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Perché le tre fratture del Regno unito sono un guaio per tutta Europa

Perché le tre fratture del Regno unito sono un guaio per tutta Europa
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A volte gli amari risvegli provocano sbalzi di umore. Sono sintomi di irritabilità facilmente riscontrabili in certi britannici a trentasei e passa ore dalla vittoria del conservatore pro-Brexit Boris Johnson. Ma, a protestare, e le urne lo dimostrano, è una minoranza

Al numero Dieci di Downing Street si lavora sodo per comporre un esecutivo in grado di far delle parole sostanza: "get Brexit done". E sì, perché se una cosa hanno evidenziato queste elezioni, è che i britannici non vogliono indecisioni e cose fatte a metà. Quindi, BoJo dovrà portare a termine il lavoro iniziato dal popolo britannico per via referendaria tre anni e mezzo fa: tagliare la corda dall'Unione europea. L'articolo 50 del Trattato di Lisbona, che permette a uno stato membro di prendere il largo, è pronto a essere applicato. E ciò dovrà avvenire tenendo presenti i vincoli commerciali, storici e politici tra il Regno unito e l'Ue.

Il 31 Gennaio è la data limite per compiere lo scisma d'occidente. Basterà un pugno di settimane per fare tutto in buon ordine?

Chi pensava che il problema della realizzazione della Brexit risiedesse semplicemente in un vecchio parlamento recalcitrante, eurofilo e sprezzante della volontà popolare coglieva nel segno, ma solo in parte.

C'è infatti anche una realtà tecnica, fatta di rapporti profondi, sedimentati dalle consuetudini transnazionali, che vanno oltre le maggioranze parlamentari. La Brexit resta una prova ai limiti della follia giuridica e della tensione politica, una sorta di stress test per lo stato di diritto. Basti immaginare la posizione legale dei cittadini Ue residenti nel Regno unito, e viceversa. È un processo storico, e come tale, una costruzione di atti politici poggianti sulle sabbie dell'improvvisazione. Roba pesante. Troppo, per classi dirigenti abituate a immaginare la politica a fotogrammi tecnocratici, contabilità elettorali e narrative umanitarie.

Al momento, il leader più attrezzato sembra proprio lui, l'arruffato biondo, il leader più politico d'occidente, Boris.

Il governo già in fabbricazione dovrà fare i conti con le profonde divisioni del paese, che ben difficilmente lo splendido isolamento a venire ricomporrà.

La radiografia del Regno Unito presenta tre fratture.

I laburisti: la sinistra è ferita nel corpo, ma non nello spirito. Il Regno unito infatti, chiede qualcosa di sociale, ma non si è fidato di Jeremy Corbyn. Ciononostante, la domanda di fondo per un cambio di rotta resta. I Tories sapranno soddisfare queste attese?

Poi c'è la Scozia, regione pro-europea, con la vittoria schiacciante dei nazionalisti locali, la leader dell'Snp, Nicola Sturgeon, rilancia l'idea separatista di un secondo referendum, ora ai suoi occhi più che mai giustificato dalla visione divergente sull'Ue con l'Inghilterra. Chissà che non sia la volta buona.

Anche la sconfitta dei Lib-Dem merita attenzione. Essa rappresenta infatti il declino della simbiosi tra la ragion pratica del consenso tra classi sociali e la ragion pura dell'attuale sistema economico.

I Liberal-democratici incarnano infatti quella visione europeista, generosa e razionale, poco spendibile in casi di emergenza politica come quella in cui versa la Gran Bretagna. Ciò, proprio a causa della sua inadattabilità ad "ampliare la base" del consenso, convincendo le classi medie che nulla è cambiato rispetto alla sostenibilità delle politiche degli anni precedenti.

Una questione sulla quale Boris Johnson avrà le mani libere nei negoziati con Bruxelles, è invece quella irlandese. Grazie alla maggioranza abbondante, non avrà bisogno del sostegno del Dup, il partito unionista nord-irlandese. E potrà quindi fare concessioni all'Ue sulla frontiera con "the Republic" accelerando il processo per uscire dall'Ue. Ma anche questo avrà dei costi politici: passare sulla testa dei lealisti nord-irlandesi, e l'eventualità, un giorno, di perdere definitivamente quella regione.

Eh sì, ne vedremo delle belle.

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