Euroviews. Perché fare la spesa nei supermercati non aiuta né gli agricoltori né noi

Una donna in un supermercato di Madrid
Una donna in un supermercato di Madrid Diritti d'autore AP Photo/Euronews
Di Eurof Uppington
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Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese

I supermercati offrono prodotti a basso costo, ci fanno risparmiare tempo e ci permettono di partecipare a un mercato alimentare globalizzato. A pagarne le conseguenze sono agricoltori, ambiente e salute, secondo Eurof Uppington

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Ormai tutti in Europa sanno che gli agricoltori hanno avviato una lunga e diffusa fase di agitazione, con blocchi stradali e altre forme di protesta in vari Paesi. Le loro richieste sono così numerose - dalle retribuzioni più alte alla riduzione della burocrazia, dalle norme ambientali agli sgravi fiscali - che sembrano impossibili da soddisfare.

Ma se il malcontento nel settore non è una novità, tanto da aver portato perfino a scaricare letame di fronte ad alcune sedi istituzionali, stavolta la rabbia appare più profonda e condivisa tra i lavoratori agricoli. 

Il nuovo fattore in gioco è la necessità dei governi di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra delle aziende agricole nell'ambito delle politiche di Green Deal: sono stati apportati grandi cambiamenti alle norme sui sussidi, con l'obiettivo di incrementare la tutela del suolo e la biodiversità attraverso un diverso trattamento degli animali e la riduzione dell'uso di fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi.

Sono tutti obiettivi positivi che gli agricoltori, in quanto gestori della loro terra, normalmente sosterrebbero, in linea di principio. Ma con la maggior parte delle aziende agricole costantemente in bilico sull'orlo del fallimento, essere costretti a fare nuovi salti mortali per ottenere i sussidi da cui dipendono è fonte di paura e stress.

Inoltre, se si pensa di aver bisogno di una determinata quantità di fertilizzanti per ottenere la stessa resa, che senza di essi si rischia la bancarotta, e viene chiesto di ridurli, i timori sono inevitabili. 

Adattarsi alle nuove regole sarebbe molto più facile se l'agricoltura fosse un'attività redditizia. Il fatto che non lo sia è dovuto in gran parte al modo in cui acquistiamo il nostro cibo: i supermercati sono i "guardiani" di un sistema alimentare che, di fatto, è il vero nemico di chi coltiva la terra.

Gli agricoltori locali non hanno budget per la pubblicità

Negli affari, il potere deriva dalla concentrazione del mercato. La nostra industria alimentare è come una clessidra, con milioni di consumatori a valle e migliaia di produttori a monte, ma al centro di ogni mercato nazionale siedono solo una manciata di marchi dominanti proprietari di supermercati e un numero altrettanto esiguo di colossi degli alimenti trasformati, come Nestlé, Kraft e Pepsico.

Questi soggetti usano il controllo che possono esercitare sul mercato per aumentare i loro margini, a spese dei loro fornitori - gli agricoltori - e dei loro consumatori - noi.

Il latte, la carne o i pomodori degli agricoltori locali non sono prodotti di marca, e i supermercati potrebbero doverli buttare se non riescono a venderli: non vedono alcun motivo per rischiare. Abbassare il più possibile le remunerazioni dei lavoratori, invece, è per loro utile.
Il modello della grande distribuzione organizzata partecipa al sistema che mantiene troppo basse le remunerazioni agricole
Il modello della grande distribuzione organizzata partecipa al sistema che mantiene troppo basse le remunerazioni agricoleAP Photo/Alastair Grant

Ai gestori dei supermercati conviene vendere prodotti a lunga conservazione e con margini elevati, provenienti da fornitori che fanno marketing per loro conto. Così Nestlé paga milioni per pubblicizzare il latte al cioccolato Nesquik, ad esempio, in TV, stimolando la domanda di quel marchio, e poi paga la Tesco per posizionarlo sugli scaffali all'altezza degli occhi, sopra gli altri prodotti concorrenti.

Il latte, la carne o i pomodori degli agricoltori locali non sono prodotti di marca, e i supermercati potrebbero doverli buttare se non riescono a venderli: non vedono alcun motivo per rischiare. Abbassare il più possibile le remunerazioni dei lavoratori, invece, è per loro utile.

I prezzi bassi e la convenienza rendono complici anche noi

Il modo in cui i supermercati vendono gli alimenti, tra l'altro, influisce su ciò che mangiamo. Camminando tra le corsie, i prodotti più in vista tendono a essere molto lavorati, avvolti in confezioni appariscenti, piene di tigrotti e coniglietti cartoni animati.

Si tratta di alimenti a lunga conservazione prodotti dai marchi partner dei supermercati. Gli alimenti sani sono invece spesso più nascosti. Non a caso, dopo lunghi gli anni di dominio dei supermercati in Europa e negli Stati Uniti, il consumo di alimenti iperprocessati è aumentato, facendoci ammalare di più.

Il modo in cui i supermercati vendono influisce dunque anche sulla coltivazione degli agricoltori. Incapaci di differenziare i loro prodotti e sottoposti a un'estrema pressione sui prezzi, gli agricoltori sono stati costretti a coltivare per ottenere un certo volume piuttosto che un buon gusto o buoni livelli nutritivi.

I supermercati ci inducono a partecipare a un mercato alimentare globalizzato, nel quale possiamo acquistare fragole dal Perù in inverno e soia brasiliana a basso costo tutto l'anno. A pagarne le conseguenze sono i nostri agricoltori, il nostro ambiente e la nostra salute.
Una protesta a Melegnano, nei pressi di Milano, nel febbraio 2024
Una protesta a Melegnano, nei pressi di Milano, nel febbraio 2024AP Photo/Luca Bruno

Concentrata sulla resa da circa mezzo secolo, l'agricoltura moderna ha devastato le campagne e le risorse idriche europee, distrutto habitat naturali, provocato perdita di biodiversità a causa dell'uso di prodotti chimici.

Non diamo però la colpa a Carrefour e Coop per tutti i mali del Pianeta. Anche noi siamo complici, piegati alla convenienza economica e soprattutto dalla comodità di avere tutto ciò che ci serve per la nostra spesa settimanale in un unico posto.

I supermercati ci fanno risparmiare tempo. Grazie a loro spendiamo anche meno del nostro reddito in cibo rispetto al passato, anche se l'inflazione alimentare post-covida ha fatto lievitare un po' la spesa.

I supermercati ci inducono a partecipare a un mercato alimentare globalizzato, nel quale possiamo acquistare fragole dal Perù in inverno e soia brasiliana a basso costo tutto l'anno. A pagarne le conseguenze sono i nostri agricoltori, il nostro ambiente e la nostra salute. Che fare, dunque?

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Gli agricoltori non dovrebbero pagare il conto

In primo luogo, far pagare agli agricoltori la transizione verde è chiaramente ingiusto e impraticabile. I governi e i consumatori dovrebbero sostenerli il più possibile. Anche molti supermercati comprendono la questione e si stanno impegnando a rifornirsi localmente e a dare spazio ai prodotti degli agricoltori.

Ma si tratta di iniziative assunte su base volontaria; per avere successo abbiamo bisogno di nuovi modelli di business che localizzino e de-commercializzino il cibo, come Ooooby nel Regno Unito, che crea hub locali che consegnano cassette di verdure di piccoli agricoltori. La mia startup propone ristoranti in Svizzera a produttori di olio d'oliva artigianale in Grecia, Spagna e Portogallo.

Ma è difficile. Per avere successo, questi modelli devono trovare il modo di superare il vantaggio dei supermercati in termini di prezzo e convenienza. L'educazione dei consumatori può essere utile a margine, ma richiede tempo. La consegna della spesa è molto comoda, ma aggiunge costi. Finché non arriverà un nuovo sistema a cambiare il paradigma, saremo bloccati con i supermercati.

Per questo motivo, l'unico strumento per cambiare le cose è la politica, per ora. Più sostegno gli agricoltori possono ottenere dai decisori pubblici, meglio è, ma la risposta non può essere quella di rimbalzare da una soluzione a breve termine all'altra. Per far quadrare il cerchio tra le esigenze degli agricoltori e l'imperativo urgente di ripristinare l'ambiente è necessario un adeguato pensiero sistemico. Non dovrebbero essere opposti.

Eurof Uppington è l'amministratore delegato e fondatore di Amfora, un importatore di oli extravergine di oliva con sede in Svizzera.

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