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Elezioni Usa, perché il Midwest è ancora un enigma per i candidati

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Elezioni Usa, perché il Midwest è ancora un enigma per i candidati
Diritti d'autore  Photo : Lance Iversen (Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved.)
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La politica americana costretta a dire 'qualcosa di sinistra'. Non è fantapolitica, ma la cruda realtà della fine di un ciclo economico durato quattro decenni, con alti e bassi.

Classe media sarà la parola d'ordine del regime change ? Pare proprio di sì. Almeno, questo credono i candidati. E il democratico Joe Biden vuole ricomporre la frattura statunitense, almeno a parole.

Quella tra Democratici e Repubblicani sembra una contesa infinita sulla faglia elettorale di un pugno di Stati del mitico Midwest, luogo di grande strabismo politico, dove elettori che guardano a sinistra finiscono col votare a destra e viceversa.

Nelle elezioni del 2016 Trump aveva fatto filotto strappando: Michigan, Wisconsin, Carolina del Nord e Pennsylvania all'egemonia ultra-trentennale dei Democratici

Ecco perché Joe Biden calca i prati della Carolina del Nord nell'ultimo sprint prima delle elezioni presidenziali del 3 novembre. Qui l'ultima affermazione Dem risale al 2008, quando Barak Obama divenne presidente per la prima volta.

Era inoltre l'anno della grande crisi finanziaria, la peggiore dal mitico collasso di Wall Street del 1929.

"Risollevare l'anima dell'America"

Il candidato Dem, oggi convertito sulla via di Washington DC a una retorica un po' più sinistrorsa proclama: "Amici, è chiaro che è giunto il momento di risollevare l'anima dell'America. È ora di ricostruire la colonna vertebrale dell'America. Ed è ora di farlo assieme. Non importa la vostra razza, la vostra età o la religione. il vostro genere, il gruppo etnico cui appartenete o le eventuali disabilità di cui siete portatori. Insieme ce la possiamo fare".

In sintesi Biden sembra parafrase il motto clintoniano del 1992: "it's the economy, stupid" , ma sostituendo la parola economia con classe media. Si rivolge ai dimenticati, protagonisti potenziali di un'eventuale versione terzo millennio di "Uomini e Topi" di Steinbeck.

"Una transizione per i Democratici"

Abbiamo chiesto allo storico contemporaneo Giuseppe Berta dell'Università Bocconi che ha da poco pubblicato un saggio su Detroit e gli Usa Medio-Occidentali, se Biden a questo punto liquida anni di "patti col diavolo tra la sinistra e il capitale."

"Biden rappresenta una transizione per i Democratici, peraltro voluta dalla famiglia Obama. Ma la sua biografia, la sua storia personale non sembrano abbastanza convincenti. Ricordano troppo il recente passato clintoniano dei Democratici. Ci sarebbe voluto un taglio netto, con un ricambio generazionale drastico".

Il compito di chiunque vada al potere in questo momento è quello di ricomporre una società più frantumata che fratturata. Infatti i cocci sono tanti, su base razziale, geografica, religiosa, addirittura di genere. Ma soprattutto socio-economica.

Americani medi più poveri

Secondo il Pew Research Center nel 2018 il 20% delle famiglie più ricche negli Usa ha accumulato il 52% del reddito nazionale. Nel 1968, il 20% dei benestanti deteneva il 43% della ricchezza.

Il Covid produrrà sicuramente dei risultati spaventosi da questo punto di vista. Anche perché l'emergenza sanitaria ha messo in luce tutte le lacune di una società priva di un sistema sanitario pubblico e universale.

"Andrà tutto male"?

Ed è proprio la pandemia, the China virus, come lo chiama Trump, che rappresenta la rivalità elettorale come uno scontro di civiltà. Per il candidato democratico è una pestilenza da prendere sul serio, con gesti barriera e confinamenti, per il repubblicano poco più che un malanno di stagione e gli eccessi di cautela sanitari un disastro economico:

"se votate per Biden, consegnerà i vostri posti di lavoro alla Cina. Consegnerà il vostro futuro al virus. Chiuderà tutto. Vuole il confinamento. Ascolterà gli solo scienziati. Se io avessi ascoltato unicamente gli scienziati adesso avremmo un paese in una profonda depressione."

Trump non vuole perdere gli Stati che era riuscito a strappare ai democratici quattro anni fa. Regioni operaie e di classe media, depresse per il crollo dei redditi e la disoccupazione fin dagli anni '90, a causa della de-industralizzazione, conosciute anche come la Rust Belt, la cintura della ruggine.

La guerra commerciale e i suoi danni collaterali

Ebbene, questa fascia geografica si è lasciata sedurre dai programmi di Trump anti-globalizzazione, tesi a riportare il lavoro negli Usa, dopo anni di delocalizzazioni libero-scambiste e di accordi commerciali che secondo Trump erano a favore degli "altri, i cinesi, i messicani..."

I risultati a corto termine non sembrerebbero incoraggiare gli elettori a rivotare per Trump. Infatti la disoccupazione non avrebbe ricevuto un grande beneficio per le rilocalizzazioni, perché le ritorsioni cinesi hanno colpito duro la produzione americana, pressoché dimezzando quella agricola, basata anche sull'export dei prodotti alimentari. E nel Midwest ci sono anche molti agricoltori.

Per quanto riguarda l'acciaio invece, le sofferenze della grande produzione statunitense sono più legate a questioni sistemiche, che conosciamo benissimo in Europa. È da decenni che c'è una sovraproduzione di acciaio a livello mondiale. Quindi, non solo Cina.

Per Giuseppe Berta "il messaggio di Trump, Make America Great Again" è condizionato dai risultati a corto termine, per questo "sarà difficile per lui evocare lo stesso mantra in maniera vincente anche ora. Ci sono interessi divergenti e totalmente diversi tra centri abitati sovraffolati e zone rurali spopolate e depresse a soli trenta chilometri dalle città."

Ma se gli elettori dovessero ragionare a lungo termine, basandosi sulle cause profonde della contesa a livello mondiale, allora il discorso potrebbe cambiare.

Come sottolinea il dipartimento di stato per il commercio, i dazi sull'acciaio concentreranno gli investimenti negli Usa. In un certo senso il processo è già stato avviato con un rinnovamento dei macchinari.

"Dite qualcosa di sinistra, dite qualcosa di sociale"

Detroit, Michigan, storica capitale dell'auto Usa. Roccaforte operaia e democratica per anni, nel 2016 ha dato la vittoria a Trump per diciassettemila voti, "solo perché Hillary Clinton non si era nemmeno degnata di visitarla nella sua campagna elettorale. Forse fra qualche settimana le cose andranno diversamente" commenta Berta.

Certo, non si tratta solo di una distrazione nella frenesia di una campagna elettorale. Ma rappresenta qualcosa di profondo nell'anima dei Democratici di confessione clintoniana: "l'attenzione solo per i soggetti dinamici" come la nuova borghesia digitale.

Le istanze della base democratica si sono radicalizzate. C'è una richiesta maggiore di aiuti sociali, come il salario minimo di 15 dollari al giorno. Forse la ricomposizione della grande frattura Usa parte proprio da questioni stringenti come quelle socio-economiche.

Il popolo democratico e i giovani militanti sono molto più a sinistra dei loro predecessori. E più spese sociali comportano un aumento delle tasse a carico dei ceti benestanti, per una più equa distribuzione dei redditi. Sarebbe una politica economica in controtendenza rispetto alle dottrine fiscali degli ultimi decenni.

Nella percezione dell'America depressa Joe Biden rappresenta l'opposto. Dice di essere cambiato. Bisogna vedere se gli elettori crederanno alla sua capacità di mediazione tra la "buona borghesia" e il "proletariato che fatica ad arrivare a fine mese".