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Il dramma dei migranti dell'Isola di Samos

Il dramma dei migranti dell'Isola di Samos
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Questa è l'isola di Samos, in Grecia, vicino alle coste turche. Ma cio' che l'ha resa famosa è un hotspot, un centro di registrazione dei migranti, diventato un vero e proprio incubo. La struttura puo' contenere 1500 persone, ma ad oggi sono 4000 i migranti bloccati li. C'è un sovraffollato all’inverosimile ed è per questo che, all’esterno del campo, sulle colline coperte di pini della bella isola dell’Egeo, si vedono solo tende e baracche. Non c'è elettricità, l'acqua scarseggia e i bagni sono pochi, cosi come i medici e gli psicologi. Il rischio di una crisi umanitaria è molto alto.

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Sarah, richiedente asilo, ci racconta la vita in questo campo.

"Benvenuti nel mio mondo! Faremo una passeggiata e vi faro' vedere qual è la situazione qui nel campo di Samos"

Sarah viene dall'Uganda. Era una docente universitaria in scienze politiche e attivista politica per i diritti civili, è fuggita dal suo paese, dove la sua vita era minacciata. È rimasta bloccata qui per 8 mesi, insieme ad altri migliaia. Durante la passeggiata incontra un gruppo di uomini. Conduce lei l'intervista e chiede loro se hanno avuto risposte alla loro richiesta di asilo in Grecia. Sono palestinesi che attendono da almeno due, tre anni quella risposta. "La situazione qui è "ogni uomo per se stesso e Dio per tutti noi". Tutti sono dei sopravvissuti. È una vita da giungla, tutto sommato".

La visita continua e Sarah ci invita a vedere altro degrado all'interno del centro di accoglienza. "Viviamo tra ratti, serpenti e tutti i parassiti possibili - dice - ma dobbiamo andare avanti. Perché non puoi smettere di vivere. Sì, questa è la vita, questa è la realtà ... Questa è l'Europa ??? "

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D’inverno fa freddo, il cibo è scarso. L’assenza di servizi e la presenza, a ridosso della città, di migliaia di donne, uomini e bambini disperati stanno mettendo in difficoltà anche la convivenza con i 33 mila abitanti di Samos, che normalmente vivono di turismo e cominciano a manifestare insofferenza.

Sarah ci conduce in quella che, ridendo, descrive come "area vip". Qui c'è Sunday, il tuttofare e gestore della zona. "Gestisco questo posto - dice - cerco di mantenermi in forma, vado laggiù per fare un po 'di allenamento, solo per dimenticare una o due cose. Altrimenti, morirei in silenzio! Dall'ingresso di questo posto e fino alla fine, tutto ruota intorno all'oscurità. Capisci? È tutta una oscurità! Non stiamo bene qui".

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E poi Sarah ci mostra il posto in cui vive. Sorride. Ci mostra una chiave per aprire. E' stata costretta a mettere una serratura perchè anche li la disperazione fa l'uomo ladro. ''Abbiamo un sacco di ladri che chiamiamo 'Ali Baba' .. Quindi questa è la mia piccola mini cucina e i miei utensili sono qui .. Sono molto fortunato ad avere un sacco a pelo invernale che ho comprato per me stessa... e poi, sono una donna, non posso uscire di notte, quindi uso il secchio come un gabinetto ... Ho anche la ventilazione, ho una finestra, una finestra qui ... ma come ti ho detto, i topi ci danno molti problemi e quindi appendo i miei prodotti alimentari qui"

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Sarah è una donna forte. Ha lasciato le sue tre figlie in Uganda. Loro sanno che la loro madre è in Grecia, ma non della sua vita nella giungla. Ma lei vuole continuare a combattere per il loro bene. "Sì, siamo rifugiati - dice - ma siamo rifugiati con uno scopo, un sogno, una speranza! Non saremo profughi a lungo, perché ... sappiamo che un giorno le cose andranno meglio".

Ogni giorno, Sarah viene in questo centro comunitario gestito da una delle ONG che aiuta i migranti a Samos. Qui inizia la lezione di inglese con i richiedenti asilo.

Quelli che riescono a sbarcare a Samos partendo dalla Turchia affidandosi ai trafficanti vengono in maggioranza dall' Afghanistan. Il 53% sono uomini, il 22% donne e il 25% bambini, Sarah vuole aiutarli a non perdersi. "Sì, è molto importante. Non solo per la mia autostima, ma anche per la mia carriera - dice - e mi fa andare avanti. Per sapere che ci sono persone che hanno voglia di imparare. Per essere migliore. La vita nella giungla è vita nella giungla. Ma qui, almeno ci sentiamo un po 'diversi. Ci sentiamo umani. Ci sentiamo come se avessimo un senso di appartenenza. E abbiamo la voglia di vivere e di essere migliori".

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