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Dopo le proteste, l’Iran entra in una fase critica: gli scenari sul tavolo

Gli iraniani si radunano a Monaco, Giornata mondiale d'azione
Gli iraniani si radunano a Monaco, Giornata mondiale d'azione Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Alain Chandelier
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Dalla stabilità repressiva alle fratture interne, fino al ruolo della diaspora: analisi dei possibili scenari politici per l’Iran dopo le proteste e la mobilitazione internazionale

La repressione delle proteste in Iran e l’uccisione di migliaia di manifestanti hanno riportato al centro del dibattito internazionale il futuro politico del Paese. La mobilitazione della diaspora iraniana durante la Giornata internazionale d’azione - promossa dall’appello di Reza Pahlavi - ha contribuito a rafforzare l’attenzione diplomatica e mediatica sulla crisi, alimentando analisi e riflessioni sugli sviluppi possibili.

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Osservare queste dinamiche richiede un approccio comparativo piuttosto che interpretazioni emotive o episodiche. L’esperienza storica dimostra che la trasformazione dei regimi autoritari raramente è determinata da un evento isolato: è invece il risultato dell’interazione tra pressione sociale interna, coesione o fratture nelle élite, condizioni economiche e contesto internazionale. Da questa combinazione emergono diversi scenari plausibili.

Scenario 1: stabilità repressiva e controllo securitario

Nei regimi ideologici che si fondano sulle forze di sicurezza, la sopravvivenza del sistema dipende dalla coesione dell’apparato repressivo. Quando tali forze non sono solo strumenti di controllo ma anche beneficiarie economiche e portatrici di un’ideologia, la probabilità di fratture interne si riduce nel breve periodo. In questi casi l’intensificazione della repressione e del controllo informativo può produrre una stabilità coercitiva, come osservato in Bielorussia o, in forma più estrema, nella guerra civile siriana.

Tuttavia, la storia mostra che questa coesione può rivelarsi ingannevole. L’esperienza della Romania nel 1989 dimostra come, fino all’ultimo momento, il blocco securitario possa apparire solido; ma quando l’esitazione si diffonde tra le forze armate e il costo di reprimere supera quello della disobbedienza, il crollo può essere improvviso e violento.

In genere, uno scenario simile non conduce subito al collasso del sistema, ma produce erosione sociale, emigrazione delle élite e perdita di capitale umano e fiducia collettiva.

Scenario 2: fratture interne e transizione controllata

Un cambiamento duraturo diventa possibile quando emergono divisioni all’interno della struttura di potere, in particolare tra vertici e livelli intermedi. Se parte dell’élite giunge alla conclusione che mantenere lo status quo è più costoso che avviare riforme, può aprirsi lo spazio per una transizione negoziata.

Le crisi economiche aggravano questo processo: la riduzione delle risorse utilizzate per garantire la lealtà delle reti di potere intensifica la competizione interna. Se a ciò si aggiunge la questione della successione al vertice, aumenta la probabilità di negoziati per ridefinire le regole del sistema.

La transizione spagnola dopo la morte di Franco rappresenta un esempio classico: parte dell’élite favorì un accordo politico che portò alla legalizzazione dei partiti, alle elezioni e alla nuova costituzione del 1978. Anche i casi del Cile negli anni ’80 e del Brasile tra il 1974 e il 1985 mostrano come crisi economiche e mobilitazioni sociali possano spingere regimi militari a un ritiro graduale, senza collassi improvvisi.

Analogamente, l’Indonesia nel 1998 dimostrò come una crisi finanziaria potesse rompere l’alleanza tra dittatore e apparato militare: sotto pressione economica e sociale, l’esercito costrinse Suharto alle dimissioni.

Scenario 3: pressione o intervento esterno

L’intervento militare straniero può far cadere rapidamente un governo, ma non garantisce stabilità. L’esperienza irachena del 2003 mostra come il crollo del regime non abbia portato a un ordine stabile: lo smantellamento dell’apparato statale creò un vuoto di potere, alimentando insurrezioni e conflitti settari.

Anche la caduta di Mubarak in Egitto evidenzia i rischi di cambiamenti privi di strutture politiche alternative solide, con possibili derive verso nuove forme di autoritarismo o instabilità.

Nel diritto internazionale, il concetto di intervento umanitario richiede condizioni specifiche - crisi umanitarie diffuse e consenso internazionale - e persino nei casi in cui si è verificato, come in Libia, non ha garantito stabilità duratura.

In sintesi, l’intervento esterno può modificare rapidamente gli equilibri, ma senza un progetto istituzionale condiviso rischia di trasformare la crisi politica in instabilità prolungata.

Scenario 4: disobbedienza civile e scioperi paralizzanti

La ricerca teorica evidenzia che i movimenti non violenti, se raggiungono un’ampia partecipazione, possono erodere la lealtà degli apparati repressivi e aumentare il costo del governo. Scioperi generali, disobbedienza amministrativa e reti di solidarietà possono colpire non solo l’economia, ma anche la coesione interna delle istituzioni.

Le rivoluzioni non violente in Serbia e nelle Filippine dimostrano come il superamento di una certa soglia di partecipazione pubblica possa alterare profondamente i rapporti di potere. In effetti, il funzionamento dei regimi autoritari si basa non solo sulla forza, ma sull’obbedienza burocratica: quando tecnici, funzionari e quadri intermedi si uniscono alla protesta, la macchina statale può paralizzarsi dall’interno.

Tuttavia, il successo richiede organizzazione e capacità di mobilitare i settori chiave. In Iran, la forte presenza economica delle forze legate ai Guardiani della Rivoluzione rende particolarmente difficile l’avvio di scioperi paralizzanti.

Scenario 5: diaspora e delegittimazione internazionale

La diaspora può influenzare la politica transnazionale attraverso lobbying, formazione dell’opinione pubblica e promozione di sanzioni mirate. La lotta contro l’apartheid sudafricano dimostra come la pressione internazionale possa aumentare i costi di sopravvivenza di un regime e favorire cambiamenti interni.

Nell’era digitale, la battaglia si gioca anche sul piano informativo: la capacità della diaspora di contrastare la propaganda e proporre un’alternativa credibile può influire sulle dinamiche interne. Tuttavia, senza fratture interne e mobilitazione sociale diffusa, la pressione esterna raramente produce cambiamenti duraturi.

Il motore principale del cambiamento resta interno al Paese, anche se la convergenza tra pressioni interne ed esterne può accelerarne il processo.

Le specificità iraniane

Il caso iraniano presenta caratteristiche strutturali particolari: uno Stato ideologico-religioso con istituzioni multilivello, un forte intreccio tra apparato securitario ed economia e una complessa rete di meccanismi difensivi contro le pressioni sociali.

La lealtà delle forze di sicurezza è sostenuta non solo dall’ideologia ma da interessi economici. Tuttavia, crisi economica, inflazione e riduzione delle rendite possono indebolire tali legami. La formazione di coalizioni sociali tra studenti, lavoratori e classi medie rappresenta una variabile cruciale, così come l’esistenza di un’alternativa politica credibile in grado di rassicurare le élite indecise.

Sul piano internazionale, le dinamiche geopolitiche complicano eventuali pressioni esterne, ma queste possono comunque fungere da fattore accelerante.

Quale scenario è più probabile?

La Repubblica islamica attraversa una crisi multipla: l’apparato repressivo rimane operativo, ma la legittimità interna si erode e l’isolamento internazionale aumenta.

La risposta alla domanda su cosa attendersi non risiede in un singolo evento, bensì nell’interazione tra variabili: intensità della disobbedienza civile, coesione e organizzazione dell’opposizione, profondità della crisi economica e comportamento delle forze di sicurezza.

Le esperienze storiche offrono analogie, ma nessun modello preconfezionato. Il futuro dell’Iran dipenderà, in ultima analisi, dall’incontro tra struttura e azione - tra le condizioni del sistema e le scelte dei suoi attori.

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