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"Trump continuerà con la storia dei brogli per costruire il suo brand celebrity"

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Di Gioia Salvatori
Donald Trump durante la campagna elettorale del 2016
Donald Trump durante la campagna elettorale del 2016   -   Diritti d'autore  Michael Snyder/AP
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Sono intervenuti dicendo che non ci sono stati brogli alle presidenziali USA 2020. Lo hanno fatto dopo che Donald Trump aveva affermato, senza prove, che 2.7 milioni di voti gli sono stati illegittimamente tolti durante lo spoglio. Hanno detto che no, questo voto è stato il "più sicuro nella storia americana". Ad esprimersi è stato l'Election Infrastructure Government Co-ordinating Council Department e US Election Assistance Commission così come funzionari dei singoli Stati preposti ai controlli elettorali. Insomma una presa di posizione trasversale e indipendente che sembra lasciare a Trump poco spazio di manovra.

Non solo: oggi una sezione intera del dipartimento governativo cybersicurezza è dedicata alle elezioni presidenziali con l'hashtag, indicativo, #protect2020 e un sottotitolo tranchant "rumors vs reality", segue una lista corposa dei rumors smentiti (clicca qui per leggere la pagina) praticamente tutte le accuse di brogli e malefatte.

C'è poi il coté internazionale: nelle ultime ore addirittura Pechino si è espressa congratulandosi con il presidente eletto Joe Biden e lo stesso ha fatto il papa che ha benedetto quello che sarà il secondo presidente cattolico della storia americana dopo JFK.

Il sentiero per Donald Trump pare dunque sempre più stretto. Quali saranno i suoi prossimi passi mentre il tempo corre e la transizione, una complessa procedura, tarda a cominciare? Donald Trump riconoscerà la vittoria di Biden una volta finito il riconteggio in Georgia? Troverà appigli per nuove battaglie legali? Quali saranno argomenti e prove del suo appello?

Per l'americanista Mario Del Pero la prospettiva è chiara: Trump continuerà la narrazione della frode per costruire il suo brand celebrity e così guadagnare soldi. Operazione non nuova a The Donald che in passato ha usato strategicamente i media per costruire un personaggio diventato immensamente popolare. "Trump ha cavalcato un sistema elettorale frammentario e a volte inefficiente per dire che il voto non è corretto. Trump ha tutto il diritto di chiedere dei riconteggi in quegli Stati dove il margine è risicato ma non ne restano più; ci sono forse la Georgia, forse l'Arizona ma comunque non parliamo dei 537 voti di scarto in Florida nel 2000, ai tempi della sfida Al Gore - George W. Bush. Biden potrebbe finire per prendere 6-7 milioni di voti in più. L’operazione di Trump è pericolosa: la narrazione della frode inietta ulteriore veleno nel corpo già affaticato della democrazia americana. Credo che andrà avanti con questa narrazione per continuare a costruire il suo personaggio, il brand di celebrity, per fare soldi. D'altronde ha un contenzioso con l’agenzia delle entrate che potrebbe portargli una multa salatissima, ha linee di credito in scadenza... Utilizzerà tutti i media, farà discorsi strapagati, scriverà delle memorie, tutte quelle attività che possono essere ultra lucrative, come anche altri presidenti fanno.

L’operazione di Trump è pericolosa: la narrazione della frode inietta ulteriore veleno nel corpo già affaticato della democrazia americana. Credo che continuerà con questa narrazione per continuare a costruire il suo personaggio
Mario Del Pero
americanista

Errori in un sistema elettorale come quello americano ci sono stati e ci possono essere. Difficoltà in fase di spoglio possono intervenire, ma tutti gli studi che abbiamo dicono che ciò difficilmente si traduce in brogli su larga scala. Qui parliamo di centinaia di migliaia di voti che dovrebbero passare da una parte all’altra per stravolgere l’esito delle elezioni".

Difficile immaginare Trump che usa i media quindi anche invitato in tv dopo che tutti i maggiori canali americani hanno riconosciuto la vittoria di Biden. "Ha comunque portato 72-73 milioni di americani a votare repubblicano, 10 mln in più rispetto a 4 anni fa. Elettori che vogliono Trump e non lo hanno mai abbandonato; ha catturato col ruvido nazionalismo e un vocabolario primitivo un pezzo enorme degli USA".

Crede che Trump lancerà un suo canale tv? "Può darsi che Trump lanci il suo canale tv, ci ha provato con un'operazione analoga: la Trump University" (esperienza finita presto tra cause e inchieste giudiziarie, diplomi farlocchi e un'ammenda milionaria per Trump n.d.r.).

Se Trump non riesce a portare prove di brogli in queste ore, potrà agire sui grandi elettori per farli votare repubblicano? "In teoria sì: poco meno della metà degli Stati mettono dei vincoli di mandato ai grandi elettori, chi tradisce il mandato popolare è considerato unfaithful elector. Però se Trump ha 232 grandi elettori (270 è il numero necessario per essere nominati presidenti n.d.r.), e Biden tutti gli altri, non credo si possa immaginare un ribaltamento. Se accadesse scoppierebbe la guerra civile".

Perché molti, anche repubblicani che riconoscono la vittoria di Biden, insistono affinché il presidente eletto partecipi da subito, come da prassi, ai briefing dell'intelligence? Ritardi in questa procedura mettono a rischio la sicurezza nazionale? "Non credo sia messa a rischio la sicurezza nazionale: tutte le istituzioni preposte e l'Homeland security, continuano a lavorare; ma i mancati briefing rendono più complicata la transizione e il presidente una volta in carica prende in mano dossier complicati di politica estera e deve essere subito pronto a fronteggiare tutto. E' soprattutto la simbologia di questa complicazione che colpisce i giornalisti e l’opinione pubblica".

Anche la Cina ha riconosciuto la validità del voto americano e la vittoria di Biden, cambieranno le relazioni tra Pechino e Washington con Biden alla Casa bianca? "Difficile rispondere. Una parte preponderante di americani dà un giudizio critico sulla Cina oggi, il palco anticinese in campagna elettorale è stato più quello di Biden che quello di Trump; credo che Biden sia incline ad avere un atteggiamento duro. Cina e USA devono gestire tutta una serie di problematiche con un'interdipendenza profonda, il mondo ha bisogno della loro collaborazione. Lo abbiamo visto con l'accordo sul clima di Parigi, che non ci sarebbe mai stato senza un accordo sino-americano precedente, e dopo la crisi del 2008 quando sono state Cina e Stati Uniti a risollevare l'economia mondiale. Solo una forte collaborazione può garantire una governance internazionale funzionante, lo abbiamo visto bene con la pandemia"

Il papa è stato si è congratulato con Biden, il fatto che il futuro presidente democratico sia cattolico influirà sulle sue possibilità di successo? "Non siamo più al 1960, né nel '28 quando il primo candidato cattolico alla presidenza Al Smith (democratico) venne punito dagli elettori per l'appartenenza religiosa; può essere interessante questo elemento perché molti cattolici americani sono critici verso questo papato e avere un presidente cattolico in linea con il papa può forse rendere meno solide queste frange. Il cattolicesimo di Biden, poi, ci dice molto delle sue origini popolari e dell’entrare in sintonia con questi pezzi di America deindustrializzata che l’hanno sostenuto come nella Rust belt".

Cosa è successo nella roccaforte repubblicana dell'Arizona dove Biden è in vantaggio e proiettato vincitore da alcuni media? "Nella fascia meridionale di Stati, la sun belt, cresce il consenso democratico: il Texas è più conteso, il Nevada democratico. Da un lato ciò è dovuto alla presenza di minoranze, nelle città, impiegate in servizi con bassa qualifica; inoltre i più grandi insediamenti urbani attraggono sempre più spesso ceto medio-alto giovane che lavora nella società di servizi avanzati, gente che spesso lascia città troppo care e si trasferisce al sud. Questo per i democratici è un potenziale importante. Caso emblematico è Austin, in Texas, dove c’è anche un’importante università, poi Phoenix dove si concentra la maggior parte della popolazione dell’Arizona, e Atlanta che resta la città della Coca Cola. Oggi hanno un impatto politico grazie a notevoli trasformazioni sociodemografiche avvenute negli ultimi anni". (In Arizona negli ultimi 70 anni il governo è sempre stato repubblicano, tranne due volte, l'ultima nel 1996 n.d.r.)