Madrid, 20 anni dagli attentati che cambiarono la lotta al terrorismo in Europa

Uno dei treni colpiti a Madrid l'11 marzo 2004
Uno dei treni colpiti a Madrid l'11 marzo 2004 Diritti d'autore Paul White/AP2004
Diritti d'autore Paul White/AP2004
Di Jaime Velazquez
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L'11 marzo del 2004 una serie di attentati scosse la capitale spagnola. A morire furono 191 persone

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A vent'anni dagli attacchi terroristici dell'11 marzo 2004 a Madrid, le cicatrici lasciate da quella tragedia sono ancora vive nella memoria collettiva della Spagna e dell'Europa. Gli attacchi coordinati ai treni pendolari della stazione Atocha di Madrid, che causarono la morte di 191 persone e il ferimento di oltre 1.800, segnarono un punto di svolta nella lotta europea contro il terrorismo, con una brusca presa di coscienza della minaccia del fondamentalismo islamico e della sua capacità di organizzare attacchi nel continente.

Madrid ricorda quest'anno gli attentati con numerosi eventi in ricordo delle vittime e della risposta che la società spagnola diede; il lavoro dei servizi di emergenza e delle forze dell'ordine, ma anche quello di centinaia di volontari che assistettero i feriti e le famiglie delle vittime.

"È un giorno che non svanirà mai dalla mia memoria. Potrei raccontare minuto per minuto quello che successe. La sintesi è che mio fratello è stato ucciso alla stazione di Santa Eugenia", ricorda a Euronews Alejandro Benito, il cui fratello Rodolfo è morto a causa delle esplosioni.

"Ho sentito la notizia alla radio. La mia famiglia si è subito attivata perché la notizia si è diffusa molto rapidamente, trattandosi di un evento di grande portata, e da quel momento abbiamo iniziato a mobilitarci. Abbiamo seguito tutti gli eventi, chiamando gli ospedali, andando all'Ifema, il quartiere fieristico di Madrid dove è stato allestito l'obitorio, e così via fino al riconoscimento del corpo di Rodolfo", prosegue Benito all'inizio di un evento organizzato dalla Fondazione intitolata a suo fratello, ad Alcalá de Henares, comune situato nella comunità autonoma di Madrid.

"Abbiamo deciso di creare la Fondazione perché pensavamo che la vita di Rodolfo non potesse essere interrotta così brutalmente, così rapidamente, perché era una persona molto giovane, molto vitale, aveva molti progetti di vita da sviluppare. Abbiamo voluto dare alla società quello che pensiamo Rodolfo avrebbe dato se avesse proseguito la sua vita", ha aggiunto Benito, che presiede la Fondazione stessa, in memoria del fratello e di tutte le vittime del terrorismo.

Il risveglio dell'Europa di fronte alla minaccia jihadista

Gli attentati dell'11 marzo a Madrid sono stati un campanello d'allarme e hanno provocato un cambiamento significativo nelle politiche antiterrorismo della Spagna e dell'Europa. Da allora, sono state investite risorse nelle forze dell'ordine e nelle agenzie di intelligence per affrontare l'evoluzione della minaccia, che ha colpito il continente innumerevoli volte negli ultimi due decenni.

"Gli attentati dell'11 marzo sono stati un'operazione terroristica senza precedenti in Spagna in termini di gravità, modus operandi e impatto sociale e politico. È stato il primo grave attacco jihadista compiuto in un Paese dell'Europa occidentale", osserva a Euronews Luis de la Corte Ibáñez, professore dell'Università Autonoma di Madrid (UAM) e ricercatore specializzato in questioni di sicurezza nazionale e internazionale.

Secondo De la Corte, nonostante gli attacchi dell'11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York, c'è stato un ritardo nel riconoscere la gravità della minaccia jihadista in Europa. Anche se la comunità internazionale ha preso coscienza del problema, ha aggiunto, si pensava ancora che la minaccia fosse principalmente contro gli Stati Uniti.

"L'Unione europea ha adottato una strategia antiterrorismo comune solo nel 2005, in risposta agli attentati di Madrid e a quelli successivi di Londra. Fino ad allora non esisteva una strategia per affrontare il fondamentalismo di matrice jihadista. Ciò indica che né le élite politiche né l'opinione pubblica europea hanno attribuito alla minaccia la rilevanza e la serietà che le competevano", ha affermato il professore dell'UAM.

Negli ultimi decenni, la risposta europea congiunta ha permesso di condurre indagini e operazioni di polizia contro reti terroristiche in tutta Europa, molte delle quali con ramificazioni in diversi Paesi europei e a loro volta collegate a focolai jihadisti al di fuori del territorio europeo.

Spagna, ETA e guerra in Iraq

Nel contesto della storica lotta della Spagna contro il terrorismo separatista basco dell'ETA, l'improvviso emergere della violenza jihadista ha colto di sorpresa il Paese e le sue forze di sicurezza, ha dichiarato Luis de la Corte: "La priorità era il terrorismo basco e la maggior parte delle risorse e dell'esperienza antiterrorismo erano legate alla minaccia dell'ETA, non al jihadismo".

Tuttavia, il fenomeno non era estraneo alle forze di sicurezza spagnole. Al-Qaeda aveva già stabilito una sua cellula nel Paese negli anni Novanta, e nel novembre 2001 era stata condotta in Spagna la più grande operazione di polizia contro il fondamentalismo islamico in Europa fino a quel momento.

"Ma anche i responsabili di tutte quelle attività, di tutte quelle indagini, hanno sottovalutato la minaccia. Credevano che l'interesse per la Spagna fosse soprattutto in termini di base logistica, come territorio di reclutamento, come retroguardia per attività jihadiste da svolgere in altre parti del mondo", ha detto De la Corte.

Gli attacchi hanno infranto quel comune sentire, secondo il quale la Spagna sarebbe stata immune rispetto a tali minacce, anche se in molti hanno attribuiti i fatti esclusivamente ad un atto di ritorsione per la partecipazione della Spagna all'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003. "Gli attacchi dell'11 marzo 2004 sono stati interpretati in modo un po' semplicistico come un incidente contingente, legato al coinvolgimento del governo di Madrid nel conflitto . L'esperienza ha poi dimostrato che il terrorismo jihadista non ha bisogno del pretesto di un conflitto per operare in Europa", ha aggiunto il docente.

Vent'anni di minaccia jihadista

Dagli attentati dell'11 marzo 2004 a Madrid, la minaccia jihadista è evoluta grazie all'attività di diffusione della propaganda via Internet e all'influenza delle organizzazioni estremiste apparse successivamente, soprattutto nel caso dello Stato Islamico in Siria e Iraq nel 2014.

"Ciò ha finito per generare, tra le altre dinamiche, una mobilitazione degli jihadisti verso la Siria e l'Iraq. Dai Paesi arabi, ma anche da quelli europei, il che ha rappresentato un'enorme sfida per le autorità, che hanno dovuto identificare i cittadini europei che cercavano di unirsi allo Stato Islamico per fermarli prima che potessero tornare in Europa, magari con l'intenzione di compiere un attentato", ha spiegato De la Corte a Euronews.

Il terrorismo islamico ha visto anche l'emergere del fenomeno dei "cani sciolti", individui che agiscono con mezzi propri, con criteri propri e senza il sostegno di una struttura organizzativa alle spalle, ma che sono arrivati a commettere attacchi letali a Parigi, Berlino o Barcellona

Il jihadismo globale ha attualmente una chiara priorità al di fuori dell'Occidente, concentrandosi sui Paesi del mondo arabo musulmano, ha aggiunto l'esperto di sicurezza. Sebbene la situazione in Europa sia meno complicata rispetto agli anni precedenti, Luis de la Corte mette in guardia dalla possibilità di una nuova ondata di attività jihadiste. "Ogni volta che una grande organizzazione jihadista riesce a radicarsi in un Paese, a estendere il proprio potere territoriale - conclude - è solo questione di tempo prima che cerchi di proiettare il terrorismo nei Paesi europei o, in termini più generali, in Occidente".

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