Le quattro centrali a carbone in Italia, attualmente in stand-by, potrebbero essere riattivate se i problemi di approvvigionamento di gas e petrolio dovessero aggravarsi
L'Italia posticiperà la chiusura definitiva delle sue centrali a carbone fino al 2038, cioè 13 anni dopo la scadenza iniziale prevista per il 2025. La proroga è stata inserita nel decreto bollette, approvato la scorsa settimana alla Camera.
La mossa rientra nella strategia del governo Meloni, di rivedere al ribasso gli obiettivi climatici, sullo sfondo della crescente crisi energetica innescata dalla guerra in Iran.
Una scelta in controtendenza rispetto ad altri Paesi dell'Ue, dove le infrastrutture per le energie rinnovabili si stanno rivelando un argine alle ricadute della crisi.
Quattro centrali a carbone in Italia potrebbero essere riattivate in caso di necessità
Le quattro centrali a carbone italiane, attualmente in stand-by, potrebbero essere riattivate se i problemi di approvvigionamento di gas e petrolio dovessero aggravarsi, ha dichiarato questo mese il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin.
Il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) 2024 prevedeva di interrompere l'uso del carbone entro la fine del 2025. Il rinvio della chiusura al 2038 deve ancora essere approvato dal Senato, ma dovrebbe ottenere il via libera.
La decisione ha ricevuto ampio sostegno all'interno del governo. "Tutte le fonti energetiche, almeno nell'immediato futuro, devono essere sfruttate al massimo del loro potenziale", ha affermato il ministro per gli Affari europei e il Piano nazionale di ripresa e resilienza, Tommaso Foti.
La Lega ha definito la misura "giusta e responsabile", alla luce della gravità della crisi energetica. I gruppi ambientalisti e l'opposizione di centrosinistra hanno però criticato la decisione, e il leader del partito ecologista Europa Verde, Angelo Bonelli, ha accusato il governo di "disinteresse per il clima".
Berlino potrebbe seguire l'Italia sulle centrali a carbone mentre l'Ue punta alle rinnovabili
Anche la Germania ha fatto sapere che potrebbe rallentare la chiusura delle centrali a carbone per garantire le forniture energetiche.
"Ora dobbiamo accelerare sulla costruzione di centrali a gas", ha dichiarato il cancelliere tedesco Friedrich Merz durante una conferenza, aggiungendo che "potremmo persino essere costretti a mantenere più a lungo collegate alla rete le centrali a carbone esistenti, se la crisi energetica dovesse proseguire e si profilasse davvero una carenza".
In altri Paesi dell'Ue, però, gli investimenti nelle rinnovabili stanno dando risultati concreti. Dal 2019 la Spagna ha raddoppiato la sua capacità eolica e solare, aggiungendo oltre 40 gigawatt - più di qualsiasi altro Paese dell'Ue, fatta eccezione per la Germania, il cui mercato elettrico è il doppio di quello spagnolo.
Di conseguenza, il prezzo dell'elettricità in Spagna è molto meno influenzato dal costo, in continua oscillazione, del gas, che è aumentato del 55 per cento il giorno dopo l'inizio della guerra in Iran e continua a salire.
Nel Regno Unito, venti eccezionali hanno permesso di stabilire un nuovo primato per le rinnovabili. Il 26 marzo la produzione eolica britannica ha raggiunto un nuovo massimo di 23.880 megawatt, sufficienti ad alimentare 23 milioni di abitazioni.
Una nuova analisi di SolarPower Europe stima che, dal 1º marzo, lo sfruttamento dell'energia solare abbia fatto risparmiare all'Europa più di cento milioni di euro al giorno, per un totale di oltre tre miliardi di euro.
Se i prezzi del gas resteranno elevati, gli esperti prevedono che nel 2026 i risparmi complessivi potrebbero arrivare fino a 67,5 miliardi di euro.