Le crisi energetiche potrebbero appartenere al passato se si desse priorità a un'energia pulita affidabile, economica e abbondante rispetto ai combustibili fossili.
Una conferenza in Colombia potrebbe segnare il più serio tentativo internazionale mai compiuto per abbandonare i combustibili fossili.
Con oltre 10 milioni di barili di petrolio al giorno attualmente bloccati nello Stretto di Hormuz, i rischi di dipendere dalle importazioni di combustibili fossili non sono mai stati così evidenti.
“I prezzi del petrolio non restano confinati ai mercati dell’energia: si riversano direttamente nella vita delle persone”, ha dichiarato Mary Robinson, ex presidente dell’Irlanda e tra le principali sostenitrici della giustizia climatica, parlando in conferenza stampa alla vigilia dell’evento. Ha avvertito che le conseguenze colpiscono più duramente i più vulnerabili.
Alla COP30 del 2025, la Colombia e i Paesi Bassi, in qualità di co-sponsor, hanno annunciato la First International Conference on the Just Transition Away from Fossil Fuels (Prima Conferenza internazionale sulla giusta transizione dai combustibili fossili). Si terrà a Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile.
“C’è un chiaro slancio per eliminare gradualmente i combustibili fossili, e ora è il momento di sfruttarlo”, ha affermato la viceprima ministra e ministra per la Politica climatica e la crescita verde dei Paesi Bassi, Sophie Hermans.
L’obiettivo della conferenza è concordare “soluzioni operative” che gli incontri successivi potranno perfezionare, così che i governi di tutto il mondo possano applicarle.
Gli organizzatori spiegano che un obiettivo chiave è garantire che “l’abbandono graduale della dipendenza dai combustibili fossili” avvenga in modo giusto, vale a dire senza “generare impatti negativi in termini di occupazione, stabilità macroeconomica o sicurezza energetica”.
“Dobbiamo cominciare a dare forma concreta a cosa potrebbe significare questa uscita dai fossili e avviare una tabella di marcia concreta che ci permetta di incorporare il nuovo e lasciare indietro il vecchio”, ha detto la ministra Hermans.
Non solo un’altra conferenza sul clima COP
Le conferenze sul clima annuali delle Nazioni Unite, le COP, sono spesso criticate per la lentezza esasperante dei processi decisionali e per la mancanza di risultati concreti.
Le parole “fossil fuels” non sono neppure comparse nel testo finale approvato alla COP30 nel 2025, nonostante più di 85 Paesi avessero chiesto una tabella di marcia per l’eliminazione dei combustibili fossili. Tra questi figuravano Germania, Regno Unito, Francia e Spagna, la terza, sesta, settima e dodicesima economia mondiale. Anche i grandi Paesi del Sud globale Brasile e Messico, decima e tredicesima economia del pianeta, avevano sostenuto la misura.
La conferenza di Santa Marta punta ad avviare la stesura di questa tabella di marcia.
“Stiamo aprendo uno spazio di discussione che oggi non esiste”, ha dichiarato alla vigilia dei colloqui la ministra dell’Ambiente colombiana Irene Vélez Torres all’agenzia AP.
Modificando le regole di voto dei partecipanti, la conferenza potrebbe riuscire dove le COP hanno fallito.
“Non sarà regolata dalle norme dell’ONU, che richiedono il consenso unanime, ma dal principio di maggioranza, evitando così che una manciata di Paesi possa sabotare i progressi, come hanno fatto i petrostati alla COP30”, spiegano Mark Hertsgaard e Kyle Pope di Covering Climate Now.
Gli organizzatori ci tengono a sottolineare che la conferenza “non intende fungere da organo negoziale, né fa parte di alcun processo o iniziativa formale di negoziazione, e non è pensata per sostituire la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC)”.
Ai sensi dell’Accordo di Parigi, l’intesa globale sul clima del 2015, i Paesi fissano autonomamente i propri obiettivi di riduzione delle emissioni: nessun processo internazionale può quindi obbligare i governi a rinunciare ai combustibili fossili.
Il vertice si inserisce in uno sforzo più ampio per spostare la diplomazia climatica oltre i semplici obiettivi di emissione e affrontare direttamente la produzione di combustibili fossili, un tema politicamente sensibile che da anni divide i Paesi.
Chi parteciperà alla First International Conference on the Just Transition Away from Fossil Fuels?
L’idea è che i governi illustrino come intendono portarsi oltre petrolio e gas, affiancati da accademici, attivisti per il clima, leader dei popoli indigeni, rappresentanti sindacali e altre voci della società civile, che condivideranno idee ed esperienze su come trasformare l’obiettivo astratto dell’uscita dai combustibili fossili in realtà concreta.
Gli organizzatori spiegano di aver invitato i Paesi che avevano appoggiato la proposta di tabella di marcia alla COP30, oltre a leader di primo piano di governi regionali, tra cui il governatore della California Gavin Newsom, possibile candidato alla presidenza degli Stati Uniti nel 2028.
All’evento prenderanno parte rappresentanti di governo di quasi 50 Paesi, compresi leader di nazioni la cui economia dipende da petrolio, carbone e gas, come Brasile, Angola, Vietnam e Messico.
Dall’Europa saranno presenti i seguenti Paesi: Germania, Austria, Belgio, Danimarca, Slovenia, Spagna, Finlandia, Francia, Guatemala, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Svezia, Svizzera, Turchia e Norvegia.
Stati Uniti e Arabia Saudita, due dei maggiori produttori di petrolio al mondo, non prenderanno parte all’incontro, a conferma delle divisioni su quanto rapidamente abbandonare petrolio, gas e carbone.
La Climate Justice Flotilla, composta da due imbarcazioni e organizzata da gruppi come Extinction Rebellion e Fossil Fuel Treaty, è in rotta verso Santa Marta. Prevede scali a Bonaire, Aruba e Curaçao.
Otto abitanti di Bonaire, insieme a Greenpeace, sono stati protagonisti di una grande vittoria per la giustizia climatica nel gennaio 2026: una sentenza storica del tribunale distrettuale dell’Aia ha stabilito che i Paesi Bassi violano i diritti umani dei residenti di Bonaire non proteggendoli dalla crisi climatica.
I Paesi presenti potrebbero diventare una nuova superpotenza economica
La conferenza punta ad avviare la redazione della tabella di marcia bloccata alla COP30.
Uno dei temi centrali sarà come eliminare gradualmente i 7.000 miliardi di dollari l’anno (5.900 miliardi di euro) che i governi spendono in sussidi ai combustibili fossili, senza però penalizzare comunità, lavoratori e gettiti fiscali che oggi dipendono da quei sussidi.
I leader indigeni coinvolti nel processo affermano di spingere i governi presenti al vertice di Santa Marta ad adottare zone libere da combustibili fossili nei loro piani nazionali di transizione energetica. In queste aree sarebbe vietata l’estrazione di petrolio, gas e carbone, soprattutto nelle regioni ecologicamente più sensibili.
Le analisi delle organizzazioni di advocacy mostrano che le concessioni petrolifere e del gas già oggi si sovrappongono a vaste aree di foresta tropicale e ai territori indigeni.
Secondo Hertsgaard e Pope, l’arma segreta della “coalizione dei volenterosi” riunita in Colombia è il suo potenziale di agire come una superpotenza economica.
Se si sommano i prodotti nazionali lordi degli 85 Paesi che alla COP hanno sostenuto la tabella di marcia, si arriva a 33.300 miliardi di dollari (28.200 miliardi di euro). È una cifra superiore ai 30.600 miliardi di dollari (25.900 miliardi di euro) di PNL degli Stati Uniti, la maggiore economia mondiale, e ben al di sopra dei 19.400 miliardi di dollari (16.400 miliardi di euro) di Cina, la seconda economia del pianeta.
Un peso economico di queste dimensioni dà a quei 85 Paesi un potenziale di pressione enorme. Se i partecipanti alla conferenza sulla giusta transizione riusciranno a delineare una tabella di marcia credibile per l’uscita dai combustibili fossili, dietro cui il gruppo più ampio possa compattarsi, il messaggio potrebbe scuotere i mercati finanziari e i ministeri di tutto il mondo.