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UNHCR in Libia, parte 3 - Parla un whistleblower: "Favoritismi e cultura dell'impunità"

UNHCR in Libia, parte 3 - Parla un whistleblower: "Favoritismi e cultura dell'impunità"
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Migranti nel centro di detenzione di Khoms - Foto: Sara Creta
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L'indagine di Euronews sull'operato dell'UNHCR, l'Alto Commissario Onu per i Rifugiati, in Libia è stata portata all'attenzione del portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres.

In questa terza parte della nostra inchiesta esclusiva (qui➡️ la prima e la seconda parte) diamo la parola a un whistleblower, un ex dipendente dell'agenzia che denuncia "la peggiore" gestione "della regione", tra accuse di corruzione, "cultura dell'impunità", errori procedurali nel sistema delle registrazioni dei rifugiati e incompetenza dello staff locale di fronte a decine di migliaia di migranti in situazione di estrema vulnerabilità.

L'ex membro dello staff UNHCR ha parlato con Euronews chiedendo di restare anonimo per paura di ripercussioni. Dal suo racconto emerge il ritratto di un'agenzia non in grado di assolvere a pieno al proprio mandato, in una Libia sempre più violenta e instabile in cui i richiedenti asilo che non si trovano nei centri di detenzione vivono per strada, senza protezione, cure mediche o informazioni.

Alcuni migranti e rifugiati da noi contattati hanno ammesso di essere arrivati a pagare, corrompendo le guardie, per poter essere ammessi nei famigerati centri di detenzione libici così da avere più possibilità di essere evacuati dall'UNHCR; l'agenzia delle Nazioni Unite, infatti, dà la priorità a chi è più vulnerabile: trovarsi in una delle strutture gestite dai miliziani (qui trovate la mappa) diventa paradossalmente una condizione necessaria ad avere speranze di scappare dall'inferno. Questo nonostante i casi di torture, stupri, sparizioni e traffico di esseri umani denunciate a più riprese dai media internazionali.

Parlando dell'UNHCR in Libia, il whistleblower - che vi ha prestato servizio per diversi anni - descrive una struttura caotica, in cui i richiedenti asilo vengono registrati con nazionalità sbagliate mentre altri sono costretti ad aspettare per mesi prima di venire a conoscenza dello stato di avanzamento del loro dossier.

Ulteriori dubbi sorgono quando si analizzano le spese e i contratti di appalto dell'agenzia nel paese. Un audit interno del marzo 2019 descrive computer portatili acquistati a prezzi gonfiati (otto laptop comprati per circa 50mila dollari) e biglietti aerei comprati tramite agenzie per quasi 200mila dollari senza "alcuna gara d'appalto per i servizi di viaggio" (sez. D del rapporto OIOS 2019/007).

Migranti dimessi dall'ospedale e abbandonati a se stessi

Euronews ha parlato con decine di richiedenti asilo presenti in Libia. Tra essi, anche un uomo malato di tubercolosi polmonare: nonostante il suo precario stato di salute, Asyas, 30 anni, è stato dimesso dall'ospedale da uno dei partner di UNHCR sul territorio, International Medical Corps (IMC). Oggi vive in una casa di Tripoli e "aspetta di morire", confessa.

Una fonte a Tripoli riferisce che il ricovero ospedaliero di migranti e rifugiati - specialmente per i casi di tubercolosi - è costoso e alcuni ospedali pubblici non hanno le attrezzature per una corretta diagnosi dei casi. Di conseguenza, le ONG devono trovare un equilibrio tra il pagamento di fatture molto elevate agli ospedali privati e la dimissione anticipata dei pazienti, indica la fonte. IMC ha scritto a Euronews di non poter fare commenti sul caso.

Asyas, 30 anni, ricoverato in ospedale a Alriyada, Tripoli, tra il 4 e il 16 luglio. Ora è stato lasciato solo in una cas di Garghareshm, Tripoli. Non è in grado di muoversi. Foto: Sara Creta

La sensazione che serpeggia tra i migranti che vivono per le strade della capitale è di abbandono da parte delle istituzioni internazionali. I richiedenti asilo che vivono fuori dai centri di detenzione, ovvero la maggioranza,credono che sia compito dell'agenzia delle Nazioni Unite trovare loro un alloggio, ma la verità è che UNHCR non è obbligata a farlo. Un gruppo di rifugiati sudanesi - tra cui donne incinte e neonati - ha trascorso diversi mesi in un magazzino abbandonato in una zona di Tripoli conosciuta come al-Riyadiya. Pochi giorni fa il gruppo è stato sfrattato dal magazzino e ora dorme di fronte al centro diurno UNHCR - conosciuto come Community Day Care (CDC) - in attesa di un trasferimento in un alloggio più sicuro.

Commentando queste testimonianze, Charlie Yaxley, portavoce UNHCR, ci ha detto: "La vita di molti rifugiati è estremamente difficile, ciò che possiamo fare è molto limitato".

Due mesi fa, una famiglia di rifugiati si è stabilita in una ex fabbrica nell'area di al-Riyadiya, a 400 metri dal Community Daily Centre di UNHCR di Tripoli. Non si sentono al sicuro, soprattutto quando cala la sera. Foto: Sara Creta

Accuse di corruzione nel centro di evacuazione di Tripoli

La Libia è un paese in prima linea nella crisi migratoria ed è il punto di imbarco di molti gommoni e barche di fortuna che tentano la traversata del Mediterraneo verso l'Italia. Nel caos che è seguito alla morte del colonnello Gheddafi, nel 2011, sono emersi diversi gruppi di milizie, tutti in competizione tra loro per una fetta del lucrativo business del traffico di migranti. A fine settembre, dei circa 50mila rifugiati e richiedenti asilo nel paese (attenzione, però: il numero di migranti non ancora registrati è maggiore), quelli ancora in detenzione erano circa 3.500. Nei centri sono spesso soggetti ad abusi e violenze di ogni genere.

Le condizioni di queste strutture sono talmente sconcertanti che UNHCR dà priorità al trattamento dei migranti che vi sono detenuti perché considerati, come detto, più vulnerabili. Questo meccanismo porta ad effetti quasi paradossali, con casi di migranti che pagano di tasca loro per esservi ammessi, passando "dalla porta sul retro".

Nel dicembre 2018, migranti e rifugiati detenuti a Khoms Suq al-Khamis hanno iniziato uno sciopero della fame per convincere l'UNHCR a fare visita e registrarli: speravano che questo potesse impedire ai carcerieri di farli sparire dato che alcuni di loro - denunciano - sono stati venduti a trafficanti di esseri umani.

Muona, dimessa dall'ospedale poco dopo la nascita del figlio. "Non ho nessun aiuto per il mio bambino, proprio nulla da UNHCR" - Foto: Sara Creta

Amina, una rifugiata somala che ora vive nella struttura di Tariq al-Sikka, a Tripoli, conferma ad Euronews di aver pagato per essere "ammessa in detenzione ed avere maggiori possibilità di essere registrata ed evacuata".

L'ex membro dello staff UNCHR che ha accettato di parlare con noi racconta di un caso in cui una vittima di stupro, in stato di gravidanza, ha scelto di tornare in uno di questi centri di detenzione per avere più possibilità di essere ricollocata oltre i confini della Libia. Allo stesso modo, nella struttura di Abu Salim, i rifugiati eritrei hanno pregato il responsabile del centro di detenzione di ammetterli con la sola speranza di essere così registrati e, un giorno, portati via dalla Libia.

Altri pagano per entrare nel centro di evacuazione UNHCR di Tripoli noto come GDF (Gathering and Departure Facility, GDF), gestito dal Ministero dell'Interno libico, dall'Agenzia Onu e dal partner LibAid. Qui i rifugiati vengono di norma ospitati fino alla conferma del loro trasferimento in un altro stato.

Il GDF di Tripoli, di fronte al centro di detenzione di Tariq al Sika - Foto: Sara Creta

Qui un rifugiato in attesa di ricollocamento ha detto a Euronews: "Le guardie che lavorano al cancello, hanno portato dentro alcune donne somale ed eritree; hanno pagato 2000 dinari (circa 430€) ciascuna. Lo abbiamo riferito ad UNHCR, ma ci hanno chiesto di non dirlo a nessuno".

Commentando queste accuse, Yaxley ha risposto: "UNHCR prende molto seriamente qualsiasi denuncia per comportamento illecito. Ogni affermazione ritenuta attendibile, a seguito di un'indagine, viene trattata con tolleranza zero. Incoraggiamo vivamente tutte le vittime a contattare direttamente il nostro ufficio dell'Ispettorato generale".

Mancanza di informazioni

Al di là delle accuse di corruzione, l'ex dipendente UNHCR ci indica come il destino dei singoli richiedenti asilo e delle loro famiglie in Libia sia condizionato in gran parte dalla fortuna. "Dipende tutto dall'ufficio", continua la nostra fonte. "All'inizio del 2019, UNHCR ha registrato una donna della Costa d'Avorio (che non figura tra le 9 nazionalità che vengono considerate prioritarie e registrate in Libia) solo perché c'era stata una lettera di raccomandazione da parte di un funzionario di alto rango. A volte possono passare mesi prima che un caso venga registrato perché nessuno dà l'approvazione; ci sono casi di favoritismi ma anche di atteggiamenti svogliati. Tutta la procedura di registrazione è poco chiara".

Molti rifugiati e richiedenti asilo a Tripoli si lamentano con Euronews per la mancanza di informazioni disponibili relative al proprio caso. Il nostro whistleblower sostiene che questa pratica di non fornire dettagli faccia parte di una strategia ben precisa dell'agenzia, volta ad evitare di dover affrontare un'enorme mole di domande e di burocrazia. "Non rispondere ai rifugiati, tenendoli così all'oscuro del loro destino, è un'attitudine generale così da evitare ulteriori richieste. A Tripoli, i rifugiati o i richiedenti asilo sono lasciati senza alcuna informazione: non sanno se la loro richiesta verrà accettata o sarà respinta".

"Ricevono pochissime informazioni sul loro fascicolo e, nella maggior parte dei casi, nessun update adeguato su tutto il processo di registrazione - anche nei casi di appello o di respingimento delle richieste".

La nostra fonte indica che dal settembre 2017 non esista alcun modo per fare ricorso contro il diniego dello status di rifugiato, e che i richiedenti asilo non sanno di avere il diritto di contestare la decisione entro 30 giorni. Una famiglia nigeriana, ora detenuta nel centro di Az-Zāwiyah, ha descritto così la propria esperienza.

"La prima volta che siamo riusciti ad incontrare UNHCR è stata in segreto nel centro di Tarik Al Matar, nel luglio 2018. Da allora, UNHCR si rifiuta di registrarci. Quando tentiamo di chiedere informazioni sul nostro caso, continuano a dirci "dopo, dopo, la prossima volta, la prossima volta", afferma il capo famiglia. "A volte ci evitano totalmente. In un'occasione, UNHCR ci ha persino consigliato di tornare a casa. La mia bambina più piccola è nata in detenzione e la sorella più grande soffre dei traumi dovuti alle cose orribili che ha vissuto".

La situazione in Libia è destinata a peggiorare per via dei ritardi nei ricollocamenti in paesi come il Niger: il meccanismo di transito di emergenza (ETM) è saturo.

Nella prigione libica di Khoms il funzionario parla solo tre lingue: arabo, inglese e quella delle botte" - Foto: Sara Creta

Errori in fase di registrazione?

Gli sbagli del personale amministrativo locale, tra cui l'erronea registrazione di individui con nazionalità sbagliate, non fanno altro che peggiorare la situazione, continua la nostra fonte. "UNHCR registrava i cittadini del Ciad come sudanesi, o gli etiopi come eritrei. Il personale UNHCR in Libia non è qualificato per comprendere correttamente la situazione".

Commentando questa affermazione, Yaxley ci scrive che "lo staff UNHCR è selezionato attraverso lo stesso procedimento di tutte le altre operazioni in tutto il mondo, seguendo le procedure delle risorse umane. In Libia lavorano oltre 100 funzionari locali. UNHCR non subappalta esternamente i propri servizi".

L'auto-imposta regola di registrare solamente nove nazionalità sarebbe stata istituita per tenere bassi i numeri, aggiunge il whistleblower. A conferma di ciò, il sottosegretario libico del ministero dell'Interno per le Migrazioni, Mohammed Al-Shibani, indica a Euronews che il governo di unità nazionale libico non rifiuta di registrare altre nazionalità. "Le nazionalità sono determinate dall'Onu, non da noi".

Mohammed Al-Shibani, sottosegretario del ministro dell'Interno libico per le Migrazioni. Foto: Sara Creta

Un sistema "non in grado di usare le proprie risorse in maniera efficiente"

Capitolo spese. L'ex staff UNHCR denuncia come l'audizione interna sulle operazioni dell'UNHCR in Libia mostri che l'agenzia si sia avvalsa di forniture per 4.7 milioni di dollari nel 2017 e quattro milioni di dollari nel 2018 "senza condurre alcuna analisi costi-benefici", optando invece per chiamata diretta "nonostante le differenze significative tra i tassi di cambio ufficiali e quelli di mercato".

Nel 2017 e nel 2018, "la missione ha commissionato acquisti per oltre 100mila dollari a tre partner senza che questi fossero stati pre-qualificati dal Servizio Acquisti della sede centrale". Il risultato sono stati costi "più elevati ed inutili" rispetto al necessario.

Ad esempio, l'audit indipendente ha rilevato una transazione per otto computer portatili per una spesa totale di 47.067 dollari (equivalente a un costo unitario per computer portatile di 5.883 dollari); non solo, vengono menzionati biglietti aerei per un importo di 128mila e di 66mila dollari (nel 2017 e 2018), acquistati da due diverse agenzie di viaggio senza alcuna procedura chiara per la selezione.

"La missione non è stata in grado di dimostrare di aver utilizzato le proprie risorse in modo efficace ed efficiente per soddisfare i bisogni essenziali delle persone bisognose", si legge nell'audit. "La mancanza di rapporti in merito accresce inoltre il rischio di danno di immagine per l'UNCHR".

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