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Gli storici contro la "distorsione dell'Olocausto" da parte di Polonia e Lituania

Gli storici contro la "distorsione dell'Olocausto" da parte di Polonia e Lituania
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Il memoriale in ricordo di 70mila ebrei uccisi a Vilnius - Petras Malukas / AFP
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Nel 2011 Jan Grabowski, uno storico polacco, ha pubblicato una ricerca dal contenuto esplosivo sul comportamento dei cittadini polacchi durante l'Olocausto, concentrandosi sulla comunità di Dabrowa Tarnowska, dove gli ebrei polacchi vennero braccati e uccisi dai loro vicini. Il libro ha provocato un'aspra polemica nel paese natale dello studioso. A quasi 10 anni di distanza, Grabowski, professore di storia all'Università di Ottawa, è ancora coinvolto in dispute legali su suo libro.

Nel 2018 ha citato in giudizio la Lega polacca per diffamazione dopo che questa lo ha accusato di aver esagerato il numero di ebrei uccisi dai polacchi durante l'occupazione nazista.

Nel tentativo di attirare una base nazionalista, il partito di destra al governo, Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość, PiS), ha fatto leva per molto tempo su quella che i critici definiscono "la politica della memoria".

Al centro di questa narrazione c'è la teoria secondo la quale siano stati esclusivamente i nazisti ad uccidere tre milioni di ebrei polacchi durante la seconda Guerra Mondiale, non i polacchi: i polacchi sarebbero esclusivamente vittime dell'Olocausto, non certo carnefici.

Nel marzo 2018, il Paese ha approvato una legge che ha ciminalizzato tutti coloro accusiao la nazione polacca di crimini di guerra commessi dalla Germania nazista, vietando esplicitamente l'uso del termine "campi di sterminio polacchi" in riferimento ai campi di concentramento situati nella Polonia occupata.

Storici come Grabowski parlano di tentativi di riscrivere la storia del conflitto mondiale definendoli come "distorsione dell'Olocausto": si tratta di operazioni, dicono, più pericolose rispetto allo stesso negazionismo.

"Il principale punto di forza di questa argomentazione è trasmettere il messaggio che la gente vuole sentire: l'Olocausto è avvenuto, ma la mia nazione, il mio gruppo, la mia tribù, non ha avuto nulla a che farci", le parole dello studioso.

Il dibattito suscitato dalla ricerca di Grabowski ricorda, alla lontana, quello scatenato in Italia dal saggio del giornalista Giampaolo Pansa, Il Sangue dei Vinti.

Grabowski stima che il numero di ebrei uccisi dai polacchi - o denunciati/consegnati ai tedeschi, e quindi ammazzati dai nazisti - sfiori le 200mila persone. Yad Vashem parla invece di una cifra compresa tra 130mila e 180mila persone. Si tratta, ovviamente, di stime approssimative.

"Questa storia non è mai stata raccontata".

Grabowski non è il primo storico polacco a mettere in discussione la narrazione promossa dal PiS. In Polonia, nel 2001, un libro rivoluzionario dello storico Jan T Gross, intitolato "Vicini di casa: La distruzione della comunità ebraica a Jedwabne, Polonia" tratta dell'assassinio di 340 ebrei polacchi da parte degli abitanti del villaggio: uomini, donne e bambini vennero rinchiusi in un fienile e bruciati vivi.

I polacchi hanno salvato anche migliaia di ebrei durante quegli anni. Sono circa 7mila i Giusti tra le Nazioni riconosciuti dallo Yad Vashem israeliano, l'Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, e la Polonia conta la delegazione più numerosa. Tuttavia, non si può nascondere che anche i polacchi abbiano commesso atrocità contro il popolo ebraico.

"Nel mio lavoro sottolineo che il piano genocida è stato tedesco; tuttavia, senza i facilitatori locali, i tedeschi non sarebbero mai stati così 'efficienti'", continua Grabowski. "Questa parte della storia non è mai stata raccontata, nel contesto polacco, e noi - storici della Shoah - lo dobbiamo alle vittime e ai nostri lettori di oggi".

Foto panoramica del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau - AFPMarkus Schreiber

La Polonia non è l'unica nazione a fare i conti con quanto accaduto durante l'occupazione nazista dell'Europa orientale - e con il ruolo dei suoi soldati, cittadini e funzionari nella Shoah.

Dei sei milioni di ebrei uccisi durante l'Olocausto, la stragrande maggioranza - oltre 5,7 milioni, secondo lo Yad Vashem - è stata uccisa fuori dai confini della Germania: 1,1 milioni in Unione Sovietica, 569mila in Ungheria e 3 milioni in Polonia, dove si trovavano alcuni dei più infami campi di sterminio nazisti, tra cui Auschwitz-Birkenau.

Lo Yad Vashem stima che la metà degli ebrei uccisi morirono nei campi di sterminio gestiti dalle SS, mentre almeno un quarto fu fucilato dalle Einsatzgruppen naziste - squadroni della morte - e dai loro complici, dalle brigate SS e dalle formazioni di polizia.

Che almeno alcuni di questi complici non fossero tedeschi, ma residenti locali di paesi occupati dai nazisti, è un dato di fatto scomodo, ma resta comunque un dato di fatto, dice lo Yad Vashem. "In tutte le fasi di questa strage di massa, molti civili non tedeschi hanno partecipato volontariamente alle operazioni di uccisione".

Il tema della colpa

Per molte nazioni, la questione della colpa è stata a lungo una pillola difficile da ingoiare.

Dopo il 1945, gran parte dell'Europa orientale è stata assorbita dall'Unione Sovietica e il genocidio nazista non è stato trattato principalmente come una tragedia del popolo ebraico. Solo quando cadde il muro di Berlino, gli storici furono in grado di valutare la vera portata delle atrocità commesse nell'Europa dell'Est.

Bisogna aspettare fino al 2004 prima del riconoscimento da parte della Romania del coinvolgimento dei propri soldati nella deportazione e nell'uccisione di ebrei, sotto la supervisione delle SS naziste.

"La terribile tragedia dell'Olocausto è stata possibile grazie alla complicità delle massime istituzioni statali - servizi segreti, esercito, polizia, eccetera", le parole dell'allora presidente Ion Iliescu. "Non ci sono [...] scuse per coloro che hanno cinicamente e a sangue freddo mandato a morte i loro concittadini, che li hanno discriminati, umiliati ed esclusi dalla società".

Foto panoramica del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau - AFPMarkus Schreiber

Nel 2014, il governo ungherese - tramite il suo ambasciatore all'Onu - si è assunto la responsabilità delle deportazioni di massa degli ebrei nei campi di sterminio nel 1944, effettuate da ufficiali ungheresi sotto la supervisione delle SS naziste.

Altri paesi, come Polonia e Lituania - dove durante l'Olocausto venne spazzato via il 95% della comunità ebraica locale, 250mila persone - sono ancora riluttanti a fare i conti col passato.

Scrivendo questa settimana su Politico, il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha sostenuto che i polacchi - invece di essere stati in parte co-responsabili di crimini contro l'umanità - si sono prodigati per aiutare clandestinamente gli ebrei. Molti, afferma, sono stati mandati a morte per questo. "I rinnovati tentativi di dipingere la Polonia come Stato colpevole, piuttosto che come vittima, non possono essere tollerati", si legge.

In Lituania, un legislatore del partito al governo ha annunciato, il mese scorso, di lavorare ad una proposta di legge in cui verrà scritto nero su bianco che né il governo lituano né i suoi cittadini sono stati coinvolti nell'Olocausto.

L'esecutivo locale ha inoltre "canonizzato" alcune figure che, secondo gruppi ebraici, sono legati alle atrocità della seconda guerra mondiale. Il lituano Adolfas Ramanauskas-Vanagas - che dal 1945 ha combattuto i sovietici fino alla sua esecuzione nel 1952 - è stato definito eroe nazionale dall'attuale governo. Tuttavia, secondo il Centro Simon Wiesenthal, era a capo di una banda di milizie che perseguitava gli ebrei.

Non solo: il leader della seconda Guerra Mondiale, Juozas Ambrazevicius, è stato sepolto in pompa magna a Kaunas. Recatosi negli States dopo la guerra, Ambrazevicius è collegato alla morte di migliaia di ebrei, e così la comunità ebraica lituana ha duramente criticato la cerimonia.

I portavoce dei governi lituano e polacco non hanno risposto alle richieste di commento di Euronews.

Nel 2016, una memoria di Rūta Vanagaitė, Il nostro popolo, ha provocato un dibattito sulla complicità dei lituani nell'omicidio degli ebrei. Vanagaite ha scoperto che suo nonno, un funzionario pubblico, aveva stilato una lista di 11 "indesiderabili" - tutti ebrei - che vennero poi giustiziati. Il marito di sua zia era capo della polizia durante l'occupazione nazista.

Foto panoramica del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau - AFPMarkus Schreiber

A complicare ulteriormente il panorama per storici come Gross, Vanagaitė e Grabowski, che lavorano sul campo, sono giunte le recenti dichiarazioni del presidente russo Vladimir Putin, che si è scontrato con i leader dell'Europa orientale sul ruolo della Polonia nello scoppio della seconda Guerra Mondiale.

Nelle ultime settimane, Putin ha gettato benzina sul fuoco affermando ripetutamente che Varsavia sarebbe stata responsabile del divampare del conflitto e avrebbe aiutato i tedeschi a deportare gli ebrei.

Chiunque faccia una critica è accusato di essere un agente russo.
Jan Grabowski
Storico

Settimana scorsa, il presidente polacco Andrzej Duda ha boicottato una cerimonia per la liberazione dei campi di sterminio nazisti ad Auschwitz-Birkenau perché gli organizzatori hanno lui negato il permesso di parlare. Duda avrebbe voluto rispondere a Putin proprio in quell'occasione.

I commenti del presidente russo arrivano dopo l'approvazione da parte del Parlamento europeo di una risoluzione che indica il patto nazi-sovietico - l'accordo del 1939 tra il leader nazista Adolf Hitler e Joseph Stalin per spartirsi la Polonia e gli Stati baltici - come il momento chiave per lo scoppio della guerra.

Putin ritiene che l'Unione Sovietica non aveva molta scelta, dopo i ripetuti sforzi di Gran Bretagna e Francia di placare Hitler durante gli anni '30 (si pensi agli accordi di Monaco di Baviera del 1938 che permisero ai nazisti di annettere la Cecoslovacchia). Nel 1941, Hitler ruppe il patto con Stalin e invase l'URSS, portando i sovietici in guerra. Nonostante le prime conquiste naziste, l'Armata Rossa alla fine riuscì a ribaltare la situazione, liberando gran parte dell'Europa orientale e arrivare ad occupare Berlino.

Secondo Putin, i leader europei "vogliono spostare la colpa di aver scatenato la seconda Guerra Mondiale dai nazisti ai comunisti", nel tentativo di mettere in un angolo la Russia.

Il coinvolgimento di Mosca nel "dibattito", dice Grabowski, ha reso la vita ancora più difficile agli storici non disposti ad assecondare le narrative statali sul conflitto. "Chiunque faccia una critica è accusato di essere un agente russo".

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