La larga sconfitta del governo nel referendum sulla riforma costituzionale della giustizia esalta le opposizioni. Chi chiede le dimissioni di Meloni, chi lancia la battaglia per le politiche in feste di piazza. La premier riconosce lo stop, ma assicura che il governo resta in carica
La bocciatura della riforma costituzionale della giustizia al referendum, votato domenica e lunedì, ha segnato la prima vera sconfitta politica di Giorgia Meloni e aperto di fatto una corsa elettorale in vista delle politiche del prossimo anno.
Il voto doveva confermare una modifica della Costituzione e del potere giudiziario, fortemente voluta dalla maggioranza di governo e dal centrodestra sin dai tempi di Silvio Berlusconi.
La sconfitta con poco più del 46 per cento di SI e un'affluenza intorno al 58,9 per cento in Italia (56,4 includendo le circoscrizione estere), dunque ai livelli delle elezioni nazionali (quasi 64 per cento nel 2022), ha non a caso ringalluzzito l'opposizione alla premier e al suo governo.
Referendum tecnico o politico?
Nelle settimane che hanno portato al voto, si è dibattuto del merito e molto di più del valore politico di questo voto.
La riforma della magistratura e delle sue prerogative, in passato proposta anche dalla sinistra e passata lo scorso ottobre in aula, aveva certamente il merito di affrontare criticità segnalate da più parti negli anni: dall'abuso di potere di alcuni magistrati all'organicità per così dire tra l'accusa e il giudice in un processo penale, dal momento che pubblici ministeri e giudici vengono dallo stessa formazione da magistrato, mettendo in difficoltà la difesa e i diritti degli imputati.
Eppure la tecnicità della riforma e del quesito ha favorito probabilmente una scelta politica da parte degli elettori e non di merito in questo referendum. Un po' come nel caso dei referendum abrogativi, che negli ultimi anni sono stati difficilmente comprensibili vedere gli ultimi sul lavoro, la gente ha sostanzialmente votato a favore o contro il governo.
Il fatto che lo scontro tra maggioranza e opposizioni si fosse fatto molto vivo e che l'affluenza sia andata oltre la tradizione, quasi il 60 per cento degli aventi diritto in un referendum in cui non c'era neanche bisogno di un quorum, devono però fare riflettere il governo per i suoi programmi e la politica tutta.
Gli italiani come dimostra il grande affetto per il suo garante, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sono gelosi della propria Costituzione e restii al cambiamento.
Meloni: "Andiamo avanti", Schlein e Conte guardano già alle politiche
Uno dei primi politici a commentare è stato il leader di un partito oggi relativamente piccolo, Italia Viva, ma con un passato pesantissimo: Matteo Renzi.
L'ex premier italiano ha ricordato come si dimise nel 2016 dalla guida del governo e dell'allora partito di maggioranza relativa, il Partito Democratico (Pd), dopo il NO referendario alla riforma costituzionale da lui voluta per superare il bicameralismo e riscrivere i poteri di Stato e Regioni.
"La partita ora è tutta nelle mani di Giorgia che, secondo me, non si dimette. Ma da oggi è un'anatra zoppa", ha detto Renzi che ha consigliato alla presidente del Consiglio e al suo governo di "ascoltare il popolo". "Prima o poi inizieranno a dubitare di lei i suoi, a me è successo, per lei parte un anno di via Crucis", ha aggiunto.
"Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione", ha assicurato però Meloni in un video postato sui social media, una volta emersi chiaramente i risultati e le prime richieste di dimissioni.
"Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l'Italia", ha dichiarato la premier. Una posizione a cui hanno fatto eco gli alleati di Fratelli d'Italia al governo.
Il vicepremier e segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, ha garantito che "la riforma della giustizia rimane un tema sul tavolo e non rinunceremo mai ad occuparcene". L'altro vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, ha detto da Budapest che rimane "necessario migliorare il sistema della giustizia".
Da parte sua il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, con il cui nome era indicata la riforma, ha ammesso di avere "impiegato tutte le energie per spiegare, in termini accessibili, la complessità di questa riforma. Non è nostra intenzione attribuire o meno a questo voto un significato politico".
La leader attuale del Pd, Elly Schlein, non ha chiesto le dimissioni di Meloni, lanciando piuttosto una sfida. "La batteremo tra un anno", ha detto commentando in conferenza stampa la vittoria del NO, prima di scendere in piazza con tutte le anime dell'opposizione e degli oppositori della riforma.
La pensa così anche Giuseppe Conte. "Si apre una nuova stagione politica, una nuova primavera. Ce la metteremo tutta per rispondere a questa richiesta di voltare pagina da parte dei cittadini", ha detto il leader M5s rimarcando più della collega come la bocciatura al referendum sia "un avviso di sfratto a questo governo".
Non a caso dall'opposizione si chiede già di fermare la riforma della legge elettorale avviata dalla maggioranza e si riaffacciano i discorsi di una grande alleanza politica della sinistra, il cosiddetto "campo largo", e di eventuali primarie per la leadership del centrosinistra.
Come si è votato regione per regione e in alcune città
Ammesso che si possa dare un valore di proiezione a questo voto, visto quanto ha frammentato gli elettori in un'identità di destra e sinistra, arrivano delle indicazioni suggestive anche a livello locale.
Fatta eccezione per Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Veneto, dove ha vinto il SI, il no è dilagato ovunque, anche nelle regioni amministrate dal centrodestra come la Calabria, il Lazio, il Piemonte e la Sicilia. Con picchi in città come Napoli (75%), Bologna e Palermo (68%) e la stessa Roma (60,31%).
In Lombardia il SI ha preso il 53,56% e in Veneto il 58,41 per esempio, ma in Calabria (57,26) e Lazio (54,59) è prevalso il sentimento popolare e non la maggioranza. Curiosa la situazione nella circoscrizione Estero (sono state scrutinate 2047 sezioni su 2027 alle 22) dove ha vinto il SI con il 56% complessivo: vittorie nei distretti di America Settentrionale e Centrale, dell'America meridionale e in quello Africa, Asia, Oceania e Antartide, ma non nel distretto Europa dove è prevalso il No.