'UNHCR fa parte di questo apparato".

Negli ultimi 20 anni, l'agenzia ha cercato di diversificare le proprie fonti di finanziamento firmando partenariati con multinazionali come Microsoft, Nike o, più recentemente, IKEA, e raccogliendo fondi da fondazioni private, Ong e anche da privati cittadini.

Non solo: ha cercato di convincere stati che tradizionalmente non contribuiscono alla causa, come Qatar, Arabia Saudita, Corea del Sud o Cina, a farsi avanti e aprire le borse. "Ciononostante, la maggior parte del bilancio di UNHCR dipende ancora dagli stessi paesi chiave, e i suoi sforzi di diversificazione non hanno necessariamente portato l'agenzia ad essere più neutrale o meno politicizzata", continua Fresa.

"In primo luogo, perché UNHCR rimane, in ogni caso, un'organizzazione intergovernativa e, come tale, il suo mandato è sempre stato plasmato dalle preoccupazioni degli stati e da quella visione statale dei rifugiati come un 'problema'".

"In secondo luogo, per adempiere al suo mandato (ovvero garantire il diritto di richiesta di asilo e cercare soluzioni per i rifugiati), UNHCR dipende dalla volontà di cooperazione degli stati. Di conseguenza, deve costantemente impegnarsi in negoziati altamente politici".

"In terzo luogo, costruire partnership con altri attori non statali non fa necessariamente di UNHCR un soggetto meno politico: i finanziamenti stanziati dalle grandi imprese possono anche avere alcuni effetti politici significativi, come la trasformazione di rifugiati in merci o in una questione economica piuttosto che politica o umanitaria. Quindi, la diversificazione delle fonti di finanziamento non rende necessariamente UNHCR un'organizzazione più 'neutrale' o 'apolitica'. Nel corso del tempo, UNHCR è diventato un attore politico a pieno titolo nel complesso campo della gestione delle migrazioni, difendendo i propri interessi organizzativi e le proprie visioni su cosa dovrebbe essere la protezione dei rifugiati".

Non sorprende l'idea che un organismo di protezione umanitaria debba in qualche modo fare compromessi politici per meglio operare negli scenari internazionale; vale la pena esaminare, tuttavia, quanto questa strada da percorrere porti - o meno - verso l'incapacità di adempiere a pieno al mandato.

Fin dalla sua istituzione, l'obiettivo primario di UNHCR è stato quello di responsabilizzare gli stati firmatari della Convenzione sui rifugiati (1951) sui loro impegni e obblighi internazionali; monitorare gli sforzi dei vari paesi nel campo del rispetto del diritto internazionale dei rifugiati e sviluppare norme che li guidino nello sviluppo di sistemi nazionali di asilo.

UNHCR è una "foglia di fico" per la UE in Libia?

Come scrivono Sandvick e Jacobsen nel volume UNHCR and the struggle for accountability (2016), nei primi anni 2000 sono state intraprese ambiziose riforme strutturali e gestionali per migliorare la responsabilità di UNHCR nei confronti dei suoi donatori e beneficiari. Tuttavia, questo ha avuto l'effetto indesiderato di rendere l'organizzazione ancor più burocratizzata, "sollevando nuove sfide per quanto riguarda il rischio di trasformare la protezione dei rifugiati in un'impresa meramente tecnocratica, piuttosto che in una questione politica", aggiunge Fresia.

"Penso che UNHCR stia diventando progressivamente meno critica negli ultimi anni", afferma una fonte qualificata che preferisce rimanere anonima. "Si sta concentrando piuttosto sul marketing, sul branding e sulle comparsate delle celebrità invece di concentrarsi sui rifugiati, come dovrebbe fare".

James Hathaway, direttore del programma di diritto dei rifugiati e dell'asilo presso la University of Michigan Law School, sostiene che la convenzione sui rifugiati che UNHCR ha il compito di far rispettare è l'unica convenzione delle Nazioni Unite che non ha un'autorità di supervisione indipendente. Questo è parte del problema.

Omer Shatz, avvocato e docente di diritto internazionale a Sciences Po, lo stesso che aveva denunciato l'Italia e la UE al Tribunale penale dell'Aja per la morte di migliaia di migranti nel Mediterraneo, ritiene che "è tempo che UNHCR rimanga neutrale e cessi di fare da foglia di fico dell'UE nei campi di concentramento libici e nel Mediterraneo. La situazione è oggetto di indagine da parte della CPI e tutti gli attori coinvolti, compresi gli agenti dell'Onu, possono essere chiamati a rispondere delle loro azioni".

La stessa speranza è condivisa da Tranchina ("il governo della UE dovrebbe smettere di nascondersi dietro la presenza dell'OIM e dell'UNHCR sul campo") e Tubiana: "Sembra che UNHCR stia gradualmente rinunciando a proteggere la legislazione sul diritto d'asilo per allinearsi progressivamente sulle politiche UE, volte a prevenire i movimenti sud-nord dei migranti e dei rifugiati, dall'Africa all'Europa; spingendoli il più a sud possibile, e affidando il controllo delle migrazioni ai governi africani, senza sufficiente scrutinio sul loro rispetto per la democrazia e i diritti umani".

È lo stesso Cochetel a confermarlo, dicendo apertamente che UNHCR sta raddoppiando i suoi sforzi per dare soluzioni ai migranti prima che possano raggiungere la Libia: "Dobbiamo far funzionare meglio il ricollocamento nel paese di primo asilo, eliminando tutti gli incentivi per l'asilo secondario". .

Il messaggio è: non spostatevi così tanto, potete trovare protezione anche vicino a casa.