Dal dirigibile Norge a oggi, la visione di Umberto Nobile racconta un Artico fatto di scienza, cooperazione internazionale e ricerca sostenibile
C’erano una volta un ingegnere italiano, un esploratore norvegese e un finanziatore americano. Non è l’inizio di una favola, ma di una delle prime grandi storie di collaborazione internazionale nell’Artico.
Negli anni Venti del Novecento, quando il Polo Nord era ancora una frontiera carica di mistero, Umberto Nobile, Roald Amundsen e Lincoln Ellsworth unirono competenze, visioni e risorse per raggiungerlo dal cielo, a bordo del dirigibile Norge.
Quell’impresa del 1926 fu molto più di un record: segnò l’incontro tra culture scientifiche e tradizioni esplorative diverse, dimostrando che l’Artico poteva essere affrontato non solo come terreno di conquista, ma come spazio condiviso di conoscenza. È da quella stagione che prende forma una visione destinata a durare nel tempo.
La ricerca nell’Artico nasce anche da una visione italiana, quella di Umberto Nobile, ingegnere e scienziato che immaginò il Polo Nord non soltanto come un traguardo simbolico, ma come un laboratorio a cielo aperto.
Dopo il volo del Norge, Nobile decise di tornare al Polo con un obiettivo diverso: trasformare l’esplorazione in programma scientifico strutturato. Nel 1928, con il dirigibile Italia, progettato come un vero laboratorio volante, avviò una stagione nuova della ricerca polare.
Un passaggio che oggi appare sorprendentemente moderno. Come spiega Gianluca Casagrande, direttore scientifico del GREAL, intervistato da Euronews al Museo storico dell’Aeronautica militare di Vigna di Valle, sulle rive del lago di Bracciano: "La prima spedizione, quella del ’26, aveva più i caratteri del record un po’ fine a se stesso; la seconda invece doveva essere proprio un programma di ricerca scientifica nel senso moderno del termine, tant’è che erano stati presi a bordo anche, ad esempio, Finn Malmgren, František Běhounek, esperti stranieri di meteorologia, di fisica, di geofisica. L’idea era proprio quella di cominciare a fare ricerca scientifica aeroportata sull’Artide".
A bordo dell’Italia viaggiavano scienziati italiani e internazionali, in una logica di collaborazione interdisciplinare e transnazionale che anticipava le spedizioni scientifiche contemporanee. L’obiettivo non era solo arrivare al Polo, ma osservare, misurare, comprendere un ambiente allora quasi del tutto sconosciuto.
A distanza di un secolo dalle grandi esplorazioni polari, però, il rapporto tra l’uomo e l’Artico è profondamente cambiato. Oggi la tecnologia consente di raggiungere praticamente qualsiasi punto del pianeta, ma questo accesso non è privo di conseguenze.
L’Artico non è più soltanto un luogo di esplorazione scientifica o di immaginazione collettiva: è diventato uno spazio strategico, attraversato da interessi economici, ambientali e geopolitici sempre più evidenti. Rotte commerciali, risorse minerarie, equilibri militari: il Grande Nord è oggi al centro di una competizione globale.
In questo contesto, la lezione che arriva dalle spedizioni di Nobile conserva una sorprendente attualità. La gestione dell’Artico non può essere affidata a logiche unilaterali o nazionalistiche, ma richiede coordinamento, dialogo e cooperazione internazionale.
Dal Norge al Italia, fino alle spedizioni scientifiche più recenti condotte con mezzi leggeri e approcci sostenibili, l’Artico continua a raccontare la stessa storia: quella di un territorio estremo che può essere compreso e tutelato solo insieme. Una lezione che arriva dal passato, ma che parla con forza al presente.