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Polonia, i primi 100 giorni della legge anti-aborto: ecco come ha trasformato la vita delle donne

Attivisti anti-aborto partecipano a una protesta davanti alla corte costituzionale polacca. Varsavia, giovedì 22 ottobre 2020
Attivisti anti-aborto partecipano a una protesta davanti alla corte costituzionale polacca. Varsavia, giovedì 22 ottobre 2020   -   Diritti d'autore  Czarek Sokolowski/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved.
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Maja, una ventisettenne di una piccola città nella regione polacca nord-orientale di Podlasie, non era pronta per un altro figlio, sul piano emotivo come su quello finanziario, quando ha scoperto di essere incinta.

Dato che l'aborto legale nel suo paese non è un'opzione, ha contattato un gruppo che fornisce accesso postale clandestino alle pillole per l'aborto e le ha prese a casa mentre allattava il suo bambino di 11 mesi.

Un'altra donna, Anita, voleva un bambino ma ha saputo quando era incinta di 13 settimane che a causa di un difetto congenito, il suo bambino sarebbe morto entro poche ore dalla nascita - se non prima.

A causa di un recente cambiamento nella legge polacca che vieta alle donne di interrompere la gravidanza anche in caso di difetti fetali gravi e irreversibili, alla giovane donna è stato detto di aspettare fino a quando non avesse abortito.

A soli 100 giorni dall'entrata in vigore del divieto quasi totale di abortire, convalidato da una sentenza della Corte costituzionale, storie del genere sono diventate la nuova normalità della Polonia.

Dal 27 gennaio, i medici che eseguono aborti rischiano fino a 3 anni di carcere: le uniche eccezioni consentite sono rappresentate dai casi di stupro o incesto, o da quelli in cui la salute della madre è ritenuta in pericolo.

Così, molte donne polacche sono costrette oggi a proseguire nella gravidanza contro la propria volontà, mentre altre vanno all'estero per abortire, o abortiscono in segreto a casa.

La legge ha scatenato le più grandi proteste che siano viste nella Polonia post-comunista, attirandosi inoltre una forte condanna internazionale, anche da parte dell'Unione Europea, che ha ricordato come gli stati membri siano tenuti al "rispetto dei diritti fondamentali".

Decine di migliaia di donne colpite

Abortion without borders, un'iniziativa fondata nel 2019 per sostenere le donne in gravidanze indesiderate in Polonia e all'estero, dice di aver aiutato un totale di 17.000 persone ad accedere all'aborto, sia a casa - utilizzando la pillola - che all'estero, nelle cliniche, dopo la sentenza della corte costituzionale polacca: un aumento considerevole rispetto al 2019, quando 5.000 donne si erano rivolte al gruppo.

Czarek Sokolowski/Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved.
Varsavia 27 gennaio: attiviste protestano contro la nuova legge sull'abortoCzarek Sokolowski/Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved.

Kasia, 15 anni, è una di loro. Era incinta di 12 settimane quando ha trovato il coraggio di dirlo a sua madre: temeva di deluderla, ma è stata proprio sua madre a contattare Abortion Without Borders per conto suo.

Il mese scorso Kasia ha abortito in Olanda il mese scorso.

Women Help Women, un gruppo che fornisce accesso per via postale alle pillole abortive, dice di aver risposto a più di 46.000 messaggi dalla Polonia e di aver fornito aiuto a 10.000 persone.

Resilienza e solidarietà

"È stato devastante per le donne perché questo è chiaramente un sistema oppressivo che si è sviluppato contro la loro salute e le loro vite", ha detto Irene Donadio, responsabile senior della strategia e della partnership presso la International Planned Parenthood Federation-European Network (IPPF-EN).

Donadio però sottolinea anche "l'incredibile resistenza e resilienza tra le donne polacche, con attivisti che si sono impegnati immediatamente a mobilitare la solidarietà e a raccogliere fondi per sostenere quante si trovano in situazioni di difficoltà".

L'iniziativa Abortion Abroad ha detto di aver raccolto oltre 91.000 euro di fondi nei sei mesi dopo la sentenza.

I fondi sono stati usati, tra le altre cose, per coprire i costi delle procedure di aborto e delle pillole, pagare l'alloggio e il viaggio, così come i test COVID.

Un altro esempio di solidarietà transfrontaliera è il gruppo Ciocia Czesia (Zia Ceca), creato l'anno scorso per aiutare le donne polacche ad abortire nella vicina Repubblica Ceca.

"Abbiamo sentito il bisogno di fare qualcosa", ha detto Marta Machalowska di Ciocia Czesia a Euronews.

Il gruppo si è messo in contatto con collettivi simili a Berlino e Vienna - Ciocia Basia e Ciocia Wienia - e ha lanciato una campagna di raccolta fondi per aiutare a coprire i costi delle procedure, del viaggio e dell'alloggio.

Ciocia Czesia
Le attiviste di Ciocia Czesia tengono il fulmine rosso che è diventato un simbolo delle marce pro-scelta in PoloniaCiocia Czesia

Machalowska ha detto a Euronews che circa 215 donne hanno contattato Ciocia Czesia finora. Il gruppo fornisce loro informazioni legali e pratiche nella loro lingua e le mette in contatto con personale medico di lingua polacca.

In alcuni casi, il gruppo copre i costi della procedura e del viaggio, in altri solo parzialmente.

"Molte imprese private vorrebbero avere una fetta di questa torta", ha notato Machalowska, aggiungendo che la sua organizzazione è "contro il turismo dell'aborto".

Tensioni polacco-ceche

Le accuse di turismo abortivo sono state al centro di una lettera dai toni indignati che un diplomatico polacco a Praga ha recapitato al governo ceco.

"Dal punto di vista delle relazioni ceco-polacche - avrebbe scritto il diplomatico, stando a quanto riportato dai media - percepiamo come spiacevole l'ipotesi che le proposte legislative per legalizzare il turismo abortivo commerciale siano apertamente giustificate dall'intenzione di aggirare la legislazione polacca che protegge la vita umana non ancora nata, e se queste proposte hanno lo scopo di incoraggiare i cittadini polacchi a violare la legge polacca".

La lettera è arrivata mentre il parlamento ceco discuteva una nuova legge che avrebbe chiarito i termini in cui gli stranieri possono ottenere aborti nel paese.

Euronews ha contattato il ministero degli Esteri polacco per confermare e commentare la lettera, ma non ha ancora ricevuto risposta al momento della pubblicazione.

Secondo i media cechi, il governo di Praga avrebbe risposto che la Polonia non ha la capacità di interferire con i processi legislativi interni e che l'aborto delle donne polacche sul suo territorio è in linea sia con la legge interna che con quella comunitaria.

Machalowska ha spiegato che l'aborto è completamente legale nella Repubblica Ceca fino a 12 settimane di gravidanza per qualsiasi persona che soggiorni legalmente nel paese, compresi i cittadini dell'Unione europea. In caso di motivi patologici, la finestra è poi estesa a 24 settimane di gravidanza.

L'unico cambiamento nel disegno di legge, ha spiegato ha Euronews, intende assicurare che i medici cechi siano pienamente coperti dal punto di vista legale quando eseguono aborti

In una dichiarazione pubblicata su Facebook in reazione alla lettera polacca, il gruppo ha detto: "Le visioni e le suppliche dei politici polacchi, la cui immaginazione è stata sopraffatta dai valori proclamati dai pulpiti delle chiese, non avranno alcun impatto qui".

Le sfide poste dal coronavirus

Le donne polacche che cercano di interrompere la gravidanza vanno anche nella vicina Germania, in Slovacchia, o più lontano in Europa, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito.

Per questo, le restrizioni da Covid creano ulteriori ostacoli per loro.

"La pandemia è la sfida più grande", ha detto la Machalowska, con regole di viaggio e restrizioni "che cambiano quasi ogni settimana".

I test COVID e i requisiti per i visti implicano anche costi molto più alti per i gruppi di sostegno che lavorano con risorse già scarse.

A causa delle regole di distanziamento sociale, gli attivisti di Ciocia Czesia non sono stati in grado di accompagnare le donne in ospedale e il loro sostegno viene fornito esclusivamente online, ha detto Machalowska a Euronews.

Escalation repressiva

Nel frattempo, i difensori dei diritti delle donne in Polonia affrontano minacce e repressione.

"C'è questa atmosfera di terrore che gli agenti statali stanno cercando di imporre a chiunque non voglia obbedire all'agenda fondamentalista", ha detto Donadio a Euronews, indicando un rapporto pubblicato il mese scorso da IPPF-EN, Human Rights Watch e CIVICUS.

"E vediamo che gli attivisti dei diritti umani sono privati della loro libertà di protestare e di riunirsi. Sono accusati per il solo fatto di aver organizzato delle proteste".

Per quanto riguarda i medici, sono "chiaramente terrorizzati dai cambiamenti, perché il governo sta facendo molta pressione sugli ospedali e su tutti i professionisti della salute. C'è questa immensa minaccia di persecuzione contro i medici che sta creando un enorme effetto paralizzante", ha proseguito Donadio.

La legge peraltro potrebbe inasprirsi ulteriormente in futuro.

Secondo una lettera, firmata da 200 organizzazioni della società civile e inviata alla presidenza del Consiglio dell'Unione Europea, "un nuovo progetto di legge che criminalizza l'aborto è stato presentato per iniziativa dei cittadini.

"Se adottato - si legge nella lettera - il progetto darebbe piena protezione legale al feto dal momento del concepimento e limiterebbe il terreno per l'assistenza legale, vietando l'aborto nei casi in cui la gravidanza deriva da una violenza sessuale o se la salute di una persona incinta è a rischio, come previsto dalla legge sulla pianificazione familiare attualmente in vigore. L'aborto sarebbe trattato come un omicidio punibile con un massimo di 25 anni di reclusione"

Focus sulle cure perinatali

Con l'aborto fuori dalle opzioni, il governo polacco sta progettando di implementare un pacchetto di misure per aumentare l'assistenza perinatale.

L'esecutivo intende creare un maggior numero di ospizi perinatali, oltre a fornire cure aggiuntive per le donne incinte con difetti fetali all'interno degli ospedali e offrire una linea di assistenza con "assistenti familiari" a disposizione per fornire consigli.

Ma secondo i gruppi per i diritti umani, "con il pretesto di fornire assistenza alle donne incinte i cui feti hanno un 'un difetto fetale sospetto o diagnosticato', [l'iniziativa] richiederebbe loro di essere indirizzate agli ospizi prenatali dove le loro gravidanze sarebbero monitorate e le loro decisioni sulla gravidanza influenzate", si legge nella lettera inviata alla presidenza dell'UE.

"L'Unione europea reagisca"

I gruppi per i diritti umani dicono di aspettarsi una reazione più coraggiosa da parte delle istituzioni europee.

"L'Unione europea - dice Donadio - è consapevole degli enormi problemi in Polonia. Penso che abbiano fatto alcuni passi avanti in termini di procedure di infrazione e tutto il resto" ma "potrebbero essere più audaci, più forti. Vogliamo che il consiglio degli affari generali dell'Unione tratti seriamente i vasti abusi sui diritti fondamentali in Polonia, nel meeting del 22 giugno".

"Vorremmo anche una presa di posizione forte sul tribunale costituzionale", prosegue, perché "lo stesso tribunale che ha adottato una decisione che ha portato al divieto quasi totale dell'aborto si pronuncerà ora sulla supremazia del diritto comunitario in Polonia. Così rischiamo che questo organo politicizzato possa dare carta bianca a questo governo per fare ciò che vuole, sacrificando le donne".

"Quello che vogliamo vedere è l'uso della regola della condizionalità dei finanziamenti", ha proseguito Donadio, riferendosi a un nuovo meccanismo che lega i finanziamenti comunitari al rispetto dei valori democratici fondamentali dell'Unione.

"Bisogna ricorrere a questa regola perché proprio ora si sta negoziando un gigantesco pacchetto di aiuti e sappiamo che ci sono dei rischi legati al modo in cui queste incredibili quantità di denaro potrebbero essere usate per cementare il potere autoritario in Polonia".

Potrebbe volerci un po', però, prima che il meccanismo dello stato di diritto venga attivato.

"Sappiamo che ci vorranno circa 3 anni prima che la clausola di condizionalità sia attiva, se mai lo sarà", chiarisce in effetti Donadio.

"Gli Stati membri dell'UE dovrebbero considerare come affrontare il problema per cui hanno creato la clausola, perché non abbiamo tre anni da sprecare".