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Quanto spendiamo sulla Libia, esattamente
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Migranti del Gambia di ritorno dalla Libia con un sacchetto dell'Oim all'aeroporto di Banjul, Gambia - REUTERS/Luc Gnago/File Photo

Quanto spendiamo sulla Libia, esattamente

Sappiamo che diamo un sacco di soldi alla Libia perché non faccia partire migranti verso l'Europa, e sappiamo anche che nessuno monitora (bene) come questi soldi vengono spesi. Ma di quanti soldi parliamo esattamente? Dai nostri calcoli risulta che negli ultimi due anni l'Italia ha messo nel piatto libico quasi mezzo miliardo di euro (475 milioni di euro), di cui 100 milioni provenienti da Bruxelles.

Per ricostruire "quanto denaro abbiamo dato alla Libia" bisogna innanzitutto comprendere che non si parla mai di finanziamenti diretti sull'asse Roma-Tripoli, ovvero di bonifici al Governo di Accordo Nazionale, bensì di supporto logistico, strumentazione, sovvenzioni di missioni internazionali, gare d'appalto ed erogazioni alle Ong che lavorano sul territorio.

Un esempio recente? Le dieci motovedette consegnate ad Abu Sitta nel giorno della scadenza del contestato memorandum. Costo: 2.5 milioni di euro, stanziati con apposito decreto legge e pagati con fondi di riserva dello Stato.

Se capire esattamente quanti soldi diamo alla Libia è difficile anche per gli addetti ai lavori, sapere con certezza come questi fondi vengano impiegati è ancora più arduo.

No alla trasparenza sull’uso dei soldi italiani da parte dell’Oim

A fine ottobre, il Tar del Lazio ha respinto la richiesta di trasparenza dell’Associazione per gli studi giuridici sull’Immigrazione (Asgi), la quale aveva domandato al ministero degli Affari Esteri (Mae) e all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) una rendicontazione delle attività svolte in Libia e dei relativi costi.

L’Oim, agenzia collegata alle Nazioni Unite, ha beneficiato di 20 milioni di fondi pubblici italiani per operare in Libia supportando le comunità locali e facilitare i rimpatri volontari. Il sospetto di Asgi è che l’Italia abbia “affidato un cospicuo finanziamento ad OIM per lo svolgimento di attività generiche in Libia, senza aver richiesto un preciso piano di presentazione dell’azione, dei soggetti destinatari, dei luoghi dell’intervento e delle garanzie per l’espletamento delle stesse”.

La stessa Oim ha dato parere negativo alla richiesta di rendicontazione dettagliata alla luce delle “condizioni estremamente delicate” in Libia e la conseguente “sensibilità” delle informazioni richieste. Alla luce del no dell’Oim, anche il ministero degli Esteri italiano ha dato parere negativo e il tribunale amministrativo si è pronunciato in loro favore: la pubblicazione dei rendiconti, si legge nella sentenza, pregiudicherebbe le relazioni internazionali tra OIM e il governo italiano e, con esse, il regolare andamento delle attività che l’Organizzazione conduce in Libia”.

Una ricostruzione che potrebbe essere parziale

Ci dobbiamo affidare alle sole cifre pubblicate sui siti dei ministeri e ai bandi di gara, anche se questi numeri potrebbero raccontare solo una parte della storia.

Per esempio, “non sappiamo nulla dei trasferimenti offerti alle altre fazioni in campo, primo fra tutti il generale Khalifa Haftar e il suo Esercito Nazionale Libico, incontrato dall'allora ministro degli Esteri Marco Minniti nel settembre 2017”, indica il prof. Francesco Fasani del dipartimento di Economia e Finanza della Queen Mary University of London. Il governo, dal canto suo, nega di avere informazioni sull’esistenza di accordi con le milizie libiche. “In queste condizioni è impossibile aspettarsi che ci sia un controllo democratico sull'utilizzo di fondi pubblici", aggiunge Fasani.

Lo schema che trovate in questa pagina - realizzato con il supporto dell’avv. Giulia Crescini di Asgi - cerca di sintetizzare i quattro modi in cui l’Italia investe, con il sostegno dell’Europa, nel progetto di esternalizzazione delle frontiere e delle responsabilità in Libia.

1. Dall'Europa alla Libia, passando per il Viminale

Dopo il vertice de La Valletta del 2015, è cambiata la strategia comunitaria in materia di politiche migratorie e la UE ha creato un fondo fiduciario di emergenza per l’Africa, raccogliendo dai paesi UE risorse destinate alle politiche di sviluppo. Salvo poi destinarle, in parte, “al finanziamento di una militarizzazione dei confini che non prevede alcuna garanzia sul rispetto dei diritti umani”, come scrive su L’Espresso l’eurodeputato PD, Pierfrancesco Maiorino, “e senza possibilità di controllo effettivo del parlamento europeo su come queste risorse siano concretamente impiegate”.

Degli attuali 4.1 miliardi dell’EU Trust Fund, alla voce “Libia” vengono allocati 327 milioni. Di questa somma, il ministero dell’Interno italiano ha ricevuto 46 milioni (che includono 2 milioni di co-finanziamento Italia-Ue, più altri 2 dal fondo di sicurezza europeo) nel 2017 e 45 milioni nel 2018.

Il Viminale li “gira” alla Guardia Costiera libica, che nel frattempo pattuglia la neonata zona SAR, sotto forma di gare d’appalto.

Dopo aver ricevuto i soldi europei, come riportato da AltraEconomia e da un’analisi Arci, il sito del ministero degli Interni ha bandito una gara d’appalto da oltre 9,3 milioni di euro per la fornitura di 20 battelli pneumatici da destinare alla polizia libica, coperti proprio dai fondi del finanziamento fiduciario UE. Sono quindi seguiti un bando per la fornitura di 30 fuoristrada e uno per 10 minibus.

Non solo risorse europee. Il ministero dell’Interno pesca anche dall’italianissimo fondo Africa, istituito nel 2017 con una dotazione di 200 milioni di euro: da qui sono stati presi i 2.5 milioni di euro per rimettere a nuovo quattro motovedette e destinarle alla Libia. Asgi ha impugnato il decreto per “sviamento” di fondi pubblici destinati a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i paesi africani. Il ricorso è ancora pendente al Consiglio di stato, a settembre 2020 è prevista la sentenza.

2. I due tesoretti dell'AICS: fondo fiduciario UE e fondo Africa

C’è poi l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) che può contare su due tesoretti: il primo è formato dai 22 milioni di euro provenienti dal Trust Fund europeo; il secondo è costituito con soldi che provengono dal Fondo Africa, rinnovato anno dopo anno.

In Libia finanziamo il lavoro di meno di una decina di ong italiane con denaro proveniente dal fondo Africa. Tra i nomi delle organizzazioni presenti per portare avanti progetti in favore della popolazione migrante nel paese si trovano: Cefa, Cir, CCS, Cesvi, Emergenza Sorrisi, Terres des Hommes Italia, Helpcode, Emergenza Sorrisi.

Tre progetti che vedono impegnate tutte queste Ong costano rispettivamente 2 milioni, 500mila e 4.2 milioni di euro per un totale di 6.7 milioni di euro.

All'interno dei centri,in teoria, queste Ong svolgono attività di riduzione del danno, interventi strutturali (ad esempio ristrutturazione dei bagni, costruzione di servizi di areazione), fornitura di beni di prima necessità, fornitura di non food item (materassi, vestiario), servizi di supporto psico-sociale. Tuttavia, scrive Asgi che ne sta analizzando i rendiconti, per alcune associazioni non è stato possibile – dai documenti trasmessi – comprendere quali attività siano state effettuate nei singoli campi.

3. I finanziamenti (senza fare troppe domande) alle organizzazioni internazionali

Veniamo quindi ai quasi 30 milioni di euro provenienti sempre dal fondo Africa e versati alle grandi organizzazioni internazionali come Oim, Unhcr e Unicef. Dell'impossibilità per l'Alto Commissariato per i rifugiati in Libia di garantire il rispetto dei diritti umani in Libia abbiamo già parlato in questa inchiesta esclusiva, in cui emergono casi di discrimnazione, corruzione, cattiva gestione e acquisti a prezzi gonfiati.

Asgi ha riscontrato che, in fase di approvazione dei finanziamenti, l'Italia non ha chiesto ai soggetti implementatori una lista di attività da svolgere, né ha richiesto garanzie o valutazione dei rischi. Solo "sintentiche partnership" che non permettono di ricostruire il contenuto obbligazionale del finanziamento.

"Dagli accessi effettuati emerge che il Ministero conosce solo successivamente alla realizzazione del progetto le attività svolte e può quindi verificare il corretto utilizzo del finanziamento; i cittadini, al contrario, non conoscono nulla dell’utilizzo delle risorse laddove siano impiegate da una organizzazioni internazionale".

4. Il capitolo più costoso: le missioni italiane in Libia

Grazie a Oxfam e al prof. Fasani abbiamo infine ricostruito quanto speso dall'Italia per le quattro operazioni civili e militari operanti in Libia dal 2017 ad oggi. Trattasi di:

  • Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (operazione Ippocrate): 400 militari e 150 mezzi terrestri;
  • Missione bilaterale di assistenza alla guardia costiera libica: 25 unità della Guardia di Finanza, 6 mezzi terrestri e 1 mezzo navale;
  • United Nations Support Mission in Libya (Unimil) per il ripristino della sicurezza e dell'ordine pubblico: 1 unità di personale militare;
  • EU Border Assistance Mission in Libya (Eubam), missione civile di supporto agli sforzi libici di stabilizzare il confine che opera non da Tripoli ma da Tunisi per motivi di sicurezza: vi partecipano 3 poliziotti;

Il conto totale di queste missioni è di 47.8 milioni per il 2017, 51.3 per il 2018 e 56.3 per il 2019. A cui si devono aggiungere i circa 85 milioni annui (per il 2018 e 2019) della missione aeronavale "Mare Sicuro", al largo della coste libiche. Dal gennaio 2018 prevede anche il supporto alla guardia costiera libica. Un'unità ausiliaria è permanentemente dislocata nel porto di Tripoli.

Sommando tutte le spese per le missioni in Libia dal 2017 ad oggi si ottiene la ragguardevole cifra di 325 milioni di euro.

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