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Un'Italia senza educazione sessuale: "Non ho mai ricevuto un corso, ma ne sento il bisogno"

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Di Samuele Damilano
Preservativi sulle dita
Preservativi sulle dita   -   Diritti d'autore  Michael Conroy/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved.

“Non ho mai ricevuto alcun corso di educazione sessuale. In Italia il tema è ancora un tabù”, afferma Beatrice, 17 anni. “Gli insegnanti con noi non parlano di questo argomento, cercano di evitarlo anche laddove ci sia un chiaro collegamento con l’argomento della lezione”, le fa eco Alice, 16 anni.

“In vista delle prime esperienze credo e sento di avere il bisogno di un corso di educazione sessuale, ma finora non l’ho mai ricevuto”, dice Claudia, 15 anni, che aggiunge: “Secondo me si pensa che educare ragazze/ragazzi alla nostra età sia troppo precoce, mentre è proprio adesso che ne avremmo più bisogno. Molte mie amiche hanno avuto esperienze negative durante la loro prima volta”.

L’educazione sessuale in Europa

L’Italia è uno degli ultimi Stati membri nell’Unione europea in cui l’educazione sessuale non è obbligatoria nelle scuole, insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania. Negli stessi Paesi, secondo un report dell'Ue, i programmi che, in maniera opzionale, vengono adottati, riguardano solo l’aspetto biologico della sessualità. Senza prendere in considerazione gli aspetti sociali, psicologici o emotivi che fanno parte dell’esperienza sessuoaffettiva dei ragazzi, tanto più importanti quanto lo sviluppo psicofisico è agli stadi iniziali.

“Tutti i cambiamenti nello sviluppo sessuale sono anche influenzati da fattori biologici, psicologici e sociali”, recita una guida dell’Ufficio regionale per l’Europea dell’Oms sugli standard per l’educazione sessuale in Europa. Aspetti che in Italia non è obbligatorio considerare nell’eventuale corso di educazione sessuale. Al contrario della quasi totalità degli altri Stati membri Ue, dove l’educazione sessuale è obbligatoria nel corso del ciclo scolastico, seppur con alcune differenze.

In Spagna, per esempio, l’educazione sessuale è stata introdotta nel sistema educativo con la “Ley organica general del sistema educativo (Logse) 1/1990”, ma l’effettiva applicazione nelle scuole non è organica: solo qualche settimana fa il Consiglio dei ministri ha approvato un progetto di riforma della legge sulla salute sessuale e riproduttiva, al fine di assicurare l’effettivo svolgimento di questi corsi in tutte le tappe educative dei ragazzi.

In Svezia l’educazione sessuale è diventata materia obbligatoria, integrata nei corsi curriculari delle scuole fin dal 1955, in Germania nel 1968, mentre in Francia è diventata legge dal 2001: “Un contributo fondamentale nella preparazione degli alunni alla vita adulta secondo i valori di uguaglianza, tolleranza e rispetto di se stessi e degli altri”, si legge sul sito del Ministero di competenza.

I curriculum rispettano gli standard europei fissati dall’Ufficio regionale per l’Europa dell’Oms, ma gli Stati membri godono di ampia libertà nello strutturare i corsi e nell’identificazione degli aspetti più rilevanti: in Francia, Irlanda o Portogallo, l’educazione sessuale viene trattata come parte integrante di altre materie, come biologia o educazione civica. In altri Stati, come Belgio, Olanda o Germania, viene invece considerata come materia trasversale di cui tutti gli insegnanti dovrebbero avere una competenza minima.

E in Italia?

In Italia diverse proposte di legge, a partire da quella del comunista Giorgio Bini, nel 1975, si sono succedute negli anni per introdurre l’educazione sessuale come materia curriculare. Nessuna di queste è andata a buon fine, e sul sito del ministero della Salute non è presente un vademecum per insegnare la materia, se non quello a livello europeo.

Tutto viene rimesso dunque alle regioni che possono decidere di destinare fondi per istituire percorsi di educazione alla sessualità e all’affettività nelle scuole, tenuti principalmente da figure esterne all’ambito scolastico, come personale medico, infermieristico, ostetriche o biologi. Corsi tenuti dai professori risentirebbero infatti del retrogusto di giudizio e dislivello gerarchico che, spiegano gli esperti, inficerebbe la spontaneità dei ragazzi.

In ogni caso, come si evince dall’esperienza di numerosi studenti, molto spesso questo non avviene, sia per il progressivo depauperamento dei consultori, sia per la riluttanza di istituti e dirigenti scolastici.

“Nel mio istituto oltre al piano didattico standard sono presenti molte attività integrative, dai corsi di teatro a quelli musicali, fino allo sportello psicologico”, racconta un docente di un istituto superiore di Roma. “Purtroppo, l’educazione sessuale viene trattata in maniera sporadica, a cura della Asl, e consiste più che altro nell’avvicinamento dei ragazzi alle visite dell’andrologo. È una questione che andrebbe affrontata in maniera differente, magari integrandola nel programma di scienze”.

Ho provato in tutti i modi a introdurre corsi di educazione sessuale nel liceo dove andava mia figlia. Non c’è stato verso”, afferma Marina Marceca, ginecologa presso l’ospedale San Filippo Neri di Roma. “La motivazione? Parlare di certe tematiche, secondo il corpo docenti e alcuni genitori, avrebbe potuto urtare la sensibilità di ragazzi che professavano credi religiosi. Ma se io ho il figlio di un mafioso in un istituto allora non parlo di mafia?”

Marina Marceca, da volontaria, tiene dei corsi di educazione sessuale riguardanti cambiamenti del corpo, igiene personale, contraccezione, informativa su gravidanze non desiderate nell’ultimo anno di scuola primaria e di medie, e nel primo anno di liceo. “Non ho mai avuto la percezione di un atteggiamento di rifiuto, i ragazzi si sono sempre mostrati curiosi e predisposti a imparare, tanto più quanto è giovane l’età”.

Quali le domande più frequenti? “La paura del sangue è sempre molto presente, un bambino una volta mi chiese se potesse uscire dall’ombelico dopo aver fatto sesso... anche il disorientamento sulla contraccezione è frequente, in relazione soprattutto al sesso anale, tema molto in voga tra i giovani a causa del facile accesso a un materiale pornografico che veicola un’immagine del sesso performante ai danni dell’aspetto affettivo”.

Per alcuni rappresentanti politici, tuttavia, non si dovrebbero tenere corsi di educazione sessuale nella scuola primaria: “Parlare di sesso, di coito e penetrazione a bimbi delle scuole elementari? Dal 70% di mamme e papà, me compreso, un secco NO”, ha affermato il segretario della Lega Matteo Salvini riportando un sondaggio della rivista “Tecnica della scuola” che ha preso in considerazione un campione di 649 genitori. La stessa rivista ha ottenuto ilrisultato diametralmente opposto in un sondaggio condotto sulla pagina ufficiale Instagram in cui è stato coinvolto un centinaio di genitori: sette su dieci si sono espressi favorevoli.

Le conseguenze negative di una mancata educazione sessuale

Non esistono nel nostro Paese ricerche scientifiche sulle conseguenze della mancanza di educazione sessuale. Ci sono però dati indicativi che danno indizi, non proprio rassicuranti, sulla consapevolezza dei ragazzi circa la vita sessuale: per quanto riguarda l’accesso alla contraccezione, l’Italia è al 26esimo posto su 45 in Europa, con tassi molto lontani da Francia e Gran Breatagna e più vicini a quello della Spagna.

“Nonostante un maggior ricorso a metodi moderni (soprattutto pillola e preservativo), non si può ancora affermare che in Italia sia stata compiuta in modo definitivo la rivoluzione contraccettiva, intesa come transizione verso una diffusione di metodi moderni ed efficaci”, scriveva l’Istituto italiano di statistica (Istat) due anni fa. L’interruzione del coito viene utilizzata per il 20% delle volte come metodo contraccettivo.

Nello “Studio nazionale fertilità”, condotto dall’Istituto superiore di sanità, si legge che l’80% dei 16mila adolescenti italiani che hanno partecipato al sondaggio si rivolge a internet per avere informazioni circa fertilità e riproduzione.

Per Marina Marceca, tuttavia, le ripercussioni più negative di questa lacuna riguardano l’aspetto sociale e relazionale. Proprio la carenza dell’aspetto affettivo, la mancanza di sensibilizzazione al rispetto dell’altro, delle differenze di orientamento sessuale e di identità di genere, sono alla base di discriminazioni e violenze all’interno di relazioni, in particolare eterosessuali e nei confronti delle donne: nel 2019, secondo un’analisi di Openpolis, sono state 93 le donne vittime di omicidio in ambito familiare, l’83,8% del totale degli omicidi di donne.

“È fondamentale parlare di educazione sessuoaffettiva, e non sessuale, perché non è solo conoscenzadel proprio corpo, ma anche dei propri diritti”. Flavia Restivo, classe 1995, ha lanciato insieme ad Andrea Giorgini e Isabella Borrelli una petizione, che ha raggiunto quasi 35mila firme, per inserire l’educazione sessuale, affettiva e la parità di genere obbligatoria nelle scuole superiori di Roma e della Regione Lazio. Attraverso l’aiuto di professionisti del settore e con l’istituzione di uno spazio online permanente curato da psicologi, divulgatori,sessuologi e altri esperti del settore.

La disuguaglianza tra uomo e donna, i femminicidi e l’omotransfobia sono tutti problemi legati a scarsa cultura e sensibilizzazione, che non può che essere fatta nelle scuole”, afferma Flavia Restivo.

“Credo che la ragione principale che ostacola l’istituzione di questi corsi nelle scuole sia l’ingombrante presenza della Chiesa cattolica all’interno della nostra società. La sessualità è vista come una cosa sporca, di cui bisogna vergognarsi, basti pensare che abbiamo l’ora di religione e le classi con il crocifisso...”.

Avere relazioni sessuali prima del matrimonio può essere d’altronde malvisto nella Chiesa cattolica romana, la cui presenza nelle varie componenti della società italiana, dall’istruzione alla sanità, confligge molto spesso con le istanze degli attivisti che lottano per una maggiore apertura sui diritti civili.

Comunità Lgbtq+ e persone con disabilità

“Il senso del pudore cattolico gioca un ruolo notevole nell’aura di vergogna e reticenza che circonda la sfera sessuoaffettiva”, afferma anche Pietro Turano, attore, portavoce di Gay Center e autore del podcast Eclissi.

“Uno dei paradossi più evidenti nella società italiana consiste nel contrasto tra continua diffusione di stimoli sessuali e sessualizzanti, e difficoltà a parlare in maniera libera e disinibità di un’esigenza che ci accomuna tutti”.

Per avere un’educazione sessuoaffettiva realmente utile ai ragazzi, prosegue Pietro Turano, bisogna adottare un approccio olistico, che tenga insieme aspetti biologici, psicologici e sociali. Trattati sì da diversi attori, ma al contempo accomunati dall’obiettivo di dotare i ragazzi degli strumenti necessari a vivere in maniera serena il rapporto con il proprio corpo, con quello delle altre persone e con i diversi orientamenti sessuali e di genere.

“Sarebbe inutile fare educazione sessuale parlando solo di contraccezione e gravidanza: si tratta di elementi fondamentali, di strumenti tecnici che però vanno utilizzati all’interno di un contesto più ampio, in cui vengono ancora perpetrate discriminazioni, omofobia e violenze di genere”.

A maggior ragione in un Paese in cui al mondo Lgbtq+ è spesso associata un’immagine di disinibizione, lascività e sregolatezza stereotipata. Che pone un muro di ignoranza alla constatazione che la vita sessuoaffettiva dei membri di questa comunità debba essere trattata con lo stesso rispetto delle persone eterosessuali.

È del resto lo stesso concetto alla base del diritto alla sessualità negato alle persone disabili. Considerato come un capriccio, come un’attività superflua per chi ha ben altro a cui pensare. E che invece, con un’attività che educhi gli italiani fin dalla giovane età potrebbe essere garantito con più efficacia.

“Più il livello culturale è avanzato, meno le persone disabili avranno problemi a vivere in maniera serena la loro sessualità”, afferma Maximiliano Ulivieri, che soffre di una patologia genetica neuropatica che colpisce i nervi periferici, la CMT1A, dalle iniziali dei medici che l’hanno scoperta.

Ulivieri ha fondato nel 2013 la Onlus LoveGiver, che forma operatori all’emotività, all’affettività e alla sessualità per sopperire alla mancanza della figura dell’assistente sessuale per le persone con disabilità in Italia, presente invece in altri Paesi come Germania, Svizzera e Olanda.

Il problema principale è l’ignoranza, nel senso etimologico del termine: manca l’abitudine, nell’immaginario collettivo, dalla pubblicità alle serie tv, a pensare le persone con disabilità come persone con un desiderio sessuale”, ci spiega.

“Serve una comunicazione che non si limiti alla contraccezione e alla parte fisica del sesso, ma che spieghi come accettare i corpi, a capire che questi abbiano un desiderio a prescindere dalla loro forma. Ecco, in questo senso l’educazione sessuale è fondamentale”. Fondamentale par la salute, per il proprio benessere. Per accettare l’altro, e comprenderne le diversità e desideri.