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Analisi: promesse non mantenute, vite perse. Le proteste iraniane e la responsabilità globale

In questo fotogramma tratto da un filmato che circola sui social media, i manifestanti ballano e si rallegrano intorno a un falò a Teheran, il 9 gennaio 2026.
In questo fotogramma tratto da un filmato che circola sui social media, i manifestanti ballano e si rallegrano intorno a un falò a Teheran, il 9 gennaio 2026. Diritti d'autore  AP Photo
Diritti d'autore AP Photo
Di Babak Kamiar
Pubblicato il
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Gli analisti concordano sul fatto che il regime iraniano abbia deciso di compiere uccisioni di massa per sopravvivere alle proteste guidate dal collasso economico, con chiari ordini di usare la forza letale contro i manifestanti disarmati.

Quando, a fine dicembre, sono esplose proteste in tutto l’Iran a causa del collasso economico, la risposta del regime è stata rapida e letale.

Non si è trattato di gestione dell’ordine pubblico, ma di un massacro calcolato. Le organizzazioni internazionali per i diritti umani lo descrivono oggi come una delle più grandi uccisioni di massa di manifestanti dell’epoca contemporanea.

La domanda che si pongono ormai le capitali occidentali non è più se siano state commesse atrocità, ma se la comunità internazionale abbia la volontà di rispondere con qualcosa che vada oltre la retorica.

"Non c’è dubbio che la Repubblica islamica abbia compiuto una delle più grandi uccisioni di massa di manifestanti dei nostri tempi", ha dichiarato Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore dell’organizzazione Iran Human Rights con sede a Oslo, intervenendo a un incontro online del Parlamento europeo.

Prove sempre più evidenti indicano che la Repubblica islamica aveva preso una decisione strategica prima ancora dell’inizio delle proteste, a loro volta prevedibili date le condizioni economiche al collasso del Paese. La scelta è stata netta: sopravvivere attraverso le uccisioni di massa e la deliberata produzione della paura.

Una donna tiene in mano una mappa dell'Iran durante una manifestazione a sostegno delle proteste antigovernative in Iran a Bucarest, 24 gennaio 2026.
Una donna tiene in mano una mappa dell'Iran durante una manifestazione a sostegno delle proteste antigovernative in Iran a Bucarest, 24 gennaio 2026. AP Photo

In quest’ottica, attribuire la responsabilità delle morti a esponenti dell’opposizione o a leader stranieri - incluso il presidente Donald Trump - per l’uccisione di manifestanti disarmati appare eccessivamente semplicistico.

Le forze di sicurezza hanno agito con l’ordine esplicito di sparare con intento letale. I video provenienti da tutto l’Iran mostrano un modello coerente e coordinato di repressione, oggi al vaglio di organismi giuridici internazionali. La violenza non è stata spontanea. È stata premeditata.

Secondo la documentazione ritenuta credibile dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, il numero delle vittime resta oggetto di contestazione. Iran Human Rights ha documentato almeno 3.428 morti al 14 gennaio.

A fine gennaio, l’agenzia Human Rights Activists, con sede negli Stati Uniti, ha riportato almeno 6.126 morti.

La rivista Time e Iran International hanno citato registri ospedalieri che suggerirebbero un bilancio compreso tra 30.000 e 36.500 vittime solo nei giorni dell’8 e 9 gennaio, sebbene queste cifre più elevate restino non verificate. Il governo iraniano ha riconosciuto 3.117 morti al 21 gennaio. Tuttavia, il 16 gennaio 2026, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’Iran, Mai Sato, ha dichiarato in un’intervista che almeno 5.000 persone erano state uccise, osservando che, secondo fonti mediche, il bilancio potrebbe arrivare fino a 20.000.

La leadership iraniana era ben consapevole che il conflitto di dodici giorni che aveva coinvolto Stati Uniti e Israele a metà del 2025 si era concluso senza un esito definitivo. Dal punto di vista di Teheran, un nuovo confronto restava una possibilità concreta. Guadagnare tempo divenne una priorità.

I decisori politici calcolavano che, in caso di un’ulteriore escalation militare, l’opinione pubblica non sarebbe rimasta passiva.

A differenza delle crisi precedenti, il deterioramento delle condizioni economiche ha fatto sì che una parte significativa della società potesse passare dalla sopportazione silenziosa alla resistenza attiva, trasformandosi potenzialmente in ciò che il regime definisce “forze nemiche” interne.

Molti dei manifestanti scesi in piazza, soprattutto l’8 e il 9 gennaio, sembrano essere stati incoraggiati dai ripetuti messaggi pubblici di Trump.

Il presidente ha esplicitamente esortato gli iraniani a rimanere in strada in diversi post sui social media, scrivendo "l’aiuto sta arrivando" e "patrioti iraniani, continuate a protestare - prendete il controllo delle vostre istituzioni".

Il 2 gennaio ha scritto su Truth Social: "Siamo carichi e pronti a partire".

Persone bruciano bandiere statunitensi e israeliane durante una manifestazione a sostegno del governo iraniano a Istanbul, 18 gennaio 2026.
Persone bruciano bandiere statunitensi e israeliane durante una manifestazione a sostegno del governo iraniano a Istanbul, 18 gennaio 2026. AP Photo

Posizionamento militare e ambiguità strategica

Il dispiegamento del gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln verso il Golfo Persico ha intensificato le speculazioni sulle intenzioni di Washington.

Secondo la Marina statunitense, la portaerei è entrata nel Golfo Persico il 26 gennaio. Molti analisti ritengono plausibile - alcuni addirittura inevitabile - un attacco militare statunitense contro l’Iran. L’incertezza non riguarda tanto il se, quanto il come e il perché.

Gli scenari discussi da fonti regionali e statunitensi spaziano da attacchi limitati o eliminazioni mirate di alti funzionari del regime, ad azioni contro infrastrutture militari e apparati repressivi, o a una combinazione di queste opzioni. Resta poco chiaro se l’obiettivo di Washington sia un cambio di regime o un suo semplice indebolimento.

Lo schieramento della portaerei suggerisce una postura di lungo periodo più che un segnale tattico immediato. Secondo il New York Times, Trump avrebbe ricevuto rapporti d’intelligence secondo cui la presa del potere della Repubblica islamica sarebbe al punto più debole dalla Rivoluzione islamica del 1979 che rovesciò lo scià Mohammad Reza Pahlavi.

Il sole tramonta sulla portaerei USS Abraham Lincoln nell'Oceano Indiano, il 22 gennaio 2026.
Il sole tramonta sulla portaerei USS Abraham Lincoln nell'Oceano Indiano, il 22 gennaio 2026. AP Photo

Indebolire il regime. E chi ne paga il prezzo

Se la strategia statunitense dovesse concentrarsi esclusivamente sull’indebolimento della Repubblica islamica, senza facilitare una transizione politica, gli analisti avvertono che a pagarne il prezzo più alto sarebbero i civili. Mentre alcune economie regionali o mercati energetici potrebbero trarne beneficio nel breve termine, il collasso sociale ed economico interno all’Iran si aggraverebbe ulteriormente.

Diversi economisti sottolineano che un Iran democratico e orientato all’Occidente non coinciderebbe necessariamente con gli interessi di tutti gli attori regionali. Oltre alla Cina, diverse potenze regionali hanno tratto vantaggio materiale dall’isolamento dell’Iran sotto il regime sanzionatorio.

Tuttavia, in una prospettiva occidentale di lungo periodo, gli analisti sostengono che un Iran stabile e democratico servirebbe meglio gli interessi comuni - economici, politici ed energetici - rispetto a uno Stato cronicamente indebolito e sempre più dipendente da Pechino e Mosca.

La Guida Suprema iraniana, Ayatollah Ali Khamenei, parla durante un incontro a Teheran, 17 gennaio 2026.
La Guida Suprema iraniana Ayatollah Ali Khamenei parla durante un incontro a Teheran, 17 gennaio 2026 AP Photo

L’ambiguità strategica può offrire flessibilità, ma apre anche spazi alle potenze rivali per consolidare la propria influenza in assenza di un impegno occidentale deciso.

Questo scenario in evoluzione invia un messaggio anche all’opposizione iraniana nella diaspora. Sempre più viene interpretato come un momento che richiede moderazione piuttosto che ritorsioni, e coordinamento anziché rivalità interne.

I sondaggi indicano un cambiamento significativo nel sentimento pubblico verso figure dell’opposizione come Reza Pahlavi dopo il conflitto di dodici giorni dello scorso anno.

All’inizio del 2026, il quadro appare mutato. L’emergere di slogan come "Questa è l’ultima battaglia, Pahlavi sta tornando", pronunciati da una generazione che non ha memoria dell’era pre 1979, segnala una rivalutazione politica plasmata dalle realtà attuali più che dalla nostalgia storica. Riflette un’eco di voci dall’interno dell’Iran, piuttosto che una proiezione imposta dall’esterno.

Un negoziante nello storico Grand Bazaar di Teheran, 20 gennaio 2026
Un negoziante nello storico Grand Bazaar di Teheran, 20 gennaio 2026 AP Photo

Questo cambiamento non implica un consenso sul futuro sistema di governo né un sostegno incondizionato a un singolo individuo. Indica piuttosto una crescente accettazione di un compromesso pragmatico per una fase di transizione - un’intesa politica minima, non un accordo totale - che possa coinvolgere la comunità internazionale come interlocutore credibile.

In un momento in cui la frammentazione rischia di indebolire la causa nel suo complesso, la coerenza può risultare più importante della purezza ideologica.

La responsabilità non riguarda solo gli attori politici. Ricade anche su chi sceglie il silenzio per timore di sbagliare, su chi evita di “mettere per iscritto” una posizione per non commettere errori. A un certo punto, l’educazione deve lasciare spazio alla responsabilità.

La storia non è scritta da chi resta a guardare. Legislatori, giuristi, artisti, atleti e figure culturali di origine iraniana hanno una responsabilità particolare.

La loro credibilità e la loro visibilità consentono di inquadrare l’Iran non come un problema geopolitico astratto, ma come una crisi urgente dei diritti umani che richiede azioni concrete.

Manifestanti partecipano a una manifestazione a sostegno delle proteste di massa in Iran contro il governo a Berlino, 14 gennaio 2026.
Manifestanti partecipano a una manifestazione a sostegno delle proteste di massa in Iran contro il governo a Berlino, 14 gennaio 2026 AP Photo

Europa: una prova di unità e credibilità sui diritti umani

Queste questioni hanno raggiunto anche le istituzioni europee. Lunedì, la delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con l’Iran ha convocato una sessione presieduta da Hannah Neumann, alla quale hanno partecipato eurodeputati, rappresentanti della Commissione europea, del Servizio europeo per l’azione esterna e attivisti iraniani per i diritti umani.

I partecipanti hanno ribadito la richiesta di designare il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc) come organizzazione terroristica ai sensi della legislazione dell’Ue. I funzionari europei hanno tuttavia sottolineato che tale decisione spetta al Consiglio europeo e richiederebbe l’unanimità dei 27 Stati membri.

Fonti diplomatiche riferiscono che, mentre diversi Paesi sostengono la designazione, altri - tra cui Francia e Spagna - si oppongono, citando precedenti giuridici e possibili conseguenze diplomatiche. L’apparato di politica estera dell’Ue continua a insistere sulla necessità di mantenere canali di dialogo con Teheran.

Manifestazione a sostegno delle proteste di massa in Iran, Berlino, 10 gennaio 2026.
Manifestazione a sostegno delle proteste di massa in Iran, Berlino, 10 gennaio 2026. AP Photo

Questi sviluppi avvengono sotto un attento scrutinio globale. L’intensificarsi della repressione in Iran, l’aumento dei movimenti militari nella regione e la risposta limitata dell’Europa sono osservati insieme a un’altra realtà: nello stesso periodo, alti funzionari europei sono impegnati in importanti negoziati commerciali in India, il Paese più popoloso del mondo.

Per molti osservatori, questo contrasto solleva interrogativi sulle priorità e rischia di compromettere la credibilità europea in materia di diritti umani proprio nel momento in cui la sua voce potrebbe contare di più.

Il regime iraniano ha dimostrato di non esitare a ricorrere alla pena di morte per reprimere il dissenso, instillare paura e punire le comunità emarginate.

La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha invitato l’Europa ad agire - e rapidamente. In risposta all’entità delle vittime segnalate, Neumann ha definito la violenza profondamente allarmante ed ha esortato l’Europa ad andare oltre le dichiarazioni, chiedendo azioni concrete, una posizione condivisa da molti esponenti della diaspora iraniana.

Responsabilità oltre il simbolismo

Gli analisti avvertono che difficilmente gesti puramente simbolici modificheranno la realtà sul terreno. Dichiarazioni, condanne e manifestazioni - per quanto comprensibili - spesso consumano capitale politico che potrebbe essere impiegato in meccanismi di responsabilità più efficaci.

Gli strumenti legali internazionali restano largamente sottoutilizzati: procedure speciali delle Nazioni Unite, missioni di accertamento dei fatti, procedimenti basati sulla giurisdizione universale, sanzioni mirate e azioni giudiziarie internazionali. Da questo punto di vista, la priorità per gli attori esterni dovrebbe essere aumentare il costo globale della repressione, non fornire indicazioni a manifestanti che già affrontano un rischio esistenziale.

La responsabilità non è solo dei leader politici. Si estende anche a chi sceglie il silenzio per prudenza, preferendo l’inazione al rischio di sbagliare. A un certo punto, la moderazione diventa disimpegno.

Un uomo tiene in mano una mappa dell'Iran durante una manifestazione a sostegno delle proteste antigovernative a Bucarest, 24 gennaio 2026.
Un uomo tiene in mano una cartina dell'Iran durante una manifestazione a sostegno delle proteste antigovernative a Bucarest, 24 gennaio 2026 AP Photo

La questione centrale non è raggiungere un consenso sul futuro sistema politico iraniano, ma stabilire se attori politici e civili siano disposti a riconoscere la realtà e ad agire di conseguenza. Le fasi di transizione richiedono spesso quadri imperfetti ma praticabili. Rifiutare ogni opzione imperfetta può ritardare l’assunzione di responsabilità, più che difendere i valori democratici.

L’Iran non è né la Siria né il Venezuela. Il suo popolo non è un osservatore passivo, ma una società che ha già pagato un prezzo altissimo.

La domanda non è più se l’Iran sia pronto al cambiamento. È se la comunità internazionale sia pronta a rispondere - con chiarezza, decisione e senso di responsabilità.

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