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Un "virus" più potente del covid ha sfrattato Trump

Biden e Trump in campagna elettorale
Biden e Trump in campagna elettorale   -   Diritti d'autore  AP Photo
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Associare la sconfitta elettorale di Donald Trump all'epidemia montante negli USA appare una lettura piuttosto superficiale anche se resta evidente l’incapacità dell’ex presidente degli Stati Uniti nel difendere la salute del suo popolo che ha pagato il tributo maggiore alla pandemia, peraltro davanti ad una parte di elettorato - come quello della Florida - che nonostante l’infuriare del virus ha votato ancora per la sua rielezione.

Un presidente non più adeguato alla modernità

Trump appare piuttosto come l’ultimo esponente di un neocapitalismo rampante a stelle e strisce in grado di battere sì il tempo dell’economia internazionale ma che sconta l’inesorabile avanzata della Cina capace di sfoderare un PIL da 14 trilioni di dollari, il maggior numero di aziende di Stato che sono state classificate da Fortune fra le prime 500 al mondo e che possiede il più grande fondo sovrano del mondo (3 trilioni di dollari). Il Partito Comunista cinese tiene al guinzaglio il capitalismo nazionale (in un “impero” che da solo rappresenta un continente) ed ha battuto il covid cosa che anche gli Stati Uniti devono dimostrare di saper fare e al più presto.

Il miracolo cinese

Il miracolo cinese, al netto di tutte le libertà mancanti a livello sociale, sta nell'essere riuscito a far la quadra fra socialismo e capitalismo e può pure vantare un successo sconosciuto alla maggior parte dei paesi del mondo cioè quello di aver abbattuto l’indigenza sociale (la fame) ad appena il 4% in un paese da un miliardo e mezzo di abitanti (un record destinato a rimanere imbattuto forse per sempre).

Trump ha configurato bene il nemico del capitalismo a stelle e strisce, cioè la Cina, non perché la Cina sia più armata della superpotenza americana ma perché in prospettiva il suo vantaggio rischia di diventare incolmabile.

La pandemia dagli "occhi a mandorla"

Per questo Trump ha contrabbandato la pandemia come un prodotto cinese e si è illuso di poter agire in una linea diametralmente opposta a quella che hanno espresso i dirigenti di Pechino con una differenza sostanziale: la Cina se l’è cavata apparentemente con qualche decina di migliaia di morti e gli Stati Uniti veleggiano verso i 250 mila morti in una dimensione di pestilenza sostanzialmente fuori controllo.

Appena scoppiata la pandemia (perché di pandemia si parlava già prima della tardiva certificazione della OMS) sui mezzi di informazione e sulle reti internazionali sono apparse miriadi di tesi - spesso di taglio complottistico - sulle origini del nuovo virus, tesi tanto fantasiose quanto prive di fondamento. Tesi che sono servite a confondere l’opinione pubblica e sopravvivono nelle menti delle frange meno lucide delle società occidentali.

L’osservazione più giusta sembra invece quella di una pandemia da Sars-Cov-2, che, al di là delle teorie complottiste, risale probabilmente alle manipolazioni della natura cioè la rottura degli equilibri naturali che hanno miliardi di anni, operata dall'ingegneria genetica (sorta negli anni Settanta) cioè quella “tecnologia finalizzata a trasferire orizzontalmente i geni tra specie non destinate a incrociarsi tra loro” (Ernesto Burgio, “Bioterrorismo e impero biotech”, luglio 2003).

I timori della scienza

Tanti scienziati sostengono ormai che Sars-Cov-2 sia solo fra le avanguardie di altre future epidemie che saranno i semplici cascami di quelle tecnologie che infrangono deliberatamente (spesso a scopi di lucro) le barriere delle singole specie, cioè quelle separazioni che Madre Natura ha costruito a difesa di tutti gli organismi viventi e che in questo caso hanno visto il trasferimento di un virus dall'animale all’uomo come era accaduto anche per l’AIDS.

Il business più importante della salute

Il messaggio della sconfitta di Trump risale ad una politica incapace di interpretare nel profondo la modernità, una politica che si era preoccupata quasi esclusivamente di riempire il portafoglio degli statunitensi e contrastare il vincente espansionismo economico cinese oltre a porre delle gravi distanze con l’amica Europa.

Anche uno dei successi della politica estera di Washington in questi anni, la distensione con la Corea del Nord, potrebbe essere letta nel senso della ricerca di una nuova sponda asiatica per manovrare in parte contro Pechino.

Intanto il freno del protezionismo tirato da Trump resta distonico di fronte al fatto che da decenni il capitalismo cinese è anche una propaggine delle grandi multinazionali (non solo statunitensi) quindi è possibile che una politica vecchio stampo, che demonizza la superpotenza “comunista-capitalista”, per contenerne le avanzate in ogni campo, alla lunga finisca per essere controproducente proprio per l’economia a stelle e strisce e la voracità insaziabile della macchina del profitto nell'era post-globalizzata.