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Per i migranti eritrei in Libia, il programma di rimpatrio volontario UE non è poi così volontario

il popoloso sobborgo di Mebrat Hail di Addis Abeba, in Etiopia, è la patria di molti eritrei arrivati dopo che i due paesi hanno firmato un accordo di pace nel 2018.
il popoloso sobborgo di Mebrat Hail di Addis Abeba, in Etiopia, è la patria di molti eritrei arrivati dopo che i due paesi hanno firmato un accordo di pace nel 2018.   -   Diritti d'autore  Foto: Sara Creta
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Quando i 21 migranti sono arrivati all'aeroporto internazionale di Mitiga a Tripoli nel maggio 2019, a ciascuno è stata consegnata una borsa contenente una camicia pulita e un paio di pantaloni.

Il gruppo aveva trascorso gli ultimi otto mesi nel centro di detenzione della città di Zwara, 100 chilometri a ovest, dove le condizioni erano peggiorate.

Durante la detenzione erano entrati in contatto con membri del personale dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), avevano fornito i loro nomi e - involontariamente, affermano - avevano accettato di essere rimpatriati ad Asmara, in Eritrea, su un volo commerciale pagato dall'Unione Europea.

Ma una volta all'aeroporto, gli uomini hanno cambiato idea. Almeno cinque di loro si sono voltati e sono fuggiti, riuscendo a scappare mentre le milizie sparavano colpi in aria. I restanti 16 sono stati messi sull'aereo, sotto lo sguardo del personale Onu, come alcuni degli uomini hanno raccontato a Euronews.

"L'OIM ci ha detto che era troppo tardi, tutto era stato organizzato: devi tornare nel tuo Paese", ha dichiarato uno.

"Avevamo molte barriere linguistiche, non potevamo comunicare", ha detto un altro.

Le barriere linguistiche, a quanto pare, sono iniziate molto prima della partenza del volo. Uno degli uomini ha detto a Euronews che tutte le comunicazioni sono state in arabo e solamente con i libici. In una dichiarazione, un portavoce dell'OIM ha detto a Euronews che "l'OIM ha staff internazionale che parla il tigrino, l'amarico e lo swahili".

Il volo per Asmara è stato solo uno tra centinaia operati nell'ambito dell'Iniziativa congiunta UE-IOM, che ha favorito il ritorno volontario di 81.000 migranti africani - 50.000 dei quali dalla Libia - a partire dal 2015. Nell'ambito del programma, ai migranti africani vengono offerti voli di ritorno nel loro Paese d'origine, oltre a denaro contante, consulenza e sostegno alla reintegrazione.

Ma un'indagine di Euronews ha scoperto massicci fallimenti nel programma, finanziato dall'Unione Europea per 357 milioni di euro. La stessa Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM) ammette che solo un terzo dei migranti che iniziano il processo di reintegrazione lo completano. Altri suggeriscono che i numeri sono ancora più bassi.

In sette nazioni africane, Euronews ha raccolto testimonianze di prima mano di migranti che sono tornati a casa con voli commerciali o charter pagati dall'UE. La maggior parte dei migranti non ha ricevuto alcun sostegno dall'OIM una volta rientrati, e anche gli altri l'hanno trovato comunque insufficiente. In alcuni casi, i migranti stavano pianificando di tornare a casa per raggiungere le coste dell'Europa.

Nel caso dell'Eritrea, la situazione è aggravata dalle terribili condizioni della nazione del Corno d'Africa, guidata dal regime autoritario del presidente Isaias Afewerki e descritta come una delle più repressive del mondo da Human Rights Watch.

Oltre alla mancanza di diritti politici e sociali, i cittadini sono arruolati con la forza nell'esercito e subiscono abusi e violenze.

Ogni eritreo che lascia il Paese senza aver completato il servizio militare e torna a casa deve firmare un modulo che recita:

Mi rammarico di aver commesso un reato non avendo completato il servizio militare e sono pronto ad accettare una punizione adeguata a tempo debito

Noostante l'accordo di pace firmato nel 2018 tra Eritrea ed Etiopia, il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani sull'Eritrea, Daniela Kravetz, ha riportato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che "non ci sono prove concrete di progresso [...] nella situazione dei diritti umani nel Paese".

Una recente inchiesta dell'ONU ha rilevato che "i rimpatriati sono sistematicamente maltrattati, fino alla tortura, durante la fase di interrogatorio" dalle autorità locali. Coloro che lasciano il paese in modo irregolare sono inevitabilmente considerati come gravi trasgressori, ma anche come "traditori" della patria.

Nonostante queste condizioni, l'OIM, con il sostegno dell'Unione Europea, ha facilitato il ritorno in patria di 61 eritrei dalla Libia negli ultimi due anni.

L'OIM ha ammesso a Euronews che non solo l'organizzazione ha una "presenza limitata" in Eritrea, ma né essa né l'UNHCR hanno "nessun accesso e non possono monitorare la loro situazione al ritorno". Di conseguenza, un elemento chiave del programma di rimpatrio volontario - l'assistenza al reinserimento una volta che i migranti ritornano a casa - non può essere realizzato in Eritrea.

In una dichiarazione, l'organizzazione ha affermato che i migranti sono "consapevoli delle opzioni a loro disposizione e possono esercitare il loro diritto d'asilo se desiderano chiedere protezione internazionale invece di tornare nel loro paese d'origine". Se a seguito di una consulenza congiunta le persone decidono di tornare in Eritrea indipendentemente, l'OIM facilita il loro ritorno".

Immagine: Sara Creta
Theame vive nella capitale etiope Addis Abeba e fa fatica a sopravvivere. Si affida completamente a suo fratello in GermaniaImmagine: Sara Creta

Infatti, il direttore generale dell'OIM, Antonio Vitorino, ha respinto le critiche sul ritorno volontario in Eritrea da parte di Elizabeth Chyrum, un'attivista eritrea per i diritti umani con sede a Londra, lo scorso maggio, dopo che Chyrum aveva chiesto di porre fine ai rimpatri di eritrei dalla Libia.

In una lettera inviata a Vitorino, l'attivista ha sostenuto che l'OIM approfitta della disperazione e delle terribili condizioni degli eritrei in Libia, i quali non ricevono informazioni adeguate sul processo di ritorno.

Vitorino ha risposto a Chyrum che il "programma si dimostra una valida opzione per evacuare i migranti bloccati nei Paesi in crisi", come la Libia.

Una volta rientrati in Eritrea da Tripoli ad Asmara, gli uomini sono stati immediatamente arrestati e interrogati. Uno degli uomini, Theame, ha detto di aver ricevuto telefonate quotidiane da parte di funzionari del governo e di essere stato costretto a firmare un modulo in cui dichiarava di aver commesso un crimine lasciando il paese.

Rilasciato dal carcere, ha subito lasciato il Paese ed è attualmente registrato come rifugiato in Etiopia, dove sopravvive grazie al denaro inviato dal fratello in Germania.

Photo: Sara Creta
I rifugiati, provenienti principalmente dal Sudan, dall'Eritrea e dalla Somalia, si riuniscono in un campo di fortuna nella Porte d'Aubervilliers a nord di ParigiPhoto: Sara Creta

Ma anche per chi è scappato quella notte a Tripoli, la vita è stata dura. Uno dei fuggitivi, un minore non accompagnato, ha poi attraversato il Mediterraneo per raggiungere l'Italia e poi la Francia, dove Euronews lo ha incontrato in un campo di fortuna a nord della capitale, a Parigi. Aveva intenzione di continuare il suo viaggio fino a raggiungere il suo obiettivo finale: il Regno Unito.

Commentando il motivo per cui gli eritrei accettano di tornare in patria nonostante le condizioni, ha detto: "Molte persone nei centri di detenzione libici hanno perso la speranza. Chi decide di tornare in Eritrea non ha alternative".