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Italia, è morto Giorgio Napolitano

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Diritti d'autore Ronald Zak/AP
Di Euronews con Fabrizio Finzi Ansa
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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L'ex presidente della Repubblica si è spento nella clinica Salvator Mundi al Gianicolo in Roma venerdì sera alle 19.45

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Oggi, alle ore 19.45, il presidente emerito della Repubblica, senatore Giorgio Napolitano, si è spento nella clinica Salvator Mundi al Gianicolo in Roma.

Giorgio Napolitano è stato l'uomo delle riforme a tutti i costi, napoletano di gran classe, elegante e pignolo, come egli stesso si  è definito, è stato il primo nella storia della Repubblica ad essere presidente due volte: rieletto al Quirinale nel 2013 dopo la prima volta del 2006.

Attento ad ogni dettaglio, lavoratore instancabile, profondo conoscitore della vita parlamentare e delle dinamiche politiche dell'intera storia repubblicana. Sempre accompagnato con discrezione dalla moglie Clio, ha iniziato il primo settennato, nel 2006, gioendo per la vittoria dell'Italia ai mondiali di calcio di Berlino e ha concluso i quasi due anni del secondo mandato con qualche rimpianto per non essere riuscito a vedere del tutto compiuti quei cambiamenti istituzionali per i quali tanto si è speso. 

Ma soprattutto 're Giorgio' ha dovuto affrontare quello che in molti considerano il periodo più buio degli ultimi 50 anni, navigando a vista tra gli scogli di una durissima crisi economica. 

Processo Stato-mafia

E lo ha fatto con una convinzione incrollabile: che l'Italia avesse bisogno di stabilità politica. In nome di questo principio ha cercato sempre di evitare scioglimenti anticipati della legislatura. Certamente il momento peggiore - che ha coniugato amarezza personale e preoccupazione istituzionale - è¨ stato il suo coinvolgimento indiretto nel processo sulla presunta trattativa Stato-mafia con l'eccezionale deposizione alla Corte di Palermo salita in trasferta al Quirinale.

Quella di Napolitano non è stata infatti una presidenza leggera né facile. 

Ha comunque mantenuto  l'impegno preso il 15 maggio del 2006 quando promise solennemente davanti alle Camere che non sarebbe mai stato il capo dello Stato della maggioranza che lo aveva eletto, ma che avrebbe sempre guardato all'interesse generale del Paese.

E così è stato, visto che dopo essere salito sul Colle più  alto della politica italiana con i

soli voti del centrosinistra, ha chiuso il primo settennato con l'aperto sostengo del centrodestra. 

Primo dirigente del Pci nel colle più alto

Un sostegno che si è via via raffreddato durante lo storico bis nel 2013 al Quirinale.  

L'elezione del 2006 non era per niente scontata. La sua provenienza dal Pci lo faceva guardare con sospetto dal centrodestra berlusconiano. Ma il fatto di essere il primo dirigente comunista a diventare presidente della Repubblica non ha impedito al Cavaliere di riservargli, dopo poco, pubbliche lodi.

 Fino alla richiesta di far restare lui al Quirinale per superare quella turbolenta fase politica. 

Il tabù del doppio mandato

Il tabu' di un doppio mandato alla presidenza della Repubblica cade proprio con Napolitano.

Era il 20 Aprile del 2013 e al sesto scrutinio avvenne la sua rielezione con l'ampia maggioranza di 738 voti favorevoli su 997 votanti. (Alla scadenza di ogni settennato, l'idea di lasciare sul Colle più alto l'inquilino di turno si e' sempre manifestata; eppure il 'bis' al Quirinale fino ad allora non era riuscito mai a nessuno).

Un Parlamento annichilito, dopo aver bruciato nel segreto dell'urna nomi come Franco Marini e Romano Prodi gli consegnava di nuovo lo scettro del Colle, inondandolo di applausi mentre Napolitano teneva nell'aula di Montecitorio un discorso durissimo nei confronti di un'intera classe politica.

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Le sue capacità  di tenuta psicologica e mediazione gli sono state unanimemente riconosciute negli anni. Persino la Lega ha dovuto inizialmente riconoscergli l'impegno sul fronte del federalismo, nonostante più volte il capo dello Stato abbia redarguito il Carroccio sul tema dell'Unita nazionale. 

Interlocutore autorevole per Washington

Lasciata con dispiacere l'amatissima casa nel rione Monti, ha dedicato grande attenzione alle relazioni internazionali.

Indubitabile è stata infatti la stima che ha goduto all'estero: Washington, ad esempio, lo ha sempre considerato uno fra gli interlocutori più autorevoli e affidabili. Europeista convinto, Napolitano ha sempre sostenuto l'indispensabilità dell'Unione europea convincendosi via via che solo decise riforme dell'euroburocrazia potevano frenare il distacco dei cittadini e raffreddare il populismo crescente.

Affabile e cortese, dai toni sempre misurati, ha battagliato  con Grillo e il suo movimento, visto dal capo dello Stato, almeno nelle sue componenti più estreme, come il germe dell'antipolitica.

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Uno degli elementi caratterizzanti della sua presidenza è stato il tentativo di parlare all'Italia intera, di sedare lo scontro fra le correnti (a partire da quelle del Pd), di promuovere il dialogo fra le forze politiche nell'interesse del Paese. 

Compito non facile durante gli anni turbolenti dei suoi mandati. I primi due dei quali passati a monitorare le fibrillazioni che tengono il governo Prodi costantemente sul filo del rasoio. Fino alla caduta e al ritorno del Cavaliere a palazzo Chigi. I successivi tre anni scorrono nello sforzo di arginare l'attivismo di Berlusconi, evitando che le furiose

polemiche sulle leggi ad personam prima e sugli scandali sessuali poi minassero la saldezza delle istituzioni. Tentando di non fare sconti al centrodestra, ma preferendo l'arma della moral suasion a quella, ben pi dirompente, del rinvio dei provvedimenti alle Camere.

Ma il passaggio che lo consegnerà  alla storia come 're Giorgio' (il New York Times) è quello che nel novembre 2011 porta Mario Monti a palazzo Chigi. I critici parleranno di Repubblica presidenziale, di interpretazione estensiva delle sue prerogative. Evitato il default, l'Italianon riesce però a schivare la recessione.

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Il Napolitano privato è rimasto  strettamente connesso con Napoli. La Napoli degli studi giovanili, quella del liceo Umberto, e quella degli amici di sempre, quella dei musei, ma anche quella delle tradizioni, come la tazzina di caffe' al Gambrinus. Così come Giorgio Napolitano non ha mai rinunciato alle sue visite ad uno dei marchi storici della napoletanita' , Marinella, dove amava comprare le cravatte. Al punto da essersi più volte definito un vero testimonial dell'azienda.

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