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"Solo Dio conosce il nostro destino": il popolo cubano, in attesa del cambiamento

Un gruppo di amici viaggia a bordo di un'auto d'epoca americana lungo il Malecon dell'Avana, a Cuba, il 28 gennaio 2026.
Un gruppo di amici viaggia a bordo di un'auto d'epoca americana lungo il Malecon dell'Avana, a Cuba, il 28 gennaio 2026. Diritti d'autore  Copyright 2026 The Associated Press. All right reserved
Diritti d'autore Copyright 2026 The Associated Press. All right reserved
Di Rafael Salido
Pubblicato il
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La carenza di carburante aggrava il collasso quotidiano a Cuba tra blackout, trasporti paralizzati e carenze di beni essenziali. Le testimonianze raccontano una società stremata e un futuro incerto

La crisi del carburante è diventata il fulcro attorno a cui ruota gran parte del collasso quotidiano a Cuba. I blackout prolungati, la paralisi dei trasporti e il deterioramento dei servizi di base scandiscono una routine soffocante per milioni di persone.

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La pressione esercitata da Washington sull’Avana, soprattutto in materia di forniture di petrolio e derivati, ha aggravato una situazione già critica, lasciando al Paese margini di manovra sempre più ridotti.

All’interno dell’isola, la percezione diffusa è che senza una soluzione strutturale il sistema non possa reggere ancora a lungo. Secondo l’economista e imprenditore Ángel Marcelo Rodríguez Pita, la carenza energetica ha raggiunto un punto di non ritorno. "La maggior parte delle persone concorda sul fatto che tra marzo e luglio dovrà accadere qualcosa. La gente pensa che il governo debba trovare una via d’uscita, perché non si può governare un Paese senza carburante" dice Pita.

"Il governo punta sulla resistenza, ma su una resistenza che conduce alla morte. Non alla loro, ma a quella del popolo", aggiunge l'imprenditore in una conversazione telefonica con Euronews, descrivendo la “stanchezza sociale” di una società esausta, costretta a sopravvivere in uno stato di emergenza permanente. La mancanza di energia non paralizza soltanto l’economia, ma erode anche la legittimità del potere.

Posti di blocco per controllare la benzina

La carenza di carburante ha effetti a catena sull’accesso a cibo e medicinali. La catena di approvvigionamento è gravemente compromessa e i prezzi, quando i prodotti sono disponibili, risultano inaccessibili per gran parte della popolazione. Le conseguenze colpiscono soprattutto le fasce più vulnerabili e chi dipende da cure mediche.

Altre fonti consultate da Euronews a Cuba riferiscono che negli ultimi giorni sono stati istituiti posti di blocco per individuare dove facciano rifornimento le poche persone che possono ancora usare auto o moto. La mancanza di carburante rende infatti impossibile distribuire generi alimentari e altre forniture sull’isola.

"Non hanno benzina per la gente, ma ce l’hanno per le pattuglie che inseguono le persone", commenta Rosa Rodríguez, rappresentante del Movimento cristiano di liberazione residente all’Avana, descrivendo una situazione disastrosa. "Stiamo cercando di sopravvivere. Ci sono molti cubani comuni che non hanno nemmeno un boccone da mettere in tavola".

L’attivista denuncia inoltre che il collasso dell’assistenza sanitaria sta costringendo le famiglie a farsi carico di cure un tempo garantite dal sistema pubblico, mentre i medicinali di base stanno scomparendo da farmacie e ospedali.

"C’è un’ambiguità nei criteri sociali. Le persone dicono che ora le cose cambieranno, ma poi si chiedono: come fare senza medicine? Come fare senza cibo?", spiega Rodríguez Pita, raccontando che sua madre, affetta da problemi di salute, ha dovuto subire l’amputazione di una gamba e di diverse dita in casa, a causa del collasso del sistema sanitario cubano.

Pressioni dagli Stati Uniti e timori di intervento

L’intensificarsi delle pressioni statunitensi ha riacceso il dibattito su una possibile brusca fine del governo guidato da Miguel Díaz-Canel, sotto la pressione del presidente statunitense Donald Trump.

Sebbene nessuno parli apertamente di invasione, si evocano scenari di intervento limitato - "chirurgico", secondo Rodríguez Pita - oppure di un crollo accelerato del potere. Dall’interno dell’isola, tuttavia, queste ipotesi suscitano più timori che speranze.

"La situazione è critica. Queste persone possono prendere aerei e navi per andarsene?Dove si rifugeranno i cubani comuni?", si chiede Rodríguez, che secondo il Movimento cristiano di liberazione ha visto il proprio figlio incarcerato per sette anni per essersi rifiutato di “tradire” l’organizzazione.

La disperazione, aggiunge, ha portato alcuni a esprimere idee estreme non per violenza ma per sfinimento. "Alcuni sono così disperati che immaginano l’Avana distrutta, avvolta dal fumo, e dicono: mettano pure una bomba, perché non ce la si fa più".

Per Rodríguez Pita, la reale capacità di risposta dello Stato resta minima. "Nessuno parla seriamente di invasione statunitense. La capacità di reazione è molto limitata, il Paese è diviso e non ha strumenti per affrontare un conflitto simile".

Repressione, ma la gente non ha più paura

Nonostante l’erosione dell’apparato repressivo, detenzioni arbitrarie e sorveglianza continuano a essere strumenti di controllo. Rodríguez racconta le intimidazioni subite pochi giorni fa per il suo attivismo: "Mi hanno fermato mentre scendevo le scale di casa. Mi hanno trattenuto fino alle otto di sera in una stazione di polizia e poi mi hanno lasciato per strada, da solo, di notte, in un quartiere buio".

La repressione convive però con una crescente sensazione che la paura non sia più efficace come un tempo. "Il governo cubano non è nemmeno in grado di reprimere. Generare paura è una delle variabili per restare al potere, ma non ci riesce perché non ha più strumenti per spaventare la gente", sostiene Rodríguez Pita.

L’economista, che vive tra L’Avana e Madrid e valuta di trasferirsi definitivamente in Spagna con la moglie, la madre e i suoi tre cani rimasti a Cuba, conclude: «Non ha nemmeno la forza di dare l’ultimo morso».

Il governo cubano non è in grado nemmeno di reprimere
Ángel Marcelo Rodríguez Pita
Imprenditore

Questa perdita di paura si traduce in un discorso più diretto nella società civile. "Dobbiamo scendere in piazza, ma tutto il popolo, non solo piccoli gruppi. Potrei pagarne le conseguenze io, così come la mia famiglia. Ma se non sono in grado di governare, dovrebbero dimettersi e indire elezioni", afferma Rodríguez con tono di sfida.

L’asimmetria tra chi governa e chi subisce il collasso del sistema alimenta una percezione sempre più diffusa: il regime mantiene il controllo per ora, ma non ha prospettive di futuro.

In questo senso, Rodríguez Pita ricorda una frase che - a suo dire - gli disse anni fa l’ex deputato spagnolo Javier Nart: "Avete un grande futuro, ma non avete un presente". Oggi la ribalta parlando del governo: "Hanno un grande presente, ma non un futuro. Il popolo scommette sul proprio futuro, pur vedendo di non avere un presente".

"Anche se domani il Paese crollasse, la realtà sociale non cambierebbe da un giorno all’altro", avverte l’imprenditore, che ha deciso di vendere la sua flotta di moto per raccogliere fondi e ricominciare con la famiglia a Madrid.

Rodríguez riassume infine il sentimento collettivo con una miscela di fede e determinazione: "Non ho paura. Non si può vivere nella paura. Diciamo sempre che siamo nelle mani di Dio e che solo Lui conosce il nostro destino".

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