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In Montenegro il ritorno delle tensioni: dalla religione alla politica

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In Montenegro il ritorno delle tensioni: dalla religione alla politica
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In Montenegro la Chiesa ortodossa serba organizza manifestazioni di massa contro la nuova legge sulla libertà religiosa. Ma quelle che dovevano essere le proteste di una comunità di fedeli si sono trasformate, sotto la pressione dei nazionalisti serbi, in cortei a sfondo politico, facendo riemergere tensioni mai completamente scomparse.

Una marea umana

Fra le vette calcaree del Montenegro echeggiano canti religiosi. La tensione è tornata a salire nel piccolo paese balcanico, indipendente dalla Serbia dal 2006.

La chiesa ortodossa serba ha fatto appello ai suoi fedeli perché scendano in strada per protestare contro la nuova legge sulla libertà religiosa.

Gli ortodossi rappresentano circa il 70 per cento dei 620 mila abitanti del paese, e per la maggior parte seguono i riti della chiesa ortodossa serba. Non c'è quindi da stupirsi se due volte alla settimana una marea umana si dà appuntamento nel comune di Bijelo Polje.

Dalla religione al nazionalismo

"Non cederemo i nostri luoghi sacri", gridano i manifestanti.

Il governo sostiene che all'epoca del regno del Montenegro, un secolo fa, i siti religiosi appartenevano allo Stato. E la nuova legge prevede che i gruppi religiosi non in grado di fornire prove della proprietà di un bene lo debbano cedere allo Stato. Ma c'è chi vede in questo un pericolo per l'identità serba.

Con le elezioni imminenti in Montenegro, la religione si confonde con la politica. I gruppi radicali ne approfittano.

Radovan è un accanito tifoso di calcio. La sua squadra è la Stella Rossa... di Belgrado. Sfoggia una bandiera serba nella sua stanza, i cui muri portano i colori del club calcistico serbo.

Radovan milita in un partito che lotta per il ritorno all'unità fra Serbia e Montenegro. Spiega come fa proselitismo a Bijelo Polje: "Sono attivo sulle reti sociali. Discuto con amici e conoscenti. Li chiamo al telefono per invitarli a manifestare con noi".

La polizia tiene d'occhio Radovan e i suoi amici radicalizzati. Sono loro a trasformare una protesta religiosa in una manifestazione politica sull'identità serba, lanciando slogan nazionalisti che vengono ripresi dai manifestanti.

Radovan ha fondato una filiale locale della società di San Sava, un'organizzazione nata a Belgrado nell'800 per combattere per "l'identità serba" in tutta la regione, legando i sentimenti religiosi ai tentativi politici di creare una "Grande Serbia".

Le chiese rivali

Il conflitto affonda le radici nel passato. Il celebre monastero di Cettigne, l'antica capitale del regno del Montenegro, è conteso fra due chiese ortodosse rivali. Oggi è la sede ufficiale della chiesa ortodossa serba, ma anche la chiesa ortodossa montenegrina reclama l'edificio.

Il metropolita Mihailo ci invita a casa sua. La sua chiesa - montenegrina - non è riconosciuta ufficialmente, quella originale è stata sciolta nel 1920 nel patriarcato serbo. L'attuale è rinata negli anni '90. Secondo lui "Viene iniettato molto denaro da fuori per sostenere queste marce di protesta qui in Montenegro. I serbi che vivono in Serbia hanno contatti con i serbi che vivono in Montenegro e vogliono riprendersi il Montenegro e anche controllare la chiesa ortodossa in Montenegro, come hanno fatto nel 1920".

La nuova legge invita le comunità religiose a registrare le loro proprietà. Lo Stato rivendica la proprietà dei siti del patrimonio culturale, come le chiese, ma ne garantisce l'utilizzo alle comunità. La chiesa ortodossa serba respinge quest'approccio, ci dice il vescovo Joanikije: "La libertà di religione è minacciata. I diritti di proprietà della nostra chiesa sono minacciati. I nostri luoghi sacri sono minacciati. La nostra continuità giuridica è minacciata. Non vogliamo perdere diritti acquisiti da 800 anni che nessuno aveva mai messo in discussione finora. Per noi applicare l'articolo 62 di questa nuova legge significherebbe che i nostri beni potrebbero essere confiscati e tutte le nostre proprietà diventerebbero proprietà dello Stato".

"L'obiettivo è destabilizzare il Montenegro"

In dicembre l'opposizione filo-serba ha cercato di bloccare il voto sulla controversa legge con proteste in parlamento che hanno costretto le forze di sicurezza a intervenire, arrestando 18 deputati.

Abbiamo incontrato Mehmed Zenka, il ministro dei diritti umani e delle minoranze, incaricato della nuova legge sulla libertà religiosa. Alla domanda se veda il pericolo che il suo paese possa venire destabilizzato dall'esterno, risponde affermativamente: "Ogni giorno, sempre più spesso, si sentono slogan politici durante le proteste, gente che grida: Serbia, Kosovo, Serbia, Kosovo. L'obiettivo è ovvio, si tratta di destabilizzare il Montenegro e di mettere in discussione l'esistenza del Montenegro in quanto Stato. La Russia e la Serbia erano contrarie alla nostra indipendenza e all'integrazione del Montenegro nella Nato. La loro lotta per destabilizzare il Montenegro continua, vogliono far vedere che questo Stato non può esistere. I sentimenti religiosi della popolazione vengono manipolati. Noi non vogliamo togliere la chiesa a nessuno e non vogliamo nemmeno darla a qualcun altro".

Un tuffo nel passato

Gli Archivi di Stato, che consultiamo per trovare delle risposte, sembrano confermare la versione del governo: durante il regno del Montenegro lo Stato deteneva la proprietà degli edifici religiosi e del terreno su cui erano costruiti, ma garantiva allo stesso tempo alla chiesa l'utilizzo dei beni. È quanto sostiene Sasa Tomanovic, direttore degli Archivi, che ci mostra una lettera manoscritta: "Questo documento è datato 1884. Uno dei frati del monastero di Piva e il metropolita Mitrofan Ban chiedono al ministero dell'istruzione e degli affari ecclesiastici dell'epoca l'autorizzazione di affittare alcuni terreni che facevano parte del monastero. Il monastero era in difficoltà finanziarie e voleva guadagnare del denaro. Questo documento mostra quanto la Chiesa fosse sotto il controllo dello Stato, quanto lo Stato fosse coinvolto nell'organizzazione economica della chiesa, e quanto la chiesa rispettasse lo Stato".

"Questa è la Serbia. Morte al Montenegro"

Un argomento che non basta a convincere chi ha già altre convinzioni. Radovan qualche giorno fa è stato fermato dalla polizia perché sospettato di aver dipinto delle bandiere serbe. Lui respinge l'accusa, ma non nega le sue certezze: per lui l'identità serba è in pericolo. "Le discriminazioni sono cominciate dopo il referendum del 2006 sull'indipendenza del Montenegro - sostiene -. Un classico, solo perché i serbi hanno votato al 100 per cento per un unico Stato con Montenegro e Serbia".

Istituzioni come la Commissione europea e la Commissione di Venezia chiedono al Montenegro e alla Chiesa ortodossa di risolvere il conflitto con il dialogo. Ma un viaggio attraverso il paese mostra che potrebbe non essere così facile. Sulle montagne del paese balcanico si può ancora leggere, qua e là: "Questa è la Serbia. Morte al Montenegro".

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