Il terzo produttore mondiale di petrolio ha la capacità di aumentare la propria produzione fino a quasi il 50%.
«La domanda di energia è destinata a salire sempre di più», ha dichiarato a novembre il segretario degli Interni degli Stati Uniti Doug Burgum, intervenendo a una conferenza petrolifera ad Abu Dhabi. «Oggi è il giorno per annunciare che non esiste una transizione energetica. Esiste solo un’aggiunta di energia.»
Le sue dichiarazioni filo-petrolio sono state accolte da lunghi applausi da parte dei padroni di casa emiratini.
Ora gli Emirati Arabi Uniti sembrano intenzionati a tradurre in realtà quella visione con l’uscita dal cartello petrolifero dell’OPEC, che controlla circa il 40 per cento della produzione mondiale di greggio.
Negli ultimi anni il Paese si è scontrato più volte con l’OPEC per le quote di produzione, giudicate troppo basse: a suo avviso non gli consentivano di vendere sul mercato globale tutto il petrolio che avrebbe voluto.
«Dopo aver investito ingenti somme per ampliare la capacità di produzione energetica negli ultimi anni, il quadro generale è che gli Emirati fremevano per pompare più petrolio», ha scritto in un’analisi la società di ricerca Capital Economics.
L’uscita degli Emirati dall’OPEC porterà a una maggiore produzione di combustibili fossili?
È improbabile che l’uscita degli Emirati dall’OPEC abbia un effetto immediato su forniture e prezzi del petrolio, che restano in balia della sostanziale chiusura da parte dell’Iran della rotta marittima dello stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto delle esportazioni mondiali di petrolio e gas.
Ma sul lungo periodo è probabile che la produzione di petrolio aumenti. Il Paese afferma che immetterà «produzione aggiuntiva sul mercato in modo graduale e misurato, in linea con la domanda e con le condizioni di mercato».
Gli Emirati Arabi Uniti, terzo produttore mondiale di petrolio, estraevano circa 3,4 milioni di barili di greggio al giorno poco prima dell’inizio, il 28 febbraio, della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. A marzo la produzione è scesa a 1,9 milioni di barili quotidiani, mentre il Paese era bersaglio di attacchi con missili e droni da parte dell’Iran, anch’esso membro dell’OPEC.
Gli analisti ritengono che il Paese abbia la capacità di arrivare a circa 5 milioni di barili al giorno, il che lo rende uno dei pochi membri dell’OPEC in grado di aumentare rapidamente la produzione.
La combustione di un barile di greggio genera circa 0,43 tonnellate di emissioni di CO2. Se gli Emirati aumentassero la produzione di altri 1,6 milioni di barili al giorno, si arriverebbe potenzialmente a 250 milioni di tonnellate aggiuntive di CO2 l’anno: più delle emissioni annuali della Spagna, o degli stessi Emirati Arabi Uniti.
L’uscita degli Emirati dall’OPEC indebolirà la capacità del cartello di regolare offerta e prezzi, ma potrebbe anche spingere altri membri ad aumentare la produzione.
L’addio all’OPEC segnala anche un allineamento sempre più stretto con l’amministrazione Trump negli Stati Uniti, che ha posto l’espansione dei combustibili fossili al centro della propria politica energetica e ha incoraggiato attivamente i Paesi del Golfo a pompare più petrolio per mantenere bassi i prezzi.
Il petrolio del Golfo sta finanziando la transizione verde europea?
Nel 2023 gli Emirati Arabi Uniti hanno ospitato la COP28, i negoziati sul clima delle Nazioni Unite, una conferenza che si è chiusa con un impegno storico di quasi 200 Paesi ad abbandonare i combustibili fossili che riscaldano il pianeta.
Gli attivisti per il clima hanno guardato ai colloqui con scetticismo, anche perché l’amministratore delegato della compagnia petrolifera nazionale, Sultan Al Jaber, è stato presidente della COP28 mentre allo stesso tempo supervisionava i piani di espansione della produzione.
Secondo alcuni, però, gli Emirati non stanno scegliendo tra petrolio e rinnovabili: stanno cercando di massimizzare entrambe le opzioni.
La società pubblica per le energie rinnovabili Masdar sta investendo in modo aggressivo nelle energie pulite, sia in patria sia all’estero. I suoi azionisti congiunti sono la Abu Dhabi National Energy Company (TAQA), il fondo sovrano Mubadala e la Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC), guidata da Al Jaber.
Con investimenti in oltre 40 Paesi in tutto il mondo, è un attore di primo piano nell’eolico offshore europeo, con nel portafoglio Hywind Scotland (il primo parco eolico offshore galleggiante al mondo), Dogger Bank South in Inghilterra e il parco eolico offshore Baltic Eagle in Germania, attualmente in costruzione.
Scommettere sui combustibili fossili mette a rischio il clima
Il Paese sostiene che la decisione di lasciare l’OPEC «riflette la visione strategica ed economica di lungo periodo degli Emirati e il loro profilo energetico in evoluzione, inclusi gli investimenti accelerati nella produzione energetica nazionale».
I combustibili fossili restano il motore principale dell’aggravarsi della crisi climatica, con le emissioni globali destinate a toccare nuovi record quest’anno nonostante i successivi cicli di impegni internazionali.
Secondo alcune proiezioni, rispettare la soglia di 1,5 °C di riscaldamento prevista dall’Accordo di Parigi potrebbe diventare di fatto impossibile da raggiungere già all’inizio del 2028.
Ciò che l’uscita degli Emirati dall’OPEC mette in luce è che alcuni dei maggiori produttori mondiali scommettono sul fatto che il mondo continuerà a bruciare petrolio molto oltre il momento in cui, secondo la scienza, avrebbe dovuto smettere. E si stanno posizionando di conseguenza.