ULTIM'ORA
This content is not available in your region

Finanziare il ritorno dei migranti a casa loro: la strategia UE che non funziona in 2 casi su 3

James, uno dei migranti che ha fatto ritorno in Nigeria su un volo OIM. Ha aperto un salone da parrucchiere ma non è riuscito a reintegrarsi nella società. Aspira all'Europa.
James, uno dei migranti che ha fatto ritorno in Nigeria su un volo OIM. Ha aperto un salone da parrucchiere ma non è riuscito a reintegrarsi nella società. Aspira all'Europa.   -   Diritti d'autore  Foto: Sara Creta
Dimensioni di testo Aa Aa

Cosa succede ai migranti africani rimpatriati con un volo di ritorno pagato dall'Unione Europea? Aiutarli a casa loro funziona davvero? Indagando in sette nazioni africane abbiamo scoperto enormi falle nel sistema di rimpatri e reintegrazione, considerato come uno dei fiori all'occhiello delle politiche migratorie europee.

Il caso di James, nigeriano, è emblematico. A fine 2018, riesce a lasciare la Libia grazie ad un volo di ritorno per la Nigeria finanziato dall'Unione Europea.

Sopravvissuto ad un naufragio nel Mediterraneo, prima di arrivare a Tripoli aveva attraversato una decina di stati africani ed era stato torturato in un centro di detenzione libico per due anni. Torna in Nigeria con una pallottola nella gamba.

Siamo andati ad incontrarlo due anni dopo, a casa sua, a Benin City. Sfrattato dall'appartamento per non essere riuscito a pagare l'affitto, si ritrova ora a dormire sul pavimento del suo negozio da barbiere che è riuscito ad aprire nel frattempo.

Rifiutato dalla propria famiglia, i suoi amici lo considerano un fallito per non essere riuscito ad arrivare in Europa.

"Il ritorno non ti rende felice. Quando torni a mani vuote, nessuno vuole sentir parlare di te", dice James a Euronews.

James è uno degli 81mila migranti africani che hanno potuto fare ritorno a casa grazie all'aiuto dell'agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni, l'Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni).

L'Unione Europea finanzia un grande progetto di ritorno volontario assistito nell'ambito dell'Iniziativa congiunta UE-Oim: un investimento da 357 milioni di euro che ha come obiettivo quello di "affrontare alla radice le cause delle migrazioni irregolari" aiutando i migranti più vulnerabili - anche attraverso il loro reinserimento nelle società di origine.

Ai migranti non viene solamente offerto un posto a sedere su un aereo che li riporti a casa. Una volta atterrati, ricevono supporto economico e intraprendono periodi di formazione per avviare micro-imprese.

L'idea alla base è semplice: più questi migranti di ritorno saranno capaci di reinserirsi nel tessuto sociale, meno urgenza avranno di riprendere il cammino verso l'Europa.

Enormi falle nel sistema

Ma abbiamo scoperto che le cose non stanno andando come pensano a Bruxelles. Decine di migranti hanno rivelato ad Euronews di non aver ricevuto alcun supporto al loro ritorno.

Anche quando il sostegno finanziario c'è stato - come nel caso di James, che ha potuto aprire il negozio da barbiere grazie ai soldi europei - è stato insufficiente e le piccole iniziative imprenditoriali non sono durate molto.

In molti, tornati nello stesso paese che avevano lasciato, e ritrovatisi nella stessa condizione che aveva determinato la loro fuga, si rimettono in cammino verso l'Europa non appena possibile.

"Mi sento fuori posto qui", confessa James. "Se capita l'opportunità, saprò coglierla. Lascerò il paese".

Degli 81mila migranti che hanno accettato dal 2017 di far ritorno a casa grazie al programma gestito dall'OIM, 33mila provengono dalla Libia. Molti di loro sono reduci da lunghi periodi di detenzione, abusi e violenze nelle mani dei trafficanti e delle milizie.

In Libia, considerato il conflitto in corso, l'agenzia delle Nazioni Unite opera un programma di rimpatrio specifico chiamato "Ritorno Volontario Umanitario" (VHR), mentre i voli di rientro dagli altri Paesi sono denominati Ritorni Volontari e Assistiti (AVR).

Si perde traccia dei migranti di ritorno dopo pochi giorni

Mohi, 24 anni, ha trascorso tre anni in Libia prima di accettare l'offerta di rimpatrio di OIM, nel 2019.

Appena arrivato a casa in Sudan, nel Darfur settentrionale, l'aiuto per la reintegrazione non si è mai materializzato. "Non abbiamo ricevuto nulla nulla, continuano a dirci: domani, domani", confida a Euronews.

Non è il solo. Le stesse statistiche OIM sui migranti di ritorno in Sudan rivelano come solamente 766 persone su oltre 2.600 abbiano ricevuto un qualche tipo di supporto economico.

L'agenzia si giustifica dicendo che è difficile operare in un contesto segnato dall'alto livello di inflazione e dove beni e servizi sono carenti nel mercato locale.

Photo: Sara Creta
Migranti sudanesi di ritorno dalla Libia protestano davanti all'ufficio locale dell'OIM chiedendo assistenza. Febbraio 2020Photo: Sara Creta

Secondo Kwaku Arhin-Sam, specializzato nella valutazione dei progetti di sviluppo, direttore del Friedensau Institute for Evaluation e autore di uno studio sull'Oim, almeno metà dei progetti di reintegrazione nei Paesi d'origine falliscono.

"Già dopo pochi giorni si perde traccia della maggior parte dei migranti [che sbarcano dall'aereo]".

Due terzi dei migranti non completano i programmi di reintegrazione

Le stime di Arhin-Sam si rivelano addirittura ottimistiche. La stessa Oim ammette ad Euronews che appena un terzo dei migranti che che inizia il percorso di reintegrazione nelle società d'origine porta a termine il programma.

Il processo è volontario - sottolinea un portavoce dell'agenzia delle Nazioni Unite - "i migranti possano decidere di non partecipare, o abbandonarlo in ogni momento".

Reintegrare i migranti di ritorno" aggiunge (il portavoce Oim), è qualcosa che va molto al di là del mandato dell'organizzazione, e richiede una forte "leadership da parte delle autorità nazionali" , oltre che il "contributo attivo ad ogni livello della società".

Parliamo del Paese che ha visto atterrare più voli di rimpatrio, la Nigeria. Tra il maggio 2017 e il febbraio 2019, Oim ha aiutato oltre 12mila nigeriani a fare ritorno a casa.

Di questi, 9mila sono risultati "rintracciabili" al ritorno; 5mila hanno potuto contare su un programma di formazione e 4.300 hanno ricevuto "aiuti al reinserimento". Includendo anche i casi che hanno avuto accesso a servizi di consulenza o assistenza sanitaria, solo 7mila migranti rimpatriati su 12mila (ovvero il 58%) si sono avvalsi di un qualche tipo sostegno da parte dell'Oim.

Il problema è che Oim include nelle statistiche tutti coloro che iniziano il percorso di reintegrazione. Ma visto che l'avvio della procedura avviene con il primo colloquio all'arrivo, i dati risultano sovrastimati: i migranti che hanno iniziato il programma di reintegrazione coincidono quasi perfettamente con quelli atterrati.

Se si scava e ci si chiede quanti migranti abbiano completato il percorso di reintegrazione nella sola Nigeria, si scopre che questo numero è di appena 1.289 persone (su 12mila, ricordiamo).

In una ricerca di prossima pubblicazione, Jill Alpes, esperta di migrazioni del Nijmegen Centre for Border Research, scrive che in Nigeria solamente 136 rimpatriati hanno completato il questionario finale che aiuta Iom a valutare l'efficacia di questi pacchetti di reintegrazione,

Uno studio di Harvard sui rimpatriati nigeriani dalla Libia stima che il 61,3% degli intervistati non ha un impiego dopo il ritorno a casa; un ulteriore 16,8% ha lavorato solo per un breve periodo di tempo, non abbastanza comunque per generare una fonte di reddito stabile. Al ritorno, la stragrande maggioranza dei rimpatriati, il 98,3%, non ha accesso ad alcuna forma di educazione.

Il commissario europeo per gli affari interni, Ylva Johansson, ha ammesso ai microfoni di Euronews che in questo settore "abbiamo bisogno di miglioramenti".

Non è dato sapere quali, ha aggiunto Johansson ("troppo presto per dirlo"), ma il rapporto tra Ue e Oim è buono. Un portavoce della Commissione europea ha espresso soddisfazione per il lavoro dell'Oim in Africa.

Euronews interviews Ylva Johansson on the EU-IOM reintegration scheme

‪EXCLUSIVE: We investigated the EU’s €357M programme that gives migrants cash and support to return to their home countries, and found that it’s failing them.‬ We then asked EU Commissioner for Home Affairs, Ylva Johansson about solutions. Full report - https://bit.ly/3dnAYEV

Publiée par Euronews English sur Vendredi 19 juin 2020

Il caso nigeriano non è isolato. Nel settembre 2018, tre donne camerunensi, Sandrine, Rachel e Berline, hanno accettato di imbarcarsi su un volo organizzato da Oim in partenza da Misurata, Libia, con destinazione Yaoundé, capitale del Camerun.

In Libia hanno raccontato di aver subito violenze e abusi sessuali. Hanno rischiato la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo ma sono state intercettate dalla guardia costiera libica e riportate in un centro di detenzione. Sandrine si era ritrovata a dover partorire tra gli spari in un centro di detenzione di Tripoli.

Photo: Sara Creta
Sandrine, Rachel e Berline appena prima di imbarcarsi sul volo da Misrata, Libia, nell'ottobre 2018Photo: Sara Creta

Una volta tornate a casa, Berline e Rachel dicono di non aver ricevuto alcun sostegno né tantomeno denaro dall'OIM. Sandrine ha ricevuto circa 900mila franchi CFA (1.373 euro) per pagare l'istruzione dei figli e avviare una piccola impresa, che però non è durata a lungo.

"Vendevo spiedini di carne sulla strada a Yaoundé, ma il progetto non è andato a buon fine e l'ho abbandonato", le parole di Sandrine.

Nessuna delle tre donne sapeva dove avrebbe passato la prima notte al ritorno in Camerun. Non avevano neanche i soldi per chiamare le famiglie e raccontare loro del viaggio di rientro, ricordano.

"Abbiamo lasciato il Paese, e quando siamo tornate abbiamo trovato la stessa situazione, se non peggio. Ecco perché la gente decide di partire di nuovo", dice Berline.

Le statistiche Oim di novembre 2019 indicano che meno della metà dei 3.514 migranti camerunesi che avevano iniziato il percorso di reintegrazione risultavano "effettivamente reintegrati" nella società.

Seydou, ex migrante maliano di ritorno nel proprio Paese, ha ricevuto sufficiente denaro dall'Oim per permettersi tre mesi d'affitto e il conto dell'ospedale per la moglie malata. Ha ricevuto una formazione professionale e una moto per avviare un'attività di tassista.

Grazie al lavoro, riesce a portare a casa 15 euro al giorno. In confronto, quando era in Algeria e lavorava illegalmente era riuscito ad inviare a casa, in Mali, circa 1.300 euro, finanziando la costruzione di una casa per uno dei suoi fratelli.

Nonostante oggi Seydou abbia un impiego, continua a fare pressioni su un fratello che vive in Francia per fargli avere un visto che gli permetta di arrivare in Europa.

Si tratta però di uno dei pochi fortunati maliani ad aver ricevuto aiuto una volta tornato a casa.

Nella ricerca di Jill Alpes - che verrà pubblicata da Brot für die Welt (l'agenzia di volontariato delle Chiese protestanti in Germania) e Medico International - si legge che solamente il 10% dei migranti di ritorno in Mali hanno ricevuto un qualsivoglia tipo di sostegno da parte dell'Oim (al gennaio 2019).

Oim indica che la quasi totalità dei migranti - 14.879 maliani - hanno iniziato il percorso di reintegrazione. Tuttavia la cifra non indica quanti di loro lo abbiano effettivamente terminato.

Una volta a casa, un nuovo tentativo di raggiungere l'Europa

In alcuni casi, quel poco denaro che i migranti ricevono viene utilizzato per finanziare un altro viaggio con un solo obiettivo: l'Europa.

Tra i sopravvissuti di un naufragio del dicembre 2019 al largo delle isole Canarie c'erano anche una decina di migranti che "avevano già avuto esperienza di migrazioni. Erano già stati in Europa e a Lampedusa ed erano stati deportati dalle autorità, salvo poi, una volta a casa, decidere di riprendere la rotta", indica Laura Lungarotti, a capo della missione Oim in Mauritania.

In quell'occasione, i migranti avevano tentato la fortuna cambiando rotta e dirigendosi verso la Spagna, senza più tentare il passaggio dalla Libia.

Safa Msehli, portavoce dell'Oim, indica a Euronews che l'agenzia non può impedire ai singoli di cercare di raggiungere nuovamente il Vecchio Continente. "Sta comunque sempre alla volontà delle persone decidere se emigrare o meno. Oim non prevede di impedire alle persone di farlo".

Photo: Sara Creta
Un volantino in Nigeria che mette in guardia dai pericoli dell'immigrazione irregolarePhoto: Sara Creta

Come funziona l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni

Dal 2016, Oim ha rilanciato il proprio brand internazionale presentandosi come Agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni. Il bilancio nel corso degli anni è lievitato, passando da 242,2 milioni di dollari (213 milioni di euro) nel 1998 a oltre 2 miliardi di dollari (1,7 miliardi di euro), superati per la prima volta nell'autunno del 2019. Un aumento di otto volte in poco più di 20 anni.

Sebbene non sia nominalmente parte dell'ONU, l'Oim è una "organizzazione collegata" alle Nazioni Unite, con un rapporto simile a quello di un contractor privato.

L'Unione Europea e i suoi Stati membri sono, nel complesso, i più grandi finanziatori dell'organizzazione, contribuendo più di tutti al bilancio Oim: circa la metà del budget operativo arriva dal nostro continente.

Sui propri canali ufficiali di comunicazione, Oim racconta spesso i casi di successo del programma di rimpatrio volontario. Si legga per esempio la storia di Khadeejah Shaeban, sudanese rimpatriato dalla Libia che è riuscito ad aprire una sartoria.

Come funziona il processo di supporto al reinserimento

  • I migranti salgono su un aereo operato dall'OIM su base volontaria per fare ritorno ai propri Paesi; Hanno diritto ad una consulenza prima e dopo il viaggio;
  • Ogni "rimpatriato" ha diritto all'assistenza degli uffici locali, in collaborazione con le ONG sul territorio;
  • L'assistenza all'arrivo può includere: accoglienza all'aeroporto, pernottamento, sussidio in contanti per le necessità immediate, prime cure mediche, assistenza per il trasporto e per i bisogni materiali;
  • Una volta atterrati, i migranti sono registrati e vengono accolti in un rifugio temporaneo. Qui rimangono fino a quando non partecipano a sessioni di consulenza con il personale dell'OIM. I colloqui individuali dovrebbero aiutare i migranti a identificare i loro bisogni. I migranti che si trovano in situazioni di vulnerabilità ricevono una consulenza supplementare, adattata alle loro specifiche circostanze;
  • L'assistenza tende ad essere cashless, fatta corsi di imprenditoria, formazione professionale (che durano da pochi giorni a sei mesi), partecipazione a fiere del lavoro, focus group o sessioni di consulenza; aiuto per la creazione di microimprese. Tuttavia, in alcuni casi vulnerabili, viene fornita assistenza in contanti per affrontare le spese quotidiane e le esigenze mediche;
  • Ogni pacchetto comprende attività di monitoraggio e valutazione per verificare l'efficacia dei programmi di reinserimento.
  • Rimpatri anche per luoghi pericolosi

    In parallelo, però, Oim organizza rimpatri anche per migranti provenienti da luoghi pericolosi come Afghanistan, Yemen, Somalia, Eritrea e Sud Sudan.

    Ai viaggiatori dei Paesi UE che finanziano Oim viene però sconsigliato di recarsi in questi Paesi.

    Non solo: secondo il principio del non-respingimento - un dettame imprescindibile del diritto internazionale - nessuno deve essere rimpatriato in un luogo dove rischia di subire torture o trattamenti crudeli e degradanti.

    Questo principio si applica a tutte le persone in ogni angolo del globo, indipendentemente dalla loro condizione.

    Oim sostiene che i migranti vengono accuratamente informati durante tutte le fasi precedenti la partenza, anche nei casi di maggiore vulnerabilità; a tutti i passeggeri viene spiegato quale forma di sostegno verrà loro fornita una volta sbarcati.

    Una volontarietà che poi tanto volontaria non è

    Tuttavia, come abbiamo modo di leggere nella terza parte di questa inchiesta, anche quando i migranti sbarcano in paesi all'apparenza meno problematici, o comunque non lacerati da conflitti di lunga durata - come la Nigeria - alcuni di loro corrono gravi rischi.

    Le donne vittime di tratta, per esempio, corrono il rischio di restare intrappolate nelle reti del traffico di esseri umani.

    Le linee guida UNHCR in materia di protezione internazionale indicano come le donne e i minori vittime di sfruttamento abbiano validi motivi per ottenere protezione internazionale.

    Non dovrebbero essere quindi riportati indietro per non essere esposti a nuove minacce.

    La discutibile volontarietà di queste operazioni di rimpatrio è tangibile in Niger, il Paese con il più alto numero di migranti assistiti dall'Oim.

    Il Niger, che si trova al centro delle rotte che, dal deserto continuano verso la Libia per poi attraversare il Mediterraneo, è considerato il nuovo confine meridionale d'Europa. Dal 2015, in cambio di finanziamenti, è diventato uno dei partner chiave dell’UE nella lotta ai trafficanti di uomini.

    Conoscendo i rischi della traversata nel deserto, uomini, donne e bambini continuano a fuggire.

    Secondo il Consiglio europeo per i rifugiati e gli esiliati, ogni settimana in media 500 persone vengono espulse dall'Algeria e rimandate illegalmente in Niger, in violazione del diritto internazionale.

    La polizia algerina arresta, identifica e trasporta i migranti fino al cosiddetto "punto zero", a 15 km dal confine con il Niger, in pieno deserto. Da lì, uomini donne e bambini sono costretti a camminare per circa 25 km ( 15km o 25km) sotto il sole cocente per raggiungere l'insediamento più vicino, oltre confine.

    "Arrivano all'insediamento di frontiera dell'Oim di Assamaka (v. mappa in basso) in condizioni spaventose. Tra loro ci sono donne incinte con emorragie, sotto shock", ha osservato Felipe González Morales, relatore speciale dell'Onu, dopo la sua visita nell'ottobre 2018.

    La ricercatrice Jill Alpes ritiene che queste deportazioni siano fondamentali per capire il motivo che spinge i migranti ad accettare di essere rimpatriati dal Niger. Una volta recuperati dalle operazioni di ricerca e salvataggio dell'Oim nel deserto, ai migranti non resta altra scelta che accettare l'aiuto dell'organizzazione e la successiva offerta di rimpatrio.

    Nella sua ricerca, Alpes scrive che "solo i migranti che accettano il rimpatrio possono entrare a far parte del gruppo di coloro che riceveranno supporto umanitario da parte dell'Oim. Ci sono eccezioni, ma in linea di principio Oim offre il trasporto dall'insediamento di confine di Assamakka ad Arlit, una delle basi principali in Niger, solamente a coloro che accettano l'offerta di rimpatrio nel paese d'origine".

    Morales, il relatore speciale dell'Onu, sembra essere d'accordo. "Molti dei migranti iscritti al programma di rimpatrio volontario assistito sono vittime di molteplici violazioni dei diritti umani" spiega Morales "ed hanno bisogno di protezione sulla base del diritto internazionale".

    Non dovrebbero quindi essere rimpatriati. "Tuttavia, a pochissimi viene consentito di avviare il percorso per la determinazione dello status di rifugiato. Tutti gli altri vengono indirizzati al rimpatrio".

    "Il fatto che il Fondo fiduciario dell'Unione Europea fornisca sostegno finanziario all'Oim per sensibilizzare e rimpatriare i migranti nei loro Paesi d'origine - anche quando la volontarietà in molti casi è discutibile - compromette l'approccio basato sui diritti alla cooperazione allo sviluppo", si legge nella nota di Morales.

    Chi controlla il lavoro dell'Oim?

    Loren Landau, professore di migrazione e sviluppo presso il Dipartimento di sviluppo internazionale di Oxford, sostiene che non ci sia uno scrutinio indipendente sul lavoro dell'Oim.

    "Sono poche le ricerche indipendenti. Tanti sono i rapporti, ma sono tutti rapporti dell'Oim. Da anni commissionano le proprie valutazioni", dice Landau a Euronews.

    Nel frattempo, Arhin-Sam, lo specialista della valutazione dei programmi di sviluppo, mette in discussione il principio di responsabilità dell'intera struttura.

    A chi dà conto l'Oim?

    Secondo Arhin-Sam, le istituzioni e le agenzie locali che dovrebbero valutarne l'operato dipendono finanziariamente proprio da Oim.

    "Si è ha creato un alto livello di dipendenza tra le agenzie nazionali, in Africa, e quelle internazionali. Le prime dovrebbero valutare il lavoro di quest'ultime, ma dipendendo da loro a livello economico, non possono essere critiche. Continuano quindi a dire, nei propri rapporti, che tutto va bene. In questo modo, OIM può presentarsi dall'Unione Europea sostenendo che tutto procede per il meglio".

    Secondo Arhin-Sam, le Ong e le agenzie dei paesi africani "sono in competizione tra loro. Una competizione molto pericolosa" per cercare di ottenere più lavoro possibile dalle agenzie delle Nazioni Unite, Oim e Unhcr. Si fa di tutto per non finire sulla loro lista nera.

    "Se un'agenzia locale lavora per Oim, non può lavorare con Unhcr. Si considerano fortunate ad avere accesso ai finanziamenti Oim e per questo non possono muovere critiche", continua Arhin-Sam.

    L'Ue partecipa come osservatore in entrambi gli organi decisionali sia dell'Unhcr che dell'Oim, anche se senza diritto di voto. Tutti gli Stati dell'Unione Europea sono membri dell'Oim.

    "L'Ue è il più grande finanziatore dell'Oim, e quindi quest'ultima deve soccombere alle richieste del cliente. Ecco perché il rapporto di partenariato tra Ue e Iom è molto discutibile", conclude Arhin-Sam. "Quando i funzionari europei vengono [in Africa] a valutare i progetti, controllano se tutto ciò che è stato scritto nella proposta è stato alla fine consegnato. Senza curarsi del fatto che queste proposte riflettano la reale volontà delle persone o la complessità della realtà sul territorio".

    "Più che una relazione, è un abuso"

    "Gli Stati africani non sono necessariamente pro-migranti", afferma il prof. Landau. "La Ue li ha comprati con accordi bilaterali. Se si dovessero opporre alle volontà europee, perderebbero gli aiuti economici. Nonostante il linguaggio usato nei partenariati, è evidente che il rapporto tra l'Ue e gli Stati africani sia un abuso, una relazione in cui un partner dipende dall'altro".

    I ricercatori sottolineano che, se da un lato i rimpatri dalla Libia offrono ai migranti una fondamentale via d'uscita da una situazione di estrema vulnerabilità, questo tipo di operazioni non affronta la questione più importante. Ovvero: perché i migranti arrivano in Libia.

    Nella mappa in basso, i rimpatri volontari effettuati da Iom dalla Libia nei vari paesi del mondo (scorrete con il mouse su ciascuno Stato per visualizzare il dettaglio annuale)

    Uno studio dell'attivista e ricercatrice libica Amera Markous indica come, mentre si trovano in una situazione di difficoltà, i migranti e i rifugiati non possano valutare con consapevolezza i pro e i contro del ritorno nel proprio Paese.

    Come può essere davvero volontaria una decisione effettuata da chi si trova in un centro di detenzione libico?

    "Come si può essere sicuri che non accettino il rimpatrio solamente per disperazione, di fronte all'unica alternativa che viene loro offerta dall'Oim?", si domanda Markous.

    Gli abusi, le torture, lo stress e la mancanza di cure mediche possono influenzare in maniera decisiva la decisione dei migranti di fare ritorno in patria. A sottolinearlo è anche Jean-Pierre Gauci, senior research fellow del British Institute of International and Comparative Law.

    Gauci ritiene che nei centri di detenzione le guardie possono esercitare pressioni sui migranti detenuti affinché partecipino al programma di rimpatri volontari. "La posizione di forza, percepita o reale, può ostacolare l'ottenimento di un consenso libero ed effettivo", afferma il ricercatore a Euronews.

    In tutta risposta, Oim sostiene che il programma di rimpatrio dalla Libia (VHR) è completamente volontario, e che i migranti possono cambiare idea prima di imbarcarsi sull'aereo e decidere di rimanere. "Non è insolito che succeda, anche quando tutto è pronto per il viaggio e sono stati preparati i biglietti aerei e i documenti di viaggio".

    Nel caso di un gruppo di Eritrei, tuttavia, non è andata proprio così. Ne parliamo nella seconda parte di questa inchiesta.

    Secondo Landau, l'iniziativa Ue-Oim non è stata progettata pensando alla vita e ai bisogni dei migranti.

    "L'obiettivo non è quello di rendere felici i migranti, né tantomeno di reintegrarli, bensì di sbarazzarsi di loro in un modo appetibile per il pubblico europeo".

    La domanda sorge spontanea: come può funzionare bene un programma in cui i due terzi dei progetti di reintegrazione fallisce?

    "Se con 'funzionare' intendiamo: 'sbarazzarci di queste persone', allora il progetto funziona eccome, per la Ue. Anzi, è un affare. Non ha davvero lo scopo di risolvere alla radice la questione migratoria: crea solamente un buon pretesto per questo tipo di deportazioni".

    Nel secondo episodio di questa inchiesta vi raccontiamo le storie di alcuni migranti rimpatriati in Eritrea, uno dei regimi più oppressivi al mondo. Nel terzo episodio, le testimonianze di alcune donne nigeriane tornate tra le braccia dei propri aguzzini.

    Euronews desidera ringraziare la Migration Newsroom per il sostegno nelle fasi iniziali di questa inchiesta.