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La Tienanmen che Pechino non vuole ricordare

La memoria negata dei fatti di piazza Tienanmen
La memoria negata dei fatti di piazza Tienanmen Diritti d'autore Louise Delmotte/Copyright 2023 The AP. All rights reserved
Diritti d'autore Louise Delmotte/Copyright 2023 The AP. All rights reserved
Di Gianluca Martucci
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A Hong Kong arrestati almeno dieci attivisti che hanno ignorato la mancata autorizzazione di iniziative per l'anniversario della strage da parte del governo della metropoli.

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Almeno dieci persone sono state arrestate a Hong Kong per essere scese in strada e ricordare il massacro di piazza Tienanmen, dove il 4 giugno 1989, centinaia o forse migliaia di persone furono uccise dopo settimane di proteste organizzate da studenti, operai e intellettuali per chiedere al governo cinese di continuare le riforme istituzionali ed economiche anche dopo la morte del Segretario generale del partito comunista Hu Yaobang.

La polizia, impegnata per tutta la settimana a interrogare chiunque fosse sospettato di partecipare a eventi non autorizzati dal governo della città, ha fermato anche la leader del partito di opposizione della Lega dei socialdemocratici, Chan Po-ying. La donna teneva in mano una piccola candela a led e due fiori, i simboli più frequenti nelle veglie per i morti di Tienanmen che a Hong Kong erano autorizzate fino al 2019, anno in cui sono scoppiate le proteste sulla modifica della legge sull'estradizione

A 34 anni di distanza dalla strage sui fatti di Tienanmen, non solo nella Cina continentale, vige una memoria negata. 

I fatti

Gli studenti che scesero in strada dopo la morte di Yaobang organizzarono manifestazioni relativamente pacifiche, ma la disinformazione sull'azione studentesca e la reazione del governo cinese acuirono la tensione, nonostante i tentativi di mediazione del nuovo Segretario generale del partito comunista Zhao Ziyang, che cerco di perorare le ragioni dei manifestanti anche in ambienti istituzionali.

Dal 27 aprile 1989, dopo che l'ala conservatrice del partito definì gli studenti come "controrivoluzionari al soldo delle potenze estere", la situazione precipitò in maniera incontrollata e i manifestanti accusarono la leadership cinese di corruzione e di voler far piombare il Paese nel conservatorismo cancellando decenni di riforme inaugurate da Mao Zedong.

La legge marziale del 20 maggio non convinse le migliaia di persone ad abbandonare la piazza. La decisione finale di autorizzare l'esercito a usare la forza fu presa da Deng Xiaoping che, nonostante si fosse ritirato da tutte le cariche più importanti (ma rimaneva Presidente della potente Commissione militare), restava un personaggio estremamente influente nella politica cinese. Difronte alla resistenza dei manifestanti l'esercito fu chiamato ad aprire il fuoco. 

All'alba del 4 giugno piazza Tienanmen era stata lberata e anche i parenti dei feriti e dei morti, i lavoratori e gli abitanti infuriati che pretesero di entrare nella piazza bloccata dai militari, vennero fucilati da questi ultimi. 

Da più parti si è cercato di ricostruire il numero delle vittime del massacro. Il governo cinese parlò di poco più di 300 morti. L'intelligence americana stimò invece 400-800 vittime. La Croce Rossa riferì di 2.600 morti e 30 mila feriti. Le testimonianze dei corrispondenti stranieri a Pechino affermarono invece che 3 mila persone vennero uccise. Resta solo la foto del "rivoltoso sconosciuto" che intralciò il percorso di una colonna di blindati sul viale di Chang'An, a Pechino.

Memoria negata

Nella Cina continentale, tutte le tracce degli eventi di Tienanmen sono state cancellate dalle autorità. I libri di storia non ne fanno menzione e le discussioni online sull'argomento sono sistematicamente censurate.

L'ambasciata britannica a Pechino per il 34° anniversario ha postato sui social network un articolo di prima pagina del 4 giugno 1989 del "Quotidiano del Popolo", l'organo di propaganda ufficiale del Partito Comunista Cinese, che descriveva l'afflusso di feriti negli ospedali dopo la repressione. "Nel giro di venti minuti, i censori hanno cancellato il nostro post da Weibo (social network cinese)", ha twittato domenica l'ambasciata britannica.

Una grande presenza di polizia è stata dispiegata in via preventiva intorno al ponte Sitong di Pechino, teatro di una manifestazione alla fine di novembre in cui è stato srotolato uno striscione che chiedeva maggiore libertà.

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