Bruxelles si prepara a un dicembre politicamente esplosivo

L'Unione Europea si appresta a prendere una serie di decisioni decisive nel mese di dicembre.
L'Unione Europea si appresta a prendere una serie di decisioni decisive nel mese di dicembre. Diritti d'autore European Union, 2023.
Di Jorge LiboreiroGianluca Martucci
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Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese

Il successo delle trattative per concordare nuove regole di bilancio da far rispettare agli Stati e delle risorse aggiuntive da far spendere a Bruxelles è legato a un filo. In programma anche il vertice Ue-Cina e la discussione sull'ingresso di Romania e Bulgaria nell'area Schengen

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Comincia un mese carico di decisioni storiche a Bruxelles. Le settimane che anticipano il breve letargo delle festività di fine anno degli uffici delle istituzioni europee faranno riemergere storiche divisioni e ferite ancora aperte.

I 27 ministri degli Interni discuteranno della richiesta di adesione all'area Schengen di Romania e Bulgaria, per permettere ai due Paesi dell'Est, membri dell'Ue dal 2007, di godere della piena libertà di circolazione delle persone senza controlli. La loro esclusione alimenta il dibattito spesso ricorrente su "un'Europa a due velocità", espressione utlizzata da chi lamenta che gli effetti della piena adesione all'Ue siano garantiti solo a un gruppo di Paese. 

La Commissione europea, il Parlamento europeo e una maggioranza quasi unanime di Stati membri sostengono a favore l'allargamento dell'area Schengen (di cui fanno parte anche Paesi extra-Ue come Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein).

L'adesione di Romania e Bulgaria deve essere approvata all'unanimità dai 27 ministri. Ma il governo austriaco ha posto il veto per ottenere garanzie su un migliore funzionamento dello spazio di libera circolazione. Romania e Bulgaria sono due Paesi di transito per i flussi di migranti irregolari lungo la cosiddetta "rotta balcanica", percorsa specialmente da coloro che scappano da situazioni di crisi in corso nel Medio oriente e in Asia meridionale (Afghanistan e Bangladesh in particolare).

Martedì 5 dicembre non si voterà, visti i progressi limitati nelle trattative tra gli ambasciatori nelle riunioni preparative. I ministri degli Affari interni si limiteranno a prendere atto dei progressi dei due governi rispetto ai criteri richiesti per aderire a Schengen. 

La mancanza di un voto formale rischia di esacerbarsi. Il governo romeno ha già minacciato di intraprendere un'azione legale contro l'Austria. Sofia accusa di essere tenuta in "ostaggio".

Nessun affare fatto sul nuovo Patto

Pochi giorni dopo, i ministri dell'Economia e delle Finanze tenteranno nuovamente di sbloccare l'impasse sulla riforma delle regole di bilancio che i Paesi sono chiamati a rispettare per garantire la sostenibilità dell'area euro. 

Prima della riunione ci si aspettava la presentazione di un compromesso franco-tedesco decisivo per mettere d'accordo tutti. A Berlino è alle prese con il terremoto politico causato dalla sentenza della Corte costituzionale sulla creazione di un fondo speciale di 60 miliardi di euro per contrastare il cambiamento climatico. I giudici della Consulta hanno dichiarato il progetto incostituzionale perché in contrasto con la norma che obbliga il deficit (la differenza uscite e entrate nel bilancio annuale) a non superare lo 0,35% del Pil se l'economia versa in "condizioni normali".

Mentre i ministri dell'Economia saranno a Bruxelles, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e l'Alto rappresentate Ue per gli Affari esteri Josep Borrell saranno a Pechino per un vertice di alto livello in Cina. Entrambe le parti hanno l'interesse a rilanciare le relazioni bilaterali e a smorzare le tensioni alimentate dalla pandemia di Covid-19.

Colmare l'abisso però sarà arduo. Nei suoi discorsi sulle relazioni con la controparte von der Leyen ha detto che l'azione di Pechino sta diventando "più repressiva in patria e più assertiva all'estero". A Bruxelles i leader delle istituzioni e dei governi nazionali sono in linea di principio d'accordo sulla strategia del "de-risking", con cui si indica il bisogno di ridurre le relazioni di dipendenza con le catene di produzione cinesi. Pechino ha definito il "de-risking" come un protezionismo mal celato condizionato agli interessi della linea dura americana.

Col fiato sospeso fino al vertice dei leader

Il 14 e 15 dicembre sarà la volta del vertice dei leader di Stato e di governo dell'Ue. I 27 riuniti a Bruxelles tenteranno di trovare l'intesa all'unanimità per l'avvio dei colloqui di adesione con l'Ucraina e la Moldova, dopo la valutazione positiva pubblicata dalla Commissione europea a ottobre. I governi di Kiev e Chisinau attendono l'accordo con ansia pur consapevoli che il processo di adesione potrebbe richiedere diversi anni.

All'ordine del giorno ci sarà anche la revisione del bilancio dell'Ue per 100 miliardi di euro, che aprirebbe la strada all'erogazione di 50 miliardi di euro in sovvenzioni e prestiti per aiutare l'Ucraina nel lungo termine. Kiev è alle prese con un deficit di quasi 40 miliardi di euro nel bilancio del prossimo anno, un buco enorme che può essere colmato solo con iniezioni di denaro da parte degli alleati occidentali. Bruxelles ha aiutato il Paese in guerra con un pacchetto di 18 miliardi di euro in prestiti.

La concomitanza dell'intesa sull'apertura dei colloqui di adesione e sull'integrazione del bilancio Ue, entrambi temi per cui è richiesta la decisione all'unanimità dei ministri, fa aumentare il rischio di veti incrociati.

In una lettera indirizzata a Charles Michel, il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha minacciato di far deragliare l'intera politica dell'Ue sull'Ucraina, compresa l'assistenza macrofinanziaria e le sanzioni contro la Russia, se non ci sarà una "discussione strategica" sulla questione.

Michel si è recato a Budapest per comprendere le reali richieste del primo ministro. Il premier magiaro è isolato per il suo atteggiamento sempre più oppositivo nelle misure punitive contro la Russia. Nel Paese ha preso piede una nuova campagna euroscettica che prende di mira direttamente Ursula von der Leyen.

A metà dicembre la Commissione potrebbe decidere di sborsare fino a 10 miliardi di euro di fondi di Coesione per l'Ungheria. Erano stati negati al Paese per le persistenti preoccupazioni sul rispetto dello stato di diritto, il complesso di principi che regola la separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, e sancisce la primazia della legge sul funzionamento della democrazia. In passato Orbán ha ripetutamente attaccato Bruxelles per quello che definisce "ricatto finanziario". Restano congelati altri 11,7 miliardi di fondi di coesione e i 10,4 miliardi del piano di ripresa e resilienza ungherese.

"Siamo certi che i pochi euro che ci devono saranno riscossi", ha detto Orbán a novembre minimizzando i danni della decisione di Bruxelles di trattenere i fondi.

A dicembre Parlamento europeo e Consiglio saranno impegnati nel definire la versione finale della legge sull'intelligenza artificiale e di una serie di atti legislativi inclusi della proposta della Commissione europea nel settembre 2020 sulla gestione dei flussi e dei rimpatri dei migranti. In programma anche un vertice con i Balcani occidentali, il possibile ritorno di Donald Tusk come primo ministro polacco e, forse, l'attesissa proposta da parte della Commissione di usare i proventi dei beni congelati delle persone fisiche e dei soggetti russi colpiti dalle sanzioni europee per finanziare la ricostruzione dell'Ucraina.

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Una versione più breve di questo articolo è stata pubblicata originariamente su The Briefing, la newsletter settimanale di Euronews sulla politica europea. Abbonati qui.

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