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Cinque elementi chiave per capire il risultato delle elezioni

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Di Samuele Damilano
Il voto di Giorgia Meloni
Il voto di Giorgia Meloni   -   Diritti d'autore  Alessandra Tarantino/Copyright 2022 The Associated Press. All rights reserved   -  

Ecco le prime conclusioni in seguito alle elezioni politiche n Italia, che hanno contrapposto i partiti di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi a un blocco di sinistra dominato dal Partito Democratico e dal Movimento Cinque Stelle.

Giorgia Meloni, la prima presidente del Consiglio nella storia della Repubblica Italiana

Uno dei leitmotiv principali nel corso della sua campagna elettorale: "È arrivato il momento di una donna alla guida dell'Italia". La carta giocata da Giorgia Meloni, alla luce dei primi exit polls, è stata vincente. 

Meloni Sarà con ogni probabilità la prima donna a capo del governo della Repubblica Italiana. Con una particolarità: la visione propugnata in questi anni, "Dio, patria e famiglia", coincide per molti versi con un una società patriarcale, in cui i diritti delle donne, secondo molti osservatori, faranno un notevole passo indietro. 

Nel programma non si fa esplicito riferimento a misure specifiche volte ad incrementare la presenza femminile nel mercato del lavoro, ma a generici sostegni al lavoro femminile e al superamento delle disparità salariali fra uomini e donne. 

In una Convention a Milano di qualche settimana fa, uno dei pochi temi dedicati alle donne è stata la volontà di istituire il reato di maternità surrogata. Ma il rischio, paventato dai partiti politici di sinistra, è quello di ridurre il diritto delle donne ad abortire, già reso difficile, e in alcuni casi impossibile, da un'obiezione di coscienza, garantita dalla legge 194/1978, al 70%.

Per capire cosa ci si potrebbe aspettare da un governo a trazione "meloniana", si può andare a sbirciare nel governo della regione Marche, guidato da due anni guidato da Francesco Acquaroli, visto qualche anno fa partecipare a una cena commemorativa della marcia su Roma. 

Le regioni hanno ampia autonomia nella gestione della sanità, sfruttata da Acquaroli per limitare il diritto all'aborto delle donne: negli ultimi due anni il consiglio regionale ha impedito l’applicazione di una misura ministeriale che permette di somministrare la pillola abortiva anche alle cliniche private. 

In generale, l'idea di donna che Meloni propina sembra essere in primis quella di madre e donna, inquadrata nella famiglia elemento cardine di una società cristiana.

Il primo governo di estrema destra della Repubblica. Cosa aspettarsi

C'è una prima volta per tutti, anche per la Repubblica italiana. Il primo governo di destra è pronto a insediarsi nei prossimi giorni, guidato dai partiti, in ordine di importanza, Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia. Ma a dettare le regole sarà Giorgia Meloni, forte di un risultato che la pone in netto vantaggio rispetto ai suoi alleati. Quali saranno dunque le caratteristiche principali del prossimo governo, guidato verosimilmente dalla stessa leader di Fdi? 

  • Il contrasto all'immigrazione irregolare: “l’immigrazione illegale minaccia la sicurezza e la qualità della vita dei cittadini”. Una frase, un programma. Meloni qualche tempo fapunta sull'istituzione il blocco navale (messo in sordina in campagna elettorale, nel processo di dédiabolisation per apparire più affabile agli occhi della comunità internazionale), misura ritenuta inattuabile dagli esperti, per contrastare l'immigrazione.

Matteo Salvini, nelle vesti di ministro dell'Interno nel governo gialloverde, è il padre dei decreti sicurezza, che hanno abolito la protezione umanitaria, ristretto i canali di integrazione dei richiedenti asilo nel Paese e in generale rivoluzionato il sistema di accoglienza. I decreti sicurezza sono stati poi giudicati incostituzionali dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e parzialmente smontati dal governo Pd-M5s. Viene anche prevista la creazione di hot-spot fuori dall’Europa, gestiti dalla UE per valutare le richieste d’asilo.

  • Economia e tasse: la peculiarità del programma elettorale del centrodestra in materia economica è senza dubbio la flat tax, un sistema fiscale non progressivo, basato su un'aliquota fissa, al netto di eventuali deduzioni fiscali o detrazioni. Vero e proprio cavallo di battaglia di Forza Italia, già nel 1994, durante il suo primo Governo, Berlusconi l’aveva proposta con il professor Antonio Martino. In questi giorni ha proposto un'aliquota fissa al 23% per tutti, dipendenti e imprese. Salvini la vorrebbe invece al 15% anche per i dipendenti. Oggi circa 2 milioni di partite Iva ricavi fino a 65 mila euro attualmente beneficiano di un regime forfetario, con il pagamento di un’imposta unica pari al 15 per cento. 
    Per quanto riguarda le misure volte a sostenere famiglie e imprese contro il caro bollette, Meloni è contro uno scostamento di bilancio che andrebbe a gravare ulteriormente sulle casse dello stato. Prima di capire le prossime mosse, bisognerà aspettare gli effetti dell'ultimo Decreto aiuti varato dal governo Draghi.
  • diritti omosessuali: per capire la posizione di Giorgia Meloni sui diritti gay, basta una frase, pronunciata nei confronti di un contestatore intervenuto durante un comizio del suo partito: "avete già le unioni civili, non vi bastano?". Un'affermazione che non lascia alcun dubbio di interpretazione sulle politiche del prossimo governo. Di matrimonio omosessuale non se ne parla, di adozioni da parte di coppie gay tantomeno. La maternità surrogata, come sopra accennato, sarà forse anzi considerata reato. Nella regione Marche, il governo preso a modello, il gay pride è stato abolito. Federico Mollicone, responsabile cultura di Fratelli d'Italia, in un lapsus, ha detto che "in Italia le coppie omosessuali non sono legali, non sono ammesse” (le unioni civili esistono dal 2016). Svarione o desiderio?

Il posizionamento dell'Italia in Europa

Giorgia Meloni e Matteo Salvini nascono come antieuropeisti e convinti sovranisti. Berlusconi, dalla formazione della coalizione di centrodestra, si è sempre posto come garante dell'europeismo dei suoi alleati. Ma come effettivamente un governo guidato da Meloni si comporterà in Europa resta un'incognita.

La leader di Fratelli d'Italia ha basato la sua ascesa sul contrasto ai "poteri forti e alla finanza", minacciando costantemente una guerra interna alle istituzioni Ue ree, a suo dire, di indebolire in parte l'economia e la società italiana. 

Gli ultimi sviluppi sembrano suggerire un'azione volta a indebolire le competenze dell'Unione: Lega e Fratelli d'Italia hanno votato contro la risoluzione del Parlamento europeo che definisce l'Ungheria "una democrazia a rischio". Viktor Orban, d'altronde, è preso come punto di riferimento da Giorgia Meloni, che ne ha difeso a più riprese il modello di governo, a tutti gli effetti una democrazie illiberale. 

L'Ungheria, insieme alla Polonia, ha già subito una procedura di infrazione e vede a rischio i fondi europei per il mancato rispetto dello stato di diritto, prerogativa fondamentale degli Stati membri. Per Salvini il punto di riferimento nel continente è invece Marine Le Pen, di certo non una leader europeista. 

Il leader leghista, nei suoi primi anni di politica, voleva uscire dall'Euro, e nel governo con i Cinque Stelle ha più volte criticato l'Unione europea, in particolare per quanto riguarda l'assetto del trattato di Dublino, regolamento europeo che obbliga i migranti a chiedere accoglienza nel Paese in cui vengono identificati. 

"Se qualcuno a Bruxelles pensa di tagliare i fondi che appartengono all'Italia, perché la Lega vince le elezioni, allora dobbiamo ripensare questa Europa", ha affermato riguardo a una frase della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che sottintendeva una minaccia di intervento in caso di elezione di "amici di Putin". 

In conclusione, il prossimo governo cercherà di limitare il più possibile l'influenza dell'Unione europea sull'Italia, difendendo la sovranità del Paese a scapito del diritto europeo. Sui temi come l'immigrazione, la concorrenza economica (vedi la resistenza contro la liberalizzazione dei taxisti o l'applicazione della direttiva Bolkestein), e su una, cosiddetta, ingerenza nei principi ideologici italiani, daranno battaglia. Come ha detto Meloni in un recente convegno, "la pacchia è finita".

La posizione sulla guerra in Ucraina

Da quando è iniziata l'invasione russa dell'Ucraina, tra i leader dei partiti di destra è partito il processo di redenzione e damnatio memoriae delle loro passate posizioni. Un processo lento e ambiguo, per quanto riguarda il leader della Lega Matteo Salvini, che indossava le magliette con la faccia di Vladimir Putin e, secondo un'inchiesta de L'Espresso, accondiscendeva a finanziamenti di oligarchi russi al suo partito.

Nel corso di questi mesi, è stato il leader che con più veemenza si è opposto alle sanzioni contro la Russia, troppo penalizzanti, a suo dire, nei confronti del popolo italiano e di conseguenza controproducenti. Si è spinto a definire, negli anni passati, il governo di Vladimir Putin come modello da seguire. "Meglio mezzo Putin che due Mattarella", un suo slogan che forse anch'egli oggi definirebbe infelice. 

Anche per quanto riguarda Berlusconi, grande ammiratore e sedicente amico di Putin, la condannda dell'invasione non è arrivata immediatamente. Anzi. Nei giorni scorsi è arrivato a dire, e poi a smentire, che l'obiettivo della Russia era quello di mettere persone "per bene" a controllare dell'Ucraina.

Giorgia Meloni nel corso di questi anni si è prodigata a tessere le lodi dello "zar", cui andava dato il merito di opporsi con vigore all'Europa e di rappresentare gli interessi del suo Paese. Ma dal 24 febbraio è rimasta coerente nell'approvazione del supporto economico-militare all'Ucraina. Anche in questo caso, secondo gli analisti, tentativo di rassicurare la comunità internazionale, in primis Nato e Stati Uniti, che sarebbero preoccupati da un governo di estrema destra in Italia. 

Per questo, sia durante i mesi all'opposizione, sia, soprattutto, nelle campagna elettorale lampo, si è premurata di ribadire il suo supporto all'Ucraina: iperatlantista e contro Putin, dunque, e pronta a raccogliere i consigli di Mario Draghi, con cui avrebbe stretto un rapporto di rispetto reciproco. 

Almeno nell'immediato, dunque, il supporto militare ed economico, e l'appoggio alla linea dura dell'Unione europea delle sanzioni alla Russia dovrebbero rimanere invariati.

Astensionismo

L'Italia ha sempre goduto di alti livelli di partecipazione politica e di un'affluenza alle urne superiore a quella di molti suoi vicini europei. Nel 1979, oltre il 90% dell'elettorato si è recato a votare e le cifre si sono mantenute intorno agli anni '80 per tutti gli anni '90. Tuttavia, in queste elezioni, solo il 64% degli aventi diritto al voto si è recato alle urne.

Tuttavia, in queste elezioni, solo il 64% degli aventi diritto al voto ha espresso il proprio voto. Anche alle elezioni generali del 2018 la percentuale era stata del 73% e l'affluenza alle urne è in calo da oltre un decennio.

Dai dati relativi al 2021 del Rapporto sul benessere equo e sostenibile curato dall'Istat, emerge come la fiducia degli italiani nei confronti della politica sia particolarmente bassa. Su una scala di apprezzamento che va da 0 a 10 infatti i partiti politici si fermano a 3,3.

Pesa in particolare la disaffezione dei giovani nei confronti della politica. Secondo un sondaggio di Youtrend, l'84% delle persone crede che in questa campagna elettorale non si stia facendo abbastanza per loro. 

Secondo un report del 2019 sulla partecipazione politica dell’Istat il 27 per cento dei 18-19enni e circa un quarto dei 20-24enni non partecipa in alcun modo alla vita politica, né in maniera attiva (partecipando a manifestazioni, seguendo comizi o partecipando alle attività di un partito), né in maniera passiva (informandosi sulle questioni politiche).

Ma non sono solo ragazzi e ragazze ad essere disillusi dalla politica. Dal 1979 il trend è costante: alle scorse elezioni comunali il 45% degli elettori non si è recato alle urne. E se si dovesse confermare il numero, previsto dai sondaggi, del 30,5% di astensione, si quintuplicherebbe il dato record degli anni '70.

Sono diversi i motivi che spingono i cittadini a non esercitare il diritto che più di tutti garantisce la partecipazione alla democrazia italiana. Da una critica radicale al sistema partitico alla difficoltà di recarsi alle urne (l'Italia è l'unico Paese europeo che non garantisce il diritto di voto a distanza ai fupri sede). La commissione di studio promossa dalla presidenza del consiglio dei ministri per ridurre l'astensionismo, ha individuato tre principali categorie: involontari (impedimenti dovuti a problemi di età/salute o distanza dal seggio: 16-18% stima sul totale degli elettori); indifferenti (scarso interesse, disinformazione: 9-11%); alienati (critica radicale, insoddisfazione, sfiducia: 16-20%). 

In generale, la disaffezione e la stanchezza degli elettori sono in aumento, così come la volatilità e il continuo cambiamento del panorama partitico e il fatto che questa campagna elettorale è iniziata in agosto, violando le sacre vacanze estive.